Una pratica di Benedizione e di guarigione.

In questi momenti difficili, voglio condividere con voi una pratica buddista molto preziosa ed efficace per mantenere l’equilibrio, rinforzare la salute per se stessi e i propri cari 💪😍

Sarebbe stato più efficace un video o un audio, pian piano mi ci avvicinerò. Nel frattempo se avete pazienza, potete continuare a leggermi. Scrivere, mi riesce meglio. 😉

Questa pratica è stata tramandata da una grande monaco buddista vissuto in Tibet nell’XI secolo. L’ho conosciuta circa otto anni fa, quando in un momento di difficoltà e di ricerca personale, mi imbattei nel libro di Cesare Boni, “Dove va l’anima dopo la morte”? Un libro che non parla di morte ma di vita. E che mi auguro possiate scoprire anche voi.

PRATICA TONGLEN ( da Ton = dare e Glen = ricevere).

Trovate un luogo privato, in cui per qualche minuto potete stare in tranquillità. Iniziate sedendovi per terra o su una sedia con la schiena dritta.🧘‍♀️🧘‍♂️

Chiudete gli occhi e portate l’attenzione al vostro respiro. Osservatelo. Solo questo. Così come entra e così come esce. Non c’è nessuno sforzo. La mente si quieta subito.

Se arrivano pensieri e immagini, quando ve ne accorgete, osservateli e riportate l’attenzione sul respiro.

Individuate il vostro problema. Sia fisico che mentale o emotivo. Quello fisico è più facile, per quello psicologico o emotivo bisogna fare un po’ di introspezione.
Una volta individuato, immaginate davanti a voi la figura di un essere di luce, di un maestro spirituale, di un santo, della compassione, del vostro sé. Ognuno lo immagini a modo suo.

Immaginate ora da un lato il vostro problema come una parte oscura; dall’altro una luce di guarigione, di compassione, di benedizione.

Poi attraverso il respiro inalante, risucchiate dentro di voi il vostro problema e con il respiro esalante espiratelo nella luce. Poi inspirate, risucchiate la luce ed espiratela, soffiatela nella parte oscura, nel problema.

Si darà un’alternanza tra la luce e il buio, tra il dare il ricevere, fin quando la parte oscura diverrà più luminosa.
Potete usarla per voi stessi o per qualcuno che amate.

Se lo fate per qualcun altro, al posto del vostro problema, mettere la persona che volete sostenere. Inspirate la luce e soffiatela nella persona.

E’ una pratica preziosa e potente.

Praticatela. Pian piano ne sentirete i benefici.

La fuga nella salute

Accade di frequente che dopo pochi incontri, a volte solo uno, la persona che cerca aiuto, abbia un discreto miglioramento sia del suo sintomo che dello stato emotivo generale. Crede quindi di aver risolto i suoi problemi e di aver recuperato la sua performance relazionale o sociale. Così disdice gli incontri successivi o non prende altri appuntamenti perché dice di stare meglio. Questo è ciò che chiamo fuga nella salute: la terapia ha aperto nuove possibilità e favorito il manifestarsi di nuove potenzialità che non si sanno ancora gestire. Dopo qualche mese, spesso si ripresenta una recidiva o il problema.

E’ utile sapere che ci sono due tipi di cambiamento. Il primo è facile innescarlo, a volta basta un incontro per stare meglio. La persona ha già in sé le potenzialità dell’autoguarigione; il corpo ha la sua capacità di autoripararsi e il terapeuta aiuta la persona e la famiglia a riprendere il suo equilibrio senza forzare. Questo primo cambiamento è repentino, veloce ma anche delicato perché poi si ripristinano facilmente le dinamiche  individuali e familiari che servono per proteggere la struttura psicologica  e il “copione” di fondo. La persona si riadatta nel solito modo alle  circostanze, agli eventi, ai contesti che l’hanno coinvolta, anche lungo le generazioni precedenti.

Il secondo cambiamento è più lento, va stabilizzato perché dopo aver superato il problema bisogna imparare nuovi modi di comunicare, di relazionarsi, di reagire, di amare. E’ facile uscire da una difficoltà, più difficile è mantenere il benessere ed evolversi.

I primi  miglioramenti vanno osservati, accompagnati, rinforzati e protetti finché non si sente una forza più stabile. Ovviamente questo non significa non riconoscere il mutamento o squalificarlo ma imparare la prudenza, la costanza, la perseveranza perché la convinzione che scatta è che la terapia e il percorso intrapreso non essendo più urgente non è più importante, né necessario. Serve perciò un tempo congruo per verificare il cambiamento ottenuto e la persona può riconoscere e consolidare i risultati ottenuti.