Autoipnosi. Siamo tutti bravissimi.

A volte si incontrano persone che guardano fisse a terra, per aria, da un lato. Tu parli e loro non ti ascoltano, come assenti.

Sarà capitato anche a voi, qualche volta. Vi incantate. Poi qualcuno vi dice: “Oh ti svegli? Mi guardi”? E ritornate improvvisamente presenti, in questa realtà da cui eravate andati via per un po’. Dove? Non ve lo ricordate.

Lo facciamo tutti i giorni, mentre guidiamo, mentre ci trucchiamo, mentre ci asciughiamo i capelli, mentre giriamo il sugo o stiriamo.
I più bravi di tutti – diceva Milton Erickson – padre dell’Ipnositerapia – sono gli autisti, i taxisti. Stanno ore in fila nel traffico o davanti ad un semaforo e se ne vanno con la mente da un’altra parte mentre il corpo continua meccanicamente a fare le cose.

E’ una trance quotidiana normalissima, non indotta da qualcuno. La mente si riposa, se è vuota. Ma la mente vuota si ottiene con la pratica e la disciplina.
Invece la trance che viviamo, proprio perché non è guidata e inconsapevole, ci porta a vivere, a costruire una realtà parallela, fatta di persone, di luoghi, di frasi, di ricordi, memorie, fantasie, prospettive future e nostalgie.

Questa trance ci porta dentro un film che il più delle volte ci programma spesso in modo peggiorativo. Poi sentiamo arrivare l’ansia, la paura, l’insicurezza e si comincia a vedere il mondo brutto e pericoloso in una sorta di selezione tematica: vediamo solo i problemi, le malattie, quello che manca. E tuttò ciò si trasforma in ossessione dentro il cervello.

Allora stiamo attenti quando vediamo le persone distaccate, incantate, distratte. Svegliamole. Ma soprattutto stiamo attenti noi, non lasciamo mai che la mente si fissi perché non sappiamo poi l’effetto che ci farà.

La mente va educata, dovrebbe scorrere sempre, in continuazione come un ruscello. Così preserviamo la salute e non permettiamo che costruisca fuori, gli effetti spiacevoli di quelle che credevamo innocenti e inconsapevoli fantasticherie.

Vanno via sempre i più buoni, i migliori.

🤔 E’ da qualche mese che – purtroppo – sento ripetere questa frase. Sicuramente l’avrete sentita o pronunciata anche voi nel tentativo di consolare la persona che sta vivendo un lutto.

Io la ricordo bene. Me la dicevano spesso quando morì mio padre, prematuramente, in modo improvviso e inaspettato, tanti anni fa.

Ma ricordo anche, che a questa frase si accompagnavano sentimenti di rabbia, di ingiustizia, sensi di colpa che hanno reso lunga e difficile una vera elaborazione del lutto.

Mio padre era forse buono? Migliore degli altri? Per questo ha meritato la morte? Per questo Dio l’ha chiamato a sé così presto?

Ricordo anche che dicevano: “L’ erba cattiva non muore mai”. Quindi chi rimane e vive a lungo, è cattivo?

E allora, che senso ha cercare di essere buoni, onesti, di essere persone corrette, se poi non possiamo godere a lungo delle bellezze e dei piaceri della vita? Se poi, vengono premiati i “cattivi”, i corrotti e i disonesti? E che cosa significa essere buoni, essere cattivi?

A distanza di anni, penso che dovremmo smetterla di pronunciare questa frase, perché dietro il concetto di bontà si nasconde un’associazione con la sofferenza e con il dolore.

Sei buono se soffri nel silenzio, se ti sacrifichi, se espii le colpe degli altri, se sei generoso nonostante le privazioni e la povertà. Sei buono se non ti ribelli, se sopporti le ingiustizie, se perdoni sempre e comunque, se resisti eroicamente ad un destino avverso.

Non è una frase che dà forza; avvilisce chi rimane in vita e anche i morti. E favorisce l’ autosantificazione sull’altare della buona coscienza, dell’innocenza, dell’ingenuità e del vittimismo.

Anche Gesù è morto sulla croce per espiare e purificare il mondo dal peccato; si è sacrificato per salvare l’umanità. Ma l’uomo è cambiato? Ha liberato il mondo dalla corruzione e dal male? La risposta ce l’abbiamo tutti davanti agli occhi.

E Gesù, lo ricordiamo crocifisso, con il simbolo del martirio e della sofferenza, come per dire: “Hai visto? Non ce l’ha fatta nemmeno Lui. E tu piccolo uomo? Cosa credi di fare?
Perché invece non lo ricordiamo con i simboli delle azioni, delle parole, dei miracoli che ha compiuto? Perchè non celebriamo mai la vita, il piacere ma solo la sofferenza?

Allora, penso che vanno via le persone che devono andare via.E che Dio non ti strappa la persona che ami perché ne ha bisogno lui, perchè lassù c’è bisogno di angeli, come si sente comunemente dire.

Penso che ogni persona muore nel tempo, nel luogo, nel modo in cui deve morire. Buona o cattiva che sia stata (categorie morali costruite dall’uomo in base alla sua cultura), muore per conseguenza di scelte, azioni, reazioni, decisioni, certezze e convinzioni consapevoli e non. Muore per un destino, per una funzione, per un compito che doveva svolgere e che ha in qualche modo realizzato.
E anche se alla fine,non c’è un perché, non dobbiamo necessariamente cercarlo ossessivamente. Possiamo accettare la morte, questo si. Così com’è stata.

Allora rispettiamo tutti i morti e come sono morti, senza giudizi o proiezioni moralistiche.

Rispettiamoli nel loro destino così com’è stato e lasciamoli andare incontro a qualcosa di diverso e di più grande. Ci può rimanere un insegnamento, un compito da svolgere, qualcosa da correggere, da riparare, un progetto da realizzare.

E così, diamo forza a chi rimane, a chi ha il coraggio di vivere, di continuare a vivere. Qui, ora, così, nonostante tutto.

Nonostante tutto, IO RESTO.

Test. A chi per primo, riempi il piatto?

Molte donne si lamentano del fatto che il rapporto con il proprio compagno o con il marito non è più come prima. Soprattutto dopo la nascita dei figli. Lo avvertono distante, assente, silenzioso, spesso di cattivo umore. Poi ci sono i figli che pretendono sempre di più. Capricci, urla e pianti.

L’armonia familiare non è una fortuna né un caso, né va data per scontata. Alla base c’è un ordine naturale che se non viene visto e riconosciuto provoca il caos e tanto spreco di energia. E il cattivo uso dell’energia si sa, è la base della frustrazione.

Allora, senza fare troppi giri di parole, soprattutto perché la psicoterapia è uno strumento di conoscenza con risvolti pratici e applicativi che deve migliorare la vita, chiedo spesso. Come siete seduti a tavola? E a chi riempi prima il piatto?

Il 90% delle persone risponde: “Ai miei figli. Ma che c’entra?”

C’entra eccome! Adesso ve lo spiego.

Sembra una sciocchezza eppure il movimento di servire il piatto a tavola è una forma di comunicazione non verbale, invisibile ai più, che dice ai figli : Voi siete più importanti di me e di tuo padre. E anche dei tuoi nonni, se abitano con voi.

Il papà ovviamente guarda e non si accorge di questo significato, anche se il corpo lo percepisce. Ma può sentirsi trascurato, meno amato e magari si sente in colpa per aver pensato che lui non è più cosi importante e si sente un egoista. Sempre prima i figli, ci hanno insegnato. Così guarda e sta zitto.

Ma non ci si accorge che questi movimenti quotidiani, ripetuti per giorni e giorni, per mesi ed anni, strutturano un modo di pensare ed un comportamento che si riflette all’esterno.

Allora rimettiamo un po’ in ordine.

Ai figli si provvede responsabilmente certamente. Ma il figlio va educato a rispettare chi viene prima di lui: il papà, i nonni, un insegnante, la maestra, un fratello più grande. Quindi, il papà va servito per primo.

E il figlio guardando, saprà che in questo gesto c’è un valore, un rispetto, un’educazione che riequilibrerà le relazioni e i rapporti familiari ma anche quelli sociali. Ci saranno forse meno bambini viziati, prepotenti e maleducati.

Una persona mi rispose – dottoressa, sarà molto difficile. Non so se ce la faccio.

Ma se non siamo capaci di fare questo piccolo movimento, come possiamo prendere decisioni più importanti? Farci rispettare o Dire un No?

E voi? Ci volete provare? Ci saranno delle reazioni, capricci, resistenze (soprattutto dentro di voi) ma potrete osservare anche piccoli cambiamenti.
E anche vostro marito si sentirà più rispettato. E forse miglioreranno le cose anche con lui.

Un piccolo gesto, può innescare grandi cambiamenti. Ora è il momento giusto, avete tempo per stare in casa. Poi fatemi sapere come va.

Convivenza forzata h/24. Come resistere?

Non ce la faccio più! Sono sempre nervosa. Amo i miei figli e mio marito ma vorrei sparire e non vederli né sentirli più. Sono cattiva? Mi sento un mostro!

Chi non ha pensato o pronunciato questa frase?

E’ normale, siamo umani. Stiamo vivendo una situazione finora impensabile. Sembra quasi di vivere dentro un film di fantascienza.

Ma è la realtà. Dobbiamo accettarla e resistere nel  miglior modo possibile.

Siamo cattivi? No.

La rabbia, il nervosismo, il cattivo umore sono la risposta ad una frustrazione, cioè non poter ottenere qualcosa che ci è necessario, la soddisfazione di un bisogno. Ed il corpo è il primo che ci lancia il suo messaggio. Ha bisogno di spazio, di sole, di aria, di movimento, di abbracci ma anche di privacy, di solitudine, di silenzio.

E come si fa quando ci sono i figli che chiedono continue attenzioni, che piangono, urlano, fanno i capricci? Come si fa quando si vive in pochi metri quadrati? Come si fa quando si vive con una moglie, un marito o con genitori con i quali i rapporti erano già difficili e conflittuali prima?

Prima di questa emergenza, riuscivate a sopportare meglio perché quando andavate al lavoro o a fare la spesa, i bambini li lasciavate a scuola o con il papà, la mamma, la nonna, la baby sitter. Avevate il lavoro, la palestra, le uscite con gli amici.

Convivere non significa vivere attaccati h/24, stare fisicamente insieme tutto il giorno.

Allora vi suggerisco una strategia, la potrei chiamare: non ci sono per un pò.

Si tratta di  organizzarvi  e di mettervi d’accordo con il vostro partner o con un genitore, se vive con voi.  Bisogna immaginare di fare in casa ciò che facevate prima, per organizzarvi ad uscire. Esempio.

A turno, chiedete una pausa di un’ora, o di più se ci riuscite, un tempo solo per voi.  Potete ritirarvi nella vostra stanza a dormire, riposare, leggere o fare un bagno rilassante, ascoltare una musica, fare una telefonata senza essere interrotti, guardare un film, andare in giardino, se lo avete.

Il patto è: in quell’ora nessuno vi deve disturbare, devono far finta che non ci siete. E rispettare questo accordo.

Poi a turno lo farà l’altro.  Anche per i bambini potrà essere come un gioco.

E se il partner non c’è perché lavora? Chiedete la collaborazione quando torna. E’ vero che sarà stanco, ma comprenderà quanto è stato difficile per voi, stare tutto il giorno in casa senza uscire.

Bisogna sopportarsi e supportarsi a vicenda.

Non sarà molto ma queste programmazioni quotidiane, dovrebbero diventare una routine perché vi serviranno per rigenerarvi un po’.

Non si tratta di essere egoisti. E’ una necessità biologica del corpo. Non si può stare h/24 insieme agli altri. Il corpo va in stress e si reagisce poi emotivamente e psicologicamente in modo esagerato. Il corpo è il primo spazio della psiche e questo spazio va tutelato imparando a prendersi le pause, la privacy, la giusta distanza dagli altri.

E’ cambiata la nostra vita e la quotidianità. Per  adattarsi  bisogna imparare e mettere in atto nuovi comportamenti.  E vedrete sarà utilissimo anche per dopo. Avrete imparato ad ascoltare meglio i vostri bisogni,  a rispettare voi stessi  e soprattutto a farli  rispettare agli altri.

Il Cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita.

Mettendo in ordine la libreria, mi sono ritrovata tra le mani, il libro di Nassim Nicholas Taleb. Ho riletto alcuni passaggi che condivido con voi.

Il cigno nero è un evento inaspettato, imprevedibile che ha un impatto enorme sulle nostre vite. Il successo di Google, l’11 settembre, il crollo di Wall Strett, lo tsunami del 2004. E il Coronavirus potrebbe essere un Cigno nero?

Cosa ci dice? Che il futuro è imprevedibile e che basta un evento inaspettato per demolire le nostre certezze. Che il nostro modo di ragionare basato sull’interpretazione del passato non è sufficiente nè ci dà garanzie sul futuro che verrà.

Per spiegarlo meglio vi riporto uno stralcio.

Imparare dal tacchino.
“Pensate ad un tacchino a cui viene dato da mangiare tutti i giorni. Ad ogni pasto si consolida nella sua convinzione che una regola generale della vita sia quella di essere sfamati quotidianamente da membri amichevoli della razza umana che pensano solo al suo interesse, come direbbe un buon politico.

Poi però, il pomeriggio del mercoledì che precede il giorno del Ringraziamento, al tacchino succede una cosa imprevista, che lo spinge a rivedere le sue idee. Cosa può apprendere l’animale su ciò che lo aspetta il giorno dopo sulla base degli eventi del giorno prima?

Il problema del tacchino può essere generalizzato a qualsiasi situazione in cui la mano che vi dà da mangiare è la stessa che vi tira il collo. Eppure il tacchino ha imparato dall’esperienza. Si sentiva più sicuro anche se la sua fine era prossima”.

Il cigno nero è un problema di conoscenza.

Abbiamo aspettative, costruiamo ipotesi e previsioni che si basano su esperienze passate. E noi cosa possiamo fare oggi? Imparare a non essere troppo creduloni, che il futuro non possiamo prevederlo e che dovremmo iniziare a pensare con una mente aperta ad infinite possibilità.

Pronti a sfruttare a nostro vantaggio le situazioni che possono essere create dall’improbabile Cigno nero che può sempre accadere nelle nostre vite.

Magari saremo meno sicuri senza le nostre certezze e le nostre previsioni ma forse più liberi dalla paura del futuro e dell’ignoto.

Proteggete i vostri bambini.

“Cara dottoressa, sono molto preoccupata per mio figlio. Da qualche giorno, non dorme più. Si sveglia, piange, dice che ha paura del Coronavirus. Io non so cosa fare. Mi sembra una reazione esagerata”.

Questa lettera mi dà l’opportunità di scrivere qualcosa  e provare a dare una  risposta che possa essere utile anche ad altri.

I bambini non hanno reazioni esagerate. Come tutti, hanno reazioni logiche. Reagiscono in base ad una legge biologica vitale che è insita in ognuno di noi. E rispondono con sintomi, reazioni emotive e cambiamenti di comportamento.

Sembrano esagerati perché sono meno strutturati di noi. Il loro cervello è ancora in formazione e le strategie di adattamento al mondo esterno non sono come quelli degli adulti. Sono più esposti alle paure perché non hanno filtri cognitivi.

Noi ormai siamo assuefatti da tante informazioni, abbiamo strumenti che ci permettono di adattarci ad un mondo  che percepiamo come un nemico.  Viviamo in un continuo stato di allarme, abbiamo paura di ammalarci, di morire, di rimanere soli. Abbiamo paura dell’altro, del vicino che ormai è diventato il “sospettato”.

Tutto questo viene assorbito dall’unità psico-organica e ognuno di noi lo metabolizza e lo espelle attraverso sintomi e comportamenti  inusuali.

Cosa possiamo fare?

Tranquillizzate i vostri bambini. Abbracciateli, fateli sentire al sicuro tra le vostre braccia, nella vostra casa.  Occupateli con i giochi, le lettura, le cosa da fare insieme. Soprattutto parlate loro in modo semplice, spiegando cosa sta succedendo ma senza allarmismo, spiegando che fuori c’è il mostro da combattere. A loro non serve.

Soprattutto non esporli alla TV, ai TG, che parlano di malattia e morti. Come  credete che possa reagire un bambino a questo continuo martellamento,  a questo stolkeraggio mediatico  che subiscono insieme  a voi,  o peggio alle immagini di persone mascherate con una tuta isolante che sembrano ai loro occhi come alieni,  a immagini di bare che sfilano nelle strade delle loro città?

C’è  chi potrebbe obiettare che i bambini devono conoscere la verità. Ma qual è la verità?

Siamo sicuri che questa  sia l’unica verità?  Noi conosciamo per ora, solo quello che ci fanno vedere, prendiamo per buono tutto ciò che dice la  TV.  Ma  questo è un tema che non serve e non  voglio approfondire qui.

Non guardate la TV, soprattutto quando mangiate. Per aiutare i vostri bambini e proteggerli  dovete essere prima voi genitori a disintossicarvi. Perché se siete voi per primi a credere alla morte imminente, se state tutto il giorno ad aggiornarvi sull’andamento del coronavirus, se siete iper-attenti ad ogni sintomi di tosse o starnuto, se vi mettete a letto con la paura di una crisi respiratoria, sarete voi  i primi a creare un’atmosfera familiare di pericolo.

Se avete la fortuna di avere un piccolo giardino, state fuori  il più possibile. Mantenete il contatto con la terra, con il sole, con l’aria che sono le vere fonti per rafforzare il sistema immunitario e il senso della vita.

Poi suggerisco per chi non li conosce i fiori di Bach.

A portata di mano  Rescue Remedy che è un pronto soccorso.

E poi fatevi preparare questa combinazione: star, mimulus, walnut, white chestnut, impatient.

Se ne prendono 4 gocce sotto la lingua 4 volte al di.

E poi respirate, fate meditazioni, yoga, esercizi fisici, guardate film rilassanti, cartoni animati, letture piacevoli. E per chi vuole, ci sono tanti canali di informazione on line alternativi che forse possono contribuire a farvi svegliare e magari abbassare il livello della paura. Ricercate e verificate di persona.

Fatelo per i vostri bambini e i vostri anziani.

Aspettando con pazienza  la fine della follia, vi abbraccio.

Una pratica di Benedizione e di guarigione.

In questi momenti difficili, voglio condividere con voi una pratica buddista molto preziosa ed efficace per mantenere l’equilibrio, rinforzare la salute per se stessi e i propri cari 💪😍

Sarebbe stato più efficace un video o un audio, pian piano mi ci avvicinerò. Nel frattempo se avete pazienza, potete continuare a leggermi. Scrivere, mi riesce meglio. 😉

Questa pratica è stata tramandata da una grande monaco buddista vissuto in Tibet nell’XI secolo. L’ho conosciuta circa otto anni fa, quando in un momento di difficoltà e di ricerca personale, mi imbattei nel libro di Cesare Boni, “Dove va l’anima dopo la morte”? Un libro che non parla di morte ma di vita. E che mi auguro possiate scoprire anche voi.

PRATICA TONGLEN ( da Ton = dare e Glen = ricevere).

Trovate un luogo privato, in cui per qualche minuto potete stare in tranquillità. Iniziate sedendovi per terra o su una sedia con la schiena dritta.🧘‍♀️🧘‍♂️

Chiudete gli occhi e portate l’attenzione al vostro respiro. Osservatelo. Solo questo. Così come entra e così come esce. Non c’è nessuno sforzo. La mente si quieta subito.

Se arrivano pensieri e immagini, quando ve ne accorgete, osservateli e riportate l’attenzione sul respiro.

Individuate il vostro problema. Sia fisico che mentale o emotivo. Quello fisico è più facile, per quello psicologico o emotivo bisogna fare un po’ di introspezione.
Una volta individuato, immaginate davanti a voi la figura di un essere di luce, di un maestro spirituale, di un santo, della compassione, del vostro sé. Ognuno lo immagini a modo suo.

Immaginate ora da un lato il vostro problema come una parte oscura; dall’altro una luce di guarigione, di compassione, di benedizione.

Poi attraverso il respiro inalante, risucchiate dentro di voi il vostro problema e con il respiro esalante espiratelo nella luce. Poi inspirate, risucchiate la luce ed espiratela, soffiatela nella parte oscura, nel problema.

Si darà un’alternanza tra la luce e il buio, tra il dare il ricevere, fin quando la parte oscura diverrà più luminosa.
Potete usarla per voi stessi o per qualcuno che amate.

Se lo fate per qualcun altro, al posto del vostro problema, mettere la persona che volete sostenere. Inspirate la luce e soffiatela nella persona.

E’ una pratica preziosa e potente.

Praticatela. Pian piano ne sentirete i benefici.

Litigi e provocazioni, come disinnescare la bomba.

Vi è mai capitato di cadere nelle provocazioni? Un marito, una moglie, un fratello, un genitore, un collega, un amico, anche un figlio. Vi sollecita con osservazioni, richieste, domande, critiche, risposte. E anche se voi non avete alcuna voglia di reagire e vi sforzate di rimanere calmi, dopo un po’ scoppiate.

La provocazione è uno stimolo, come un bussare con insistenza affinchè apriate la porta. L’altro prevale emotivamente utilizzando parole, sguardi, espressioni facciali, gesti, anche con un silenzio ostinato, insomma con tutta la gamma della comunicazione non verbale. E quando ti sei arrabbiata ormai la frittata è fatta. Scattando, hai aperto la porta e l’altro è entrato nella tua zona di integrità, di tranquillità, di equilibrio, hai fatto entrare dentro quel virus che sconvolge la tua interiorità, le tue emozioni.

Come si fa a non cadere nelle provocazioni?
Non è facile perché la pancia è la prima che reagisce.

Bisogna disinnescare la bomba. Come?

1. Prima di tutto, è utile sapere che tutti e due fate parte di una stessa dinamica, siete in qualche modo collegati. Come se la relazione fosse una pila con i suoi due poli: il contatto produce energia. Ma di che tipo?

2. Poi bisogna conoscere la propria polarità, cioè le proprie permalosità, facendo attenzione a quali parole risuonano dentro, quali gesti, quali toni di voci o sguardi. Insomma imparare a cogliere nell’interazione, quell’energia sottile o campo di risonanza in cui sono attivi pensieri, ricordi, emozioni e sentimenti che si attivano in ogni relazione;

3. se ci riesci, ti accorgi che ciò che vivi ora, ciò che ti fa scattare, non è nuovo ma l’hai già conosciuto in passato, con qualcuno della tua famiglia. Può essere un papà, una mamma, una nonna, un maestra e la persona che hai oggi difronte a te, ti rimette davanti a ciò che non hai visto, riconosciuto e superato allora;

4. per fare questo, bisogna avere un’attitudine all’introspezione, all’ascolto di sè o acquisirla con un percorso di conoscenza personale, pratiche di meditazione, di respirazione, di ascolto del corpo. Cioè si tratta di individuare, riconoscere, superare, lasciar andare, trasformare le antiche gelosie, le sproporzionate aspettative, le personali svalutazioni, gli infantili bisogni di attenzioni, di approvazioni, di riconoscimenti ai quali sei ancora appeso con la tua rabbia, le tue recriminazioni, le tue memorie.

Ma è più facile da fare che da pensare.

Basta un po’ di attenzione e di disponibilità all’autosservazione e predisporsi a cogliere certi segnali in modo più maturo, adulto, responsabile, consapevole.

Così appena senti nell’aria l’odore di una provocazione, la riconosci e reagisci in modo adeguato, diverso, con l’indifferenza o dando nuove risposte, attuando nuovi comportamenti.
L’altro agirà a vuoto, perché la bomba l’hai disinnescata prima dentro di te.

Le canzoni: incubazioni alla violenza e alla schizofrenia.

“Senza la musica, la vita sarebbe un errore”, diceva Friedrich Nietzsche.
Mi viene da aggiungere: senza la Vita, la musica veicola un errore, una patologia: quella della persona che la produce. Perché certe canzoni e un certo tipo di ritmo e di vibrato, si rivelano gli incubatori preferenziali della violenza e della schizofrenia.

Sto seguendo da qualche giorno i dibattiti e le polemiche sulla scelta di certi cantanti a Sanremo. In particolare, ho visto il video di Red Ronnie, che riflette profondamente sul tipo di musica che ascoltano i nostri giovani e con cui concordo totalmente.

Come professionista che si occupa anche di adolescenti, non posso non fare una mia considerazione.

Da anni osservo un decadentismo musicale. I giovani si indentificano sempre di più con la musica, vivono di musica, stanno dentro la musica. Riempiono piazze e stadi seguendo i loro idoli, ma soprattutto stanno incollati ore alle loro cuffie, nell’isolamento totale dalla realtà, nutrendosi a loro insaputa e a quella dei genitori, di codici musicali che sono programmazioni subliminali alla violenza, alla malattia, alla depressione, all’alienazione mentale. Canzoni che sono contagi, infezioni psichiche che si insinuano attraverso il luogo ritenuto suprema arte, come la musica.

Non tutta la musica è sana. Il ritmo entra in risonanza con la nostra biologia. Ci sono canzoni che producono vitalità, che fanno “anima” e altre che avviliscono, che danneggiano anche in senso neurologico.

La canzone veicola informazioni che invadono la psiche. L’informazione è un’energia che formalizza, cioè è un’immagine uditiva e visiva che agisce, immette una forma nell’attività psichica, nell’unità psico-organismica del soggetto che la riceve, e la cambia. Lo scopo è mediare il proprio messaggio che spesso è il male che l’autore porta dentro di sé. Un messaggio che come diceva il grande Marshall McLuhan, “massaggia” emotivamente.

Noi non sappiamo più discernere la musica vitale da quella distonica alla salute, perché siamo disconnessi con le percezioni del nostro centro diaframmatico-viscerale, dove risuona il vibrato del suono e della parola. Musiche osannate dai giovani che invece sono i veicoli di una malattia globalizzata, un’ossessione dentro la testa per distruggere l’anima.

E allora, non c’è più posto per i padri, per le madri. Sono inutili i giudici, i medici, gli psicologi, gli insegnanti, i politici che per quanto sudato e onesto impegno mettano nel prevenire e contrastare l’esplosione della violenza e della delinquenza sociale, di fatto rimangono sotto scacco, impotenti di fronte alla violenza veicolata da certe canzoni.

Una violenza e un’alienazione legittimata dai mezzi di comunicazione, legittimata dalla politica, dalle istituzioni, dalle organizzazioni “culturali”, presentata e mascherata dietro il diritto dell’espressione libera dell’arte. Un’arte che insemina, alimenta e diffonde come virus, ossessioni mentali che poi si proiettano all’esterno come comportamenti violenti e autodistruttivi.

Ma una società, una cultura che esalta la violenza e la legittima, è complice del proprio male che sta distruggendo generazioni di giovani. E noi siamo complici quando non osserviamo, quando partecipiamo acriticamente e passivamente all’ascolto di certi programmi e di certe musiche.

La vera musica e la vera arte, dovrebbero essere espressione dell’èlan vital dell’uomo, dovrebbero collegarci con la salute, l’esuberanza, la gioia di vivere.

Ascoltarla dovrebbe rispristinare l’Iso di natura, la norma della salute, tonificare le funzioni psicorganiche, di chi la fa e di chi l’ascolta. Una musica che oltre la vitalità, favorisca anche la trascendenza, cioè l’entrata in una forma di trance, di meditazione, di percezione pura dell’essere. Che ci colleghi ad un amore grande, alla nostra origine divina che rinforza e conferma la nostra identità come umani. Siamo un pensiero, un amore, siamo figli dello Spirito.

Riflettiamo su questo e prendiamoci la responsabilità di scegliere, di selezionare le informazioni che ci invadono ogni giorno e controlliamo i nostri figli, la musica che ascoltano, i personaggi che esaltano e che imitano. Perché depressioni, tristezze, violenza, comportamenti asociali, apatia, isolamento, non sono sempre e solo frutto di conflitti e irrisolti familiari. Sono anche l’effetto di incubazioni patologiche e aliene che passano attraverso il canale insospettabile di un certo tipo di musica.

Sta a noi il compito di educarli alla vera arte e, per quanto possibile, proteggerli.

Genitori sotto ricatto

Ricattati da chi? Dai propri figli.
Sono i genitori preoccupati che vogliono convincere i figli puber-adolescenti a fare un percorso di psicoterapia o qualche colloquio con la psicologa per analizzare e cambiare comportamenti che loro non capiscono e non sanno gestire.

Sono genitori che lasciano ai figli, ancora bambini, le chiavi di casa. Che stanno svegli la notte perché non sono ancora rientrati, che non condividono le loro pretese, i comandi, i comportamenti aggressivi e irrispettosi ma non osano parlarne, non osano chiarire. Perché?

Perché sono spaventati dalla verità che potrebbe emergere dietro certi comportamenti e ammettere le loro debolezze e responsabilità.

Sono genitori sotto ricatto emotivo di figli che sottilmente fanno capire che: “ Se non mi dai questo, se non ottengo quest’altro, vedi che succede”.
“Perché tu mi hai messo al mondo e quindi tu mi devi. A modo mio”.

E i genitori sono terrorizzati di intervenire in qualsiasi modo. Hanno paura che scappino di casa, che si suicidino. Già il tabù del suicidio. Solo pronunciarlo, mette paura. Cosi non impongono regole nè orari da rispettare, in una sorta di soggezione che impedisce loro di esercitare con autorevolezza la funzione genitoriale.

I figli sentono che i genitori sono deboli, che hanno paura, sentono se in loro c’è o non c’è un interesse emotivo verso di loro. Sono genitori che si comportano come figli, che fanno richieste d’amore da figli, genitori assenti emotivamente, occupati a risolvere problemi personali, economici, sentimentali. A loro basta guardare i risultati a scuola. Se va bene, è tutto normale.

Non si intromettono, non si immischiano della loro vita emotiva e sociale per rispetto della privacy, non controllano il cellulare per la privacy, non chiedono con chi escono, chi frequentano, dove vanno per la privacy. La privacy di figli che hanno appena 12-16 anni e ci si ritrova dentro una trappola da cui non si sa più come uscire.

Il ricatto bisogna prima ammetterlo, riconoscerlo per poi liberarsene. Come?

Con una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità.
Con un’educazione in cui si riconoscano e si rispettino ruoli e posizioni, dove chi viene prima va rispettato da chi viene dopo, dove il genitore fa il genitore e il figlio fa il figlio.
Con una nuova attenzione ai sentimenti, insegnando a parlare di come ci si sente, ad ascoltare con il cuore, a guardarsi e “vedersi”, cogliendo i segnali di una sofferenza o di un disagio.

Un’educazione in cui il figlio possa confidarsi senza sentirsi giudicato, libero dalle aspettative, dalle pretese e dalle proiezioni dei suoi genitori. Sentire che può fidarsi e quindi costruire quella personale fiducia di base che non si trova in nessun altro all’infuori di se stesso.

Ma per fare questo bisogna essere veramente “genitori”, che non è un fatto biologico ma una dimensione psicologica ed emotiva, un livello di coscienza che si costruisce e si raggiunge attraverso un profondo lavoro personale.

L’accanimento psicoterapeutico. Aiutare è anche dire: “Non posso più fare niente per te”.

Ci sono persone che nonostante le cure e le molte terapie non guariscono, non riescono proprio a migliorare. Che si tratti di relazioni conflittuali, di situazioni esistenziali difficili o di sintomi fisici è la stessa cosa: si ritengono sfortunate, casi unici, incomprese.
Queste persone vivono in modo quasi eroico la loro condizione e mettono in difficoltà chi vuole aiutarli facendoli sentire incompetenti, inutili, impotenti, stupidi.

Medici, psicologici, terapeuti, professionisti dell’aiuto si danno da fare, mettono in campo tutte le loro competenze, la loro esperienza in una forma di “accanimento terapeutico o psicoterapeutico” ma niente, l’altro sta sempre male, si lamenta, non funziona niente. Perché?
Anche se è vero che esistono terapie più o meno efficaci, e professionisti più o meno bravi, la chiave della soluzione ce l’ha sempre la persona: è una scelta personale, responsabile e profonda di un’anima che dice si o no alla vita.

Stare bene significa scegliere la vita, la salute, l’armonia. Significa fare scelte a volte difficili, darsi nuove opportunità, esporsi ai rischi di essere criticati, esclusi, non amati, di rimanere soli.
Molti non ce la fanno e per non correre questi pericoli boicottano il cambiamento e anche la terapia, qualunque essa sia.

Dentro di sé, ognuno sa che non vuole cambiare, che è troppo difficile e complicato, che non è pronto a viverne le conseguenze; forse sta ancora bene dove sta, non è ancora arrivato al limite della sofferenza, ancora ha dei vantaggi nella vita che “sopporta”.
Basta riconoscerlo e non incolpare gli altri. Già questo cambio di atteggiamento porta con sé più serenità e armonia.

Ma è importante che il professionista dell’aiuto e chi vuole sostenere un familiare, riconosca questo momento, questa scelta dell’altro e si fermi, si faccia da parte, dicendo anche: “Non posso più fare niente per te”. E rinunciare a “curare o voler guarire” con arroganza, con superbia.

A volte avvengono piccoli miracoli. La persona si sveglia, vede finalmente il proprio atteggiamento, le pigrizie, le paure, le comodità, le pretese, ma anche le proprie risorse, il coraggio, la forza, la voglia di una nuova vita. E può emergere il sentimento sopito del desiderare: lo avverte, lo percepisce. E scatta la scelta, sente la voce che dice finalmente: SI. Lo voglio.

Nel “non posso più fare niente per te”, c’è un amore verso la forza dell’altro, un amore per la sua anima e il suo destino, qualunque esso sia.

Quando dietro l’amore si nasconde il disprezzo.

Ho notato che spesso, nelle parole e nei comportamenti, si esterna una forma di amore che in realtà sottolinea l’inferiorità dell’altro e invece di amarlo, lo si disprezza.

Mi è capitato di osservarlo dietro molti atteggiamenti paternalistici e sentimentali di un padre, di una madre, di amici ma anche di alcuni sacerdoti. Ma lo ritrovo anche dietro molte professioni di aiuto, dietro forme di comprensione di tipo legale, medico, psicologico e attività filantropiche.

Loro ti dicono: “Io ti amo, ti comprendo, ti sono vicino” in un modo che sottintende: “perché sei piccolo, sei debole, hai bisogno di me, per fortuna che ti amo io altrimenti..”.

E’ un amare che serve per confermare la propria superiorità. Ma l’altro non cresce e si lo si impoverisce della sua dignità.

Questo tipo di amore non ha niente a che vedere con il vero amore. E’ come fare e ricevere l’elemosina. E mentre te lo dico, ti confermo che sei inferiore, che non vali niente perché hai valore solo perché ti amo io e sono vicino a te.

“Io ti amo”. Perché?

Non c’è un perché. Ti amo perché mi piace amarti, perché quando sono con te la vita è più bella, perchè mi fai sentire bene, perchè per me è così.

Ti amo perché sei un valore che arricchisce anche il mio esistere e insieme esaltiamo la nostra esistenza e si rafforza la fierezza di esistere così come siamo.

Non è più bello amare così?

Senza vergogna.

“Gentile dottoressa, le scrivo perché da sempre, fin dall’adolescenza, ho avuto un grande pudore nel parlare delle mie cose intime. Mi vergogno ancora oggi di esporre il mio corpo nudo davanti agli altri anche se in famiglia, girano disinvolti senza indumenti. Eppure mi dicono che ho un bel fisico, e anche con il mio ragazzo non ho problemi. Ma mi imbarazzo a fare o ascoltare certi discorsi legati all’intimità e al sesso. Sento le mie amiche raccontare disinvoltamente dei loro rapporti sessuali e mi prendono in giro. Mi dicono che sono troppo timida, antica, inibita e che dovrei parlare con uno psicologo. Lei cosa ne pensa?”

Prendo spunto dalla mail di questa giovane ragazza di 19 anni, per parlare – seppur sommariamente – di un sentimento che va riconsiderato secondo categorie culturali e sociologiche perché si rischia di psicologizzare, psicoanalizzare, giudicare comportamenti e reazioni individuali avulsi dal contesto socio-culturale dei nostri tempi.

Oggi non ci si vergogna più di niente. E’ vero. Lo vediamo tutti ogni giorno. Non si conosce più il sentimento del pudore, dell’esposizione di se stessi, non solo a livello fisico ma dei comportamenti, dei discorsi, dei racconti.

Oggi con l’avvento dei social, se vuoi esistere, se vuoi essere qualcuno, devi esporre il tuo corpo, ma soprattutto i tuoi sentimenti e dare in pasto a tutti la tua intimità.
E’ come se non vergognarsi più di niente, significasse aver raggiunto un livello evolutivo e di libertà che ci distanzia da un passato deprimente e repressivo perché la vergogna e il pudore sono sinonimi di repressione, di introversione, di chiusura in se stessi e quindi sono patologici.

Di questo è responsabile sicuramente una certa psicologia che vede nel pudore, una forma di inibizione, di repressione degli istinti, un disadattamento sociale che va curato. E per curarlo, hanno dato un grande contributo quelle trasmissioni televisive che hanno fondato il loro “core-business” sulle intime rivelazioni di personaggi famosi e di persone comuni, sulle confessioni di segreti personali, ostentazioni di aspetti intimi di sé, della propria famiglia, della vita affettiva e sessuale.

Ma si, rendiamo tutto pubblico, in una sorta di voyeurismo e di pornografia dell’anima.

E la cosa peggiore è che questa mancanza di vergogna viene vista come una virtù perché se non ti vergogni di niente significa che non hai niente da nascondere, quindi sei una persona sincera e limpida.

Essere senza vergona, senza pudore, senza segreti diventa la misura di una salute individuale e sociale.

Cosi i giovani, imparano a dare se stessi in pasto a tutti, il loro sentire diventa una proprietà comune. Non custodire più nulla per sè, significa appartenere a tutti in una sorta di “comunismo” dell’intimità che in realtà omologa ancora di più ad una società che vuole l’esposizione continua, senza saziarsi mai.

Ma il pudore è una qualità dell’anima; è innata ma va anche insegnata, curata e difesa.

Allora, rispondendo a questa ragazza, posso dirle che rivendico personalmente il diritto del sentimento della vergogna e del pudore e mi sottraggo a quell’omologazione della società che ci vuole tutti “prostituti” e che ci induce ad esercitare e seguire questa psico-pornografia.

Sono bigotta? Antica? Repressa? Frustrata?Disadattata?Forse si, per gli altri. Ma sto bene così. Il criterio di verifica è la mia salute, il mio equilibrio, il mio senso della felicità.

Psicologia del benessere, in vacanza

Tempo di ferie. Interrompiamo la solita routine fatta di luoghi, persone, pensieri, obblighi, impegni. Così ci rilassiamo, ci divertiamo, ci sentiamo alleggeriti e proprio in queste circostanze, senza accorgercene rischiamo di entrare con superficialità nella relazione con l’altro, cioè perdiamo la vigilanza del nostro corpo, del nostro spazio fisico ma anche di quello emotivo e ci ritroviamo all’improvviso, con l’umore cambiato.

Allora, vi svelo qualche “trucchetto” per mantenersi vigili, cioè consapevoli e compresenti mentre siamo insieme agli altri.

  1. Prima di tutto bisogna sapere che è importante imparare ad avere un costante riferimento dentro di sé, rimanere in contatto con il corpo che continuamente ci dà segnali di come stiamo vivendo l’interazione con l’altro. Quindi, mentre parliamo (anche al telefono), è utile mantenere l’attenzione su una parte del corpo (naso, mani, pancia, ecc.) o anche su un accessorio che decidiamo come riferimento ( una chiave, un fazzoletto, un orologio, ecc..).Lo scegli e non te ne distacchi.
  2. Evitare ogni tipo di pettegolezzo, di chiacchiere a vuoto, perché è un entrare nella psicodinamica di un’altra persona, nei sistemi familiari altrui e se ne esce in qualche modo influenzati e anche “inquinati”. Insomma, farsi i fatti propri. A meno che non lo si faccia per lavoro ma lì si presuppone ci sia un’adeguata preparazione tecnica di come “entrare e uscire” rimanendo integri psicologicamente e moralmente.
  3. Infine, non sforzarti di parlare, di scherzare, di sorridere, di partecipare a qualcosa che percepisci appunto come una forzatura. Anche se ti trovi tra amici o parenti e ti sembra che ci possano rimanere male o pensare male di te. Perchè sforzarsi è una forma di “prostituzione” della propria vitalità in situazioni che ormai non sono più di valore per te. Quando la voglia di stare insieme è svanita, è bene congedarsi in modo educato ma fermo. E se proprio ci devi stare per obblighi importanti, bisogna imparare il distacco interiore, cioè ascoltare senza coinvolgimento emotivo.
  4. Non è difficile e farai l’esperienza di una maggiore vitalità e stabilità emotiva. Come dice qualcuno: Non credere ma verificare.

La fuga nella salute

Accade di frequente che dopo pochi incontri, a volte solo uno, la persona che cerca aiuto, abbia un discreto miglioramento sia del suo sintomo che dello stato emotivo generale. Crede quindi di aver risolto i suoi problemi e di aver recuperato la sua performance relazionale o sociale. Così disdice gli incontri successivi o non prende altri appuntamenti perché dice di stare meglio. Questo è ciò che chiamo fuga nella salute: la terapia ha aperto nuove possibilità e favorito il manifestarsi di nuove potenzialità che non si sanno ancora gestire. Dopo qualche mese, spesso si ripresenta una recidiva o il problema.

E’ utile sapere che ci sono due tipi di cambiamento. Il primo è facile innescarlo, a volta basta un incontro per stare meglio. La persona ha già in sé le potenzialità dell’autoguarigione; il corpo ha la sua capacità di autoripararsi e il terapeuta aiuta la persona e la famiglia a riprendere il suo equilibrio senza forzare. Questo primo cambiamento è repentino, veloce ma anche delicato perché poi si ripristinano facilmente le dinamiche  individuali e familiari che servono per proteggere la struttura psicologica  e il “copione” di fondo. La persona si riadatta nel solito modo alle  circostanze, agli eventi, ai contesti che l’hanno coinvolta, anche lungo le generazioni precedenti.

Il secondo cambiamento è più lento, va stabilizzato perché dopo aver superato il problema bisogna imparare nuovi modi di comunicare, di relazionarsi, di reagire, di amare. E’ facile uscire da una difficoltà, più difficile è mantenere il benessere ed evolversi.

I primi  miglioramenti vanno osservati, accompagnati, rinforzati e protetti finché non si sente una forza più stabile. Ovviamente questo non significa non riconoscere il mutamento o squalificarlo ma imparare la prudenza, la costanza, la perseveranza perché la convinzione che scatta è che la terapia e il percorso intrapreso non essendo più urgente non è più importante, né necessario. Serve perciò un tempo congruo per verificare il cambiamento ottenuto e la persona può riconoscere e consolidare i risultati ottenuti.

Il consumismo della personalità

Ultimamente sto incontrando giovani, dai 12 ai 19 anni. Sono portati in terapia dai genitori preoccupati perché li vedono strani, sofferenti, arrabbiati. E dopo un momento di sospetto e di resistenza, questi giovani confidano le loro paure, la loro insicurezza.

Avverto la viva sofferenza della loro anima che cerca ascolto, comprensione e una via di uscita da un dolore che non riescono a spiegare.

Aldilà dei noti “imprinting” familiari che ogni psicoterapeuta riconosce, agisce fortemente l’ambiente che massifica, spaventa, condiziona, impone regole, identità da imitare, in cui identificarsi per chi vuole essere “vincente” e fuori da queste regole non sei niente.

Osservo questi giovani che si avvicinano, si conoscono, si organizzano, fanno amicizia attraverso le loro maschere, i loro copioni. Escono dalle loro famiglie per conoscere se stessi, vogliono sperimentarsi attraverso il confronto con gli altri per scoprire la loro unicità. Ma vengono invasi da stimoli, da richieste a diventare ciò che non sono, innescando paure, dubbi, sentimenti di inadeguatezza mimetizzati con comportamenti superficiali,nascosti dietro sorrisi falsi e forzati.

Se qualcuno prova a dire: “Sto male, non ce la faccio più”- la risposta dei coetanei è spesso di scherno: “Che cretino! Ma fatti uno spinello!”.

Così si banalizza il vissuto interiore affinchè il giovane sensibile e diverso, ritorni scemo come gli altri, cioè vuoto dentro, senza alcuna attività di pensiero, di introspezione. Così quando si riuniscono, ognuno di loro viene sottratto e si sottrae alla propria interiorità.

La maggioranza di questi giovani vuole essere alla moda, internazionale, libera non sapendo che sono merce di un mercato che costruisce il business attorno a loro, con quel tipo di musica, di moda, di fumo, di bere, di comportamenti, di abitudini, di linguaggio. E sono merce che non cresce, che non si evolve perché i “mercanti di schiavi” hanno interesse che consumino la loro personalità.

Tutto il consumismo è il consumismo della personalità.

E gli adulti? E i genitori? Stanno a guardare, merce anche loro. E osservano questi figli che potrebbero avere in mano la vita e non lo fanno, e potrebbero avere tutto e non fanno niente e vedono in loro la loro colpa personale ormai sconfitti dalla loro storia.

E chi non ha costruito si ritrova invecchiato precocemente più che nel fisico nell’anima, e non aspetta altro che la pensione per ritirarsi da quella vita non vissuta che lo chiama e che ancora urla.

A questo punto, è inutile fermarsi a dare colpe. Possiamo iniziare da ora, da subito a rompere gli schemi, ognuno per proprio conto ritornando alla propria interiorità.

Oggi più che mai, ritengo indispensabile percorsi psicoterapeutici esistenziali per uscire dall’alienità imperante, per riprendere quell’elàn vital della nostra umanità.

Per imparare ad esercitare la ribellione, la disobbedienza, per portare nel mondo il nostro scandalo, cioè esercitare e manifestare, storicizzare la nostra unicità, la nostra vera e autentica personalità.

E lo ritengo necessario per i giovani, quei pochi ma diversi ancora vivi. E per quei genitori che hanno il coraggio di mettersi in discussione e che possono offrire ai propri figli l’opportunità di una liberazione, di una crescita personale che non hanno potuto o voluto fare loro.

E se fosse il terapeuta a diventare dipendente del cliente?

La dipendenza. Un argomento vastissimo. E’ una forma di legame in cui non si vedono alternative: “Se non ho lui o lei non posso vivere. Non ce la faccio”.

Ma anche senza quel cibo, quella sostanza, quell’abitudine, senza quel sintomo, perfino. Non si riesce ad essere autonomi, a pensare, a decidere, a vivere senza la presenza dell’altro.

Ma la dipendenza non è necessariamente negativa. Dipende nei confronti di “chi” o cosa siamo dipendenti. I nostri polmoni sono dipendenti dall’ossigeno, il nostro corpo dall’acqua, siamo dipendenti da piccoli dal grembo della mamma che ci nutre e ci sostiene. Possiamo essere dipendenti da un “maestro”, da una disciplina, da una relazione che ci fa crescere ed evolvere. L’importante è accorgersi quando e se questa dipendenza comincia a limitarci perché limitarsi significa già fermarsi e regredire.

Quella di cui si parla di meno è invece la dipendenza nelle relazioni di aiuto. Non solo quella ormai scontata del paziente, del debole o del malato da chi lo aiuta. Al contrario. Parlo di quella forma di dipendenza  dove chi aiuta diventa dipendente dall’aiutato: può essere un medico, uno psicologo, un facilitatore, un insegnante, un missionario, chi fa volontariato, ecc.

E’ un rischio sottile che va osservato e conosciuto perché una volta visto, non è più pericoloso.

Faccio qualche esempio nell’ambito della psicologia/psicoterapia anche si può estendere a tutte le altre modalità di aiuto.

  1. Dopo aver tanto studiato e investito tempo, energia e denaro per prepararsi, il professionista si aspetta dal cliente un ritorno in termini di gratificazione e di successo. E finchè il cliente/paziente non migliora sta li ad insistere, a sostenere, a non mollare, in una sorta di “accanimento psicoterapeutico” perché aspetta che gli arrivi la soddisfazione della guarigione, della gratitudine perché lui ha guarito, è stato bravo. Anche se questo non avverrà. Perché? Perché ci sono clienti che hanno la necessità di sabotare l’intervento di aiuto del terapeuta. Stanno lì apposta per dimostragli che è un incapace, che è impreparato, che con lui ha fallito.Questa prima forma di dipendenza non lascia vedere le dinamiche sottostanti che agiscono nella relazione e il terapeuta rimane invischiato e intrappolato nella frustrazione professionale, con costante e lenta perdita di energia, di motivazione, di curiosità intellettuale.
  1. Poi c’è la dipendenza dal riconoscimento sociale del ruolo. Poiché la società riconosce e gratifica le competenze intellettuali, i titoli culturali e accademici, diventare e sentirsi chiamare “dottore”, aiuta a compensare le proprie insicurezze, le profonde e non riconosciute autosvalutazioni, i probabili irrisolti affettivi e relazionali. Forse  in famiglia  non è ascoltato né rispettato mentre nel suo studio,  seduto davanti a lui c’è il cliente che pende dalle sue labbra, che lo ascolta, lo segue. E a questa importanza si fa fatica a rinunciare.

          3. In termini economici poi, bastano una ventina di clienti che lo seguono anche due volte alla settimana per assicurargli una buona e sicura rendita economica soprattutto in quelle forme di psicoterapia dove è prevista la sottoscrizione di un “contratto”. Terapie che durano anni e la seduta saltata viene pagata lo stesso. Si vive facilmente con pochi clienti, sempre gli stessi e lasciarli andare è difficile e molto scomodo perché bisognerebbe affrontare le regole impietose di un mercato competitivo e complesso. Quindi il professionista si tiene queste persone  e anche se l’evidenza dice che non ci sono miglioramenti, la si nega con il concetto della “resistenza” che fa il paziente. Il terapeuta fa del tutto per aiutare ma è l’altro che resiste inconsciamente al suo bene.

Questo tipo di relazioni e dipendenze reciproche, la Scuola di Palo Alto le ha chiamate, “doppio legame”. ((Bateson, Jackson, Weaklan, 1961).

Una forma di relazione e di comunicazione che crea un circolo vizioso dove reciprocamente ci si lega in modo perdente. Come avviene di fatto nelle famiglie “schizofrenogene”, dove agisce un doppio linguaggio e una doppia intenzione

Esempio. Coscientemente la mamma dice al bambino “Sono tanto contenta di giocare con te” ma trasmette inconsciamente: ”Ho tante cose da fare, sto perdendo tempo”. Oppure  gli comunica: “Mi fa piacere che vai a studiare all’estero, ma inconsciamente trasmette: “Speriamo che non vai. Come farò senza di te”?

Allo stesso modo può accadere che nella relazione d’aiuto coscientemente  gioisci della crescita e dell’evoluzione dell’altro ma  inconsciamente potresti non esserne affatto contento perché se risolve presto i suoi problemi, tu cosa fai? Come vivi?

Questi “doppi”messaggi consci ed inconsci  dicono al paziente che deve sia crescere che restare bambino e a lui in fondo sta bene così.

E come se ne esce?

Smascherando i propri “doppi legami” con una profonda terapia personale, con lo studio costante, l’aggiornamento, l’osservazione e la supervisione possibilmente con altri professionisti che hanno fatto studi diversi. Altrimenti si continua a vedere la realtà dallo stesso oblò.

E se ci sono clienti che vogliono rimanere e insistono nonostante ci sia lo stallo, bisognerebbe facilitare con diplomazia, l’interruzione della relazione. Anche questa è un’ottima forma di terapia che può produrre la rottura di quell’equilibrio, di quell’omeostasi malsana che si è costruita. Si mantiene pulito il cervello e alta la propria performance professionale.

E il cliente?  Dovrebbe onestamente riconoscere le sue personali abitudini, le comodità, le pigrizie, gli alibi perché sono accessibili coscientemente e quando chiede un aiuto, essere onesto nelle sue vere motivazioni. E poi sapere che l’aiuto è limitato nel tempo e deve portare ad osservabili miglioramenti.

Come dice il grande Bert Hellinger, fondatore delle Costellazioni familiari spirituali,  un valido aiuto deve essere dato: senza paura, senza amore, senza intenzione, senza compassione, senza aspettative. Il terapeuta deve essere libero da tutto e in armonia con il grande destino del cliente.

 

MicroPsicoterapia, l’essenziale che cambia la vita.

Quando una persona si rivolge allo psicoterapeuta o allo psicologo è convinta che per poter guarire o stare meglio, sia necessario trovare la causa del disagio e rintracciare i traumi dell’infanzia. Ciò comporta tempi lunghi, impegno e costi onerosi. Così molti preferiscono rivolgersi ai farmaci o tenersi il problema. Altri invece, coraggiosamente intraprendono il “percorso” cominciando a  raccontare, a spiegare i fatti, fornire dettagli  perché vogliono capire, arrivare alla causa, convinti che sia il professionista a dover trovare poi la soluzione, a far sparire blocchi, dolori e disagi. Ma lo psicoterapeuta non guarisce nessuno perché capire non significa guarire; capire non risolve l’insoddisfazione, la tristezza, la depressione; non cancella il dolore di un lutto, di un abbandono; non scioglie la rabbia per un’ingiustizia subita, né il senso di colpa per un comportamento sbagliato o una parola non detta. Così  rimangono in terapia per anni: sanno tutto ma non è cambiato niente.

Perche? Perché il dolore, la sofferenza, il problema sono iniziati con un’esperienza personale, cioè una realtà soggettiva vissuta contemporaneamente con il corpo, con la mente e con l’emozione e memorizzata nella profondità delle cellule. Per cambiarla, serve un’altra esperienza correttiva che modifichi la precedente. Un’esperienza che inneschi un piccolo cambiamento percettivo a cui ne potranno seguire altri più estesi, più facili, che producano nuove memorie, nuovi modi di agire e reagire, nuovi modi di vivere, di relazionarsi, di amare.

Fare questa esperienza non è difficile; serve la disponibilità a cambiare, seriamente.

Il professionista si limita a favorire un primo, piccolo movimento interiore e poi aspettare che la persona integri quanto vissuto e osservato e sia pronta per un successivo piccolo, graduale cambiamento, secondo i  suoi tempi, la sua personalità, le sue resistenze, le difficoltà  oggettive che incontra, secondo i tempi dell’io e le decisioni dell’anima. E’ la persona artefice della sua trasformazione e del suo benessere.

Questo è ciò che intendo con MicroTerapia. Micro perché si fa quel “poco”  ma così essenziale da innescare un grande cambiamento. E capita, che a volte, basti un solo e unico incontro. Si decide insieme alla persona, in base ai suoi tempi, con grande rispetto per i movimenti della sua anima e del suo grande destino.

P.S  La MicroTerapia integra principalmente, Le Costellazioni familiari e spirituali di Bert Hellinger e le Biocostellazioni® di Gabriele Policardo per i sintomi fisici.

La malattia riflette una sofferenza dell’anima.

Molti ancora pensano che una malattia vada compresa solo nella sua fisicità. Si impegnano quindi ad eliminare il sintomo fisico, spesso invano. Non si vuole riconoscere che la malattia o una sofferenza è sempre l’espressione di una circolarità tra mente, corpo e anima. E che la sofferenza e il dolore vanno compresi anche nella loro finalità perché causa e scopo vanno insieme per far evolvere la persona.

Ricordo una donna. Aveva appena festeggiato il suo 25° anniversario di matrimonio. Da qualche mese, erano apparse inspiegabili perdite di sangue ogni volta che iniziava un rapporto intimo con il marito. Ormai non lo amava più ma pensava che bastasse fingere il piacere, ogni tanto, per portare avanti quel matrimonio che era diventato una fredda convenzione sociale.
A niente valsero le visite specialistiche. Non c’era nessun danno organico e si cominciava ad ipotizzare “il brutto male”. Ma lei nonostante tutto si sentiva sollevata perché la sera andava a dormire in quel letto senza più l’obbligo di una sessualità indesiderata e forzata. Il marito non la cercava, per ora, perché malata.
Un conflitto per molto tempo irrisolto finchè comprese che quel disagio era lo strumento che il suo corpo e la sua anima stavano utilizzando per farle capire che quell’ adattamento non era più tollerabile. Bisognava cambiare. Esitava, non lo credeva possibile. Un giorno ne ebbe la prova e l’evidenza: incontrando un altro uomo che le piaceva, fece sesso con lui, con passione, senza “spargimenti di sangue”. Così dovette prendere una decisione: rimanere con il marito e affrontare l’argomento tabù: matrimonio senza sesso – dormire in stanze separate, oppure separarsi.
Si separò, rinunciando a molti benefici economici che il matrimonio le offriva. Scelse la sua libertà, la sua salute. Da allora, ci sono stati altri due uomini nella sua vita ma non ha più avuto alcuna recidiva. E’ “inspiegabilmente guarita”.

Il vantaggio secondario del sintomo

E se ciò che chiami malattia nascondesse un vantaggio a cui non vuoi rinunciare?

Una frase scandalosa! A chi piace essere malati? A nessuno, certamente. E sono sicura che ognuno la combatte, la esorcizza, fa il possibile per guarire da quel mostro che si sta sviluppando dentro di noi.

Ma capita che nonostante le cure, la malattia non guarisce, si cronicizza, si ripete. Perché? La vera causa non è stata rintracciata? E se, accanto alla causa ci fosse uno scopo vantaggioso?

Già il buon S. Freud parlava di “vantaggi secondari” del sintomo. Cioè? Un vantaggio che si presenta dopo la malattia e al quale non si vuole rinunciare.
Esempio.
Vi ricordate da bambini quando avevate la febbre o il mal di pancia? La maggior parte di noi riceveva più attenzioni, coccole, la vicinanza della mamma o della nonna che erano preoccupate per noi. Non andavamo a scuola o all’asilo e ci era concesso di guardare i cartoni tutto il giorno. Chi aveva voglia di guarire?
Il vantaggio non era dato dalla febbre ma dalla reazione degli altri, dal comportamento della mamma e dei nostri genitori che ci davano più affetto, più attenzioni.

Questo è il vantaggio secondario: scatta dopo un malanno, un disagio. Ci fa ottenere qualcosa che prima non avevamo o abbiamo perduto, soprattutto dal punto di vista affettivo.

Così da adulti facciamo la stessa cosa, solo che i vantaggi sono diversi:
– trattenere persone (figli o partner) che se ne vogliono andare;
– ottenere amore, attenzione, importanza;
– essere scusati e giustificati per le nostre mancanze;
– delegare ad altri la responsabilità della nostra vita e della nostra salute;
– non affrontare o chiarire la nostra posizione su determinati argomenti;
– mascherare le nostre paure e la nostra rabbia per non perdere la stima altrui;
– ottenere aiuti e agevolazioni senza chiedere.

Vi viene in mente qualcos’altro?🤔

Ma questi vantaggi sono solo apparenti perché in realtà limitano la vitalità e fanno rimanere nella posizione di vittima delle circostanze.
Purtroppo i familiari e gli amici, inconsapevolmente rallentano il nostro percorso di guarigione: ci giustificano, ci coccolano, ci compatiscono, sembra ci amino di più, assecondano le nostre richieste e credendo di fare del bene diventano complici del sintomo.
Basta osservare in modo oggettivo questi comportamenti per vedere sempre le stesse reazioni.

Il vantaggio secondario ci concede ciò che da soli non abbiamo saputo conquistare o chiedere. Modifica le relazioni e senza accorgersene, manipoliamo gli altri condizionandoli con le nostre pretese.

Volete provare a fare questa verifica?
Al prossimo sintomo, osservate i comportamenti e le reazioni di chi vi sta accanto, e soprattutto ciò che accade dentro di voi. 😉

Incontro di Costellazioni familiari e Biocostellazioni

“Chi non ha la mamma nel proprio cuore, non può conoscere la gioia”.
(Bert Hellinger)

Insonnia, intolleranze alimentari, mancanza di soldi, mancanza cronica di lavoro, fallimenti nelle relazioni sentimentali, depressione, senso di vuoto, sintomi fisici, sono tutti segnali di un conflitto irrisolto con la mamma.

Viene meglio definito come “movimento interrotto”, cioè una separazione fisica tra il momento della nascita e la prima infanzia in cui il bambino ha maggior bisogno.
La separazione può essere fisica (traumi di nascita, morte o allontanamento precoce) emotiva e psicologica (depressione, abbandono della madre, ecc.) ed è la base di successivi problemi in età adulta.

Possiamo recuperare, integrare ogni separazione o conflitto in ogni momento, a qualsiasi età, anche se la mamma non è più con noi e generare una nuova realtà percettiva in cui tutto può diventare più semplice, piacevole e gratificante.

E’ l’occasione per iniziare una nuova primavera dell’anima dando l’avvio ad un movimento verso il successo nella vita e nelle relazioni.

Info e prenotazioni entro il 20 marzo.

Costo 40 euro.

Risonanze d’Amore

Risonanza significa vibrare allo stesso ritmo, alla stessa frequenza.

E’ una forma di ricettività selettiva che ci collega e ci informa, cioè dà forma alla nostra energia, ai nostri pensieri, azioni e reazioni.
Come quando ci sintonizziamo su una frequenza radio per ascoltare la nostra musica preferita, anche la nostra anima è in sintonia con persone, eventi, memorie, ricordi, traumi del passato nostri o di altri.
Problemi cronici, blocchi, sintomi fisici, sofferenze d’amore,conflitti familiari, fallimenti economici ci mostrano la nostra connessione con qualcuno che è stato amato ma anche dimenticato, rimosso, disprezzato, odiato.
Perché seppur separati nella mente, siamo uniti nell’anima.

Possiamo però decidere di fare un’esperienza per iniziare un movimento di liberazione da ciò che non è nostro, da ciò che ci fa male e favorire una nuova risonanza con ciò che ci dà più energia, più vita, più abbondanza.

E’ ciò che faremo con questo incontro attraverso il metodo delle Costellazioni familiari e le Biocostellazioni®.

Iscrizioni e prenotazioni entro il 23 gennaio

Il pericolo del piedistallo

L’avevo messa su un piedistallo. Mi ha deluso, tradito. Non la perdonerò mai.

Quante volte l‘ho sentito dire. Uomini che proiettano sulla partner un ideale di donna santa o madonna. Una donna perfetta, onnicomprensiva, che ama solo loro, che soddisfa ogni loro bisogno, che esaudisce ogni loro desiderio. E lei, che sta sul piedistallo si sente superiore agli altri, si crede migliore di te, “se la tira”, come si dice.

Ma questa donna corre un pericolo perché non si accorge che sul piedistallo ce l’hanno messa: chi? Può essere un fidanzato, ma anche un genitore, un’insegnante, un collega, un datore di lavoro, un’amica, persone intorno che ti fanno sentire importante. Ti gratificano senza un particolare merito, ti dicono che sei speciale, unica, che si fidano di te come nessun altro, che sono sicuri che non li deluderai mai.
E non ti accorgi che una volta sul piedistallo, sei in trappola perché non puoi sbagliare, deludere, essere “meno”.
E pian piano la tua spontaneità sparisce, ti senti sola, finta, indebolita, triste.

E se succede che commetti un errore, l’altro ti toglie improvvisamente la stima, l’amore, l’importanza che ti aveva dato. Così scopri amaramente che non eri tu la depositaria della forza ma era l’altro che l’aveva proiettata su di te, manipolandoti.
Come ti ha messo sul piedistallo, così te lo toglie da sotto i piedi.
E Il crollo improvviso dell’identità costruita sulle altrui aspettative e proiezioni non è tanto piacevole. L’altro può diventare violento per vendicarsi della delusione subita. E tu ti senti distrutta,inutile, stupida, sbagliata,colpevole.

Sono schemi, dinamiche di coppia che si ripetono da adulti e che hanno origine durante l’infanzia, nei primi modelli di amore e relazione con i nostri genitori, con i nonni, con le persone significative.
La psicologia la chiama “viziamento affettivo”, cioè un’importanza sproporzionata che ti viene data senza merito esistenziale.
Vale la pena tenersela?

Allora, ogni tanto verifichiamo se qualcuno ci sta mettendo sul piedistallo e scendiamo da sole, ritornando umili, con i piedi per terra.
Le nostre relazioni saranno più semplici e più vere perché saremo noi ad essere più leggere, libere di vivere a modo nostro, con le nostre sane imperfezioni

Biocostellazioni.

E’ possibile ammalarsi per amore? Cos’è la malattia? Perché mi sono ammalato? Perché proprio io? E perché proprio adesso?
Ogni sintomo ci parla di noi, del nostro modo di vivere e di amare. Spesso ci spaventa e vogliamo subito sopprimerlo, non averlo mai più. Ma il sintomo è un’opportunità per conoscere meglio il nostro corpo e il modo di relazionarci con gli altri. Dietro un sintomo spesso c’è un amore sospeso, la fedeltà verso qualcuno: un dispiacere, una separazione, un’ingiustizia, un dolore inespresso, un conflitto irrisolto.
Possiamo portarlo alla luce, osservarlo e fare un primo piccolo passo per risanare quelle ferite del cuore che il corpo tenta di riparare.

Ciò è possibile attraverso l’innovativo strumento di aiuto delle Biocostellazioni® appreso direttamente dal fondatore:Gabriele Policardo.

Hai un sintomo? Vieni ad osservarlo.
Prenotazioni entro il 12 dicembre a: info@mariagiuliaminichetti.it
Posti limitati

Programma
1. Parte teorica
Perché ci ammaliamo, cos’è la malattia
Traumi, shock, imprevisti e le risposte biologiche
I sintomi: aspetto individuale, familiare, spirituale
La malattia come relazione sospesa
2. Parte pratica
Biocostellazioni

P.S. Si fa presente che non si entrerà in merito né alle diagnosi mediche, né alle cure.
Incontro non adatto a chi è sotto cura psichiatrica.

Anche stavolta, lui se ne è andato.

Aspetti da anni l’amore della tua vita ma non arriva?
Quante volte il tuo “principe azzurro” è scappato?

Eppure sei bella, intelligente, autonoma.
Uomini inaffidabili ? Infantili? Traditori? O sei sfortunata?
E se invece fossi tu? A recitare inconsapevolmente un copione? Si potrebbe intitolare: “Vorrei ma non posso”.

Il copione è una decisione presa da bambini.Un giuramento inconsapevole, una promessa di fedeltà e d’amore che ti programma e organizza la vita. Può essere tuo o di qualcun altro.
Lo hai fatto magari verso una mamma o una nonna che ti dicevano: “Non fidarti degli uomini. Guarda come soffro. Potessi tornare indietro…Meglio sole”.
Oppure verso un papà o un nonno che ti guardavano come se fossi l’unica luce dei loro occhi.
Come funziona? Un esempio.
Ti piace un uomo. Forse è quello giusto.Ci tieni troppo e hai paura che se ne vada.
Esecuzione del copione.
Cominci a controllarlo, a tempestarlo di telefonate, a chiedere sicurezza, garanzie d’amore, presenza, a soffocarlo con mille attenzioni, a sacrificare i tuoi desideri per lui.
Reazione
Lui si sente soffocato, intrappolato, privo di libertà.
“Sei pesante”, ti dice. E tu soffri. Non capisci.
Finale
Vi lasciate e rimani di nuovo sola. Il giuramento è mantenuto.

Come se ne esce? Bisogna rintracciare il copione.

Ricorda la figura più importante della tua infanzia, le frasi che ti diceva, le sue convinzioni, la sua vita sentimentale.
Anche la tua favola preferita è utile. Lì c’è una trama e un finale.
Renderti conto di questo è già un grande passo avanti.
Piu difficile, potrebbe essere quello di riuscire da sola, a rompere il patto emotivamente perchè ti farà sentire un pò colpevole o traditore.

Ma se lo fai con riconoscimento e gratitudine per ciò che hai ricevuto, ti accorgerai che questo giuramento non serviva, che puoi essere finalmente libera dalla promessa e dedicare la tua felicità alle persone che ti hanno amato.❤️

Ricominciare a 50 anni

Davanti a me una donna di 53 anni. In lei traspare un’antica bellezza e una forza seduttiva ormai umiliata e schiacciata sotto il peso di grandi difficoltà, di sacrifici economici e privazioni che l’hanno sfinita. Le sue parole sono accompagnate da un profondo rammarico e una nostalgia rabbiosa per un passato che non tornerà più. Si rende conto di aver disprezzato e distrutto tutte le opportunità, le occasioni di gioia e di abbondanza che la vita le aveva donato.

“Ciò che più mi dispiace è non aver avuto una passione da seguire. Mi sono sempre annoiata e stancata di tutto. Ora invidio chi ce l’ha mentre io mi sento vuota e senza scopo”.

La passione è forza, è energia, è desiderio verso qualcosa o qualcuno. Ma questo cosa o qualcuno va verificato. Molti hanno una vera passione per il sacrificio, per la povertà, per la pulsione di morte, vorrebbero seguire qualcuno che hanno perso e lo fanno per amore.
Il significato che l’etimologia della parola indica è quello di sofferenza, di pena, di grande dolore (pensiamo alla passione di Cristo). E’ un’intensa e dolorosa condizione interiore che appesantisce e provoca dolore.

Così questa donna non si è mai accorta che una passione ce l’ha sempre avuta, l’ha seguita e la segue ancora: la passione per la sofferenza e le eroiche rinunce. Perché? E’ masochismo? No, è amore.
E’ fedeltà e amore verso quel padre assente, a lungo criticato che si è accorto di lei soltanto per spezzarle un sogno, una passione quand’era molto piccola. Un padre da cui ha ereditato il senso del fallimento e della rinuncia. E così ha iniziato un circolo vizioso di nuovi progetti e autosabotaggi, di momenti di entusiasmo e depressione; una routine che le è servita a togliere energia ad ogni passione che si affacciava, a sminuire ogni talento che scopriva. E la noia le è utile per non iniziare niente o per lasciare tutto incompiuto: lavori, progetti, amicizie, relazioni sentimentali. Li lascia prima lei, prima che diventino troppo importanti, prima che arrivi un successo o una gioia, prima che qualcuno o qualcosa li porti via.

La passione, quando c’è, va compresa, coltivata, costruita e trasformata in un progetto di vita che dia gioia, benessere, evoluzione.

Così per qualcuno arriva il momento di prendere atto della situazione presente e guardare indietro per riflettere sulle decisioni prese, sulle scelte fatte, sulle opportunità rifiutate. E si avverte un dolore morale e psicologico molto più forte di un dolore fisico. E’ la mente che si guarda indietro e si rende conto di ciò che ha fatto all’anima. Si può arrivare alla depressione, alla paralisi esistenziale, all’apatia.

Si può ricominciare? Da dove? E soprattutto, perché?
Ognuno può trovare la sua risposta, io vi offro la mia.

Si ricomincia accettando tutto il passato, a partire dai nostri genitori, dalla nostra famiglia, dal luogo in cui siamo nati; accettando tutto il dolore, tutto ciò che siamo stati e siamo diventati perché siamo il frutto di strade percorse, di scelte fatte in buona coscienza; accettando il presente anche se è diverso da come avremmo desiderato perché in qualche modo, l’abbiamo voluto, pensato e costruito.

E si ricomincia considerando che il tempo non è lineare, è circolare, multidimensionale e il passato possiamo portarlo qui, nel presente, rielaborarlo, dargli un altro significato e trasformarlo in un presente che diventa il seme per un nuovo futuro, un seme fatto di consapevolezza, di nuovi atteggiamenti, di sentimenti accettati, di ricordi ristrutturati, di nuove percezioni e soprattutto di comportamenti, azioni e reazioni diverse. Un futuro che inizia “qui e ora” e come una forza centripeta, prende energia per espandersi e aprire nuove strade, inizi, opportunità.

Perché il tempo è un tempo psicologico, il tempo di vedere realizzata l’unità e l’unicità di se stessi.

E si può ricominciare dopo i 50 anni, dando un nuovo senso alla vita, per amore di chi volevamo seguire nel dolore, per onorare il suo destino e distaccarcene portandolo nel nostro successo, comunque esso sia, nella nostra gioia di vivere. E andare verso una vita piena, un bene prezioso da onorare, rispettare, salvaguardare e trasmettere affinchè altri dopo di noi, possano vivere meglio di come abbiamo fatto finora.
Vivere e come vivere è una scelta, e ognuno va rispettato per quella che fa.

“EX”

Ex marito, ex moglie, fidanzato/a, amante, amico/a.
Pensi sia fuori dalla tua vita, fuori dal tuo cuore, dalla tua mente perché vi siete lasciati, separati, perché c’è stato un divorzio o una distanza fisica .
Ma ogni tanto scopri di pensarci ancora o sei costretta a vederlo perchè ci sono i figli, condividi un’attività lavorativa, o ci abiti insieme, ma “separati in casa”, oppure lo controlli o lo spii sui social perché sei ancora arrabbiata, gelosa.
Se ti accorgi di provare rancore, risentimento, disprezzo, rimpianto o sensi di colpa per come è finita, significa che è vivo ancora un legame irrisolto di cui sei prigioniera e non ti permette di andare avanti, di fare nuovi incontri, di innamorarti ancora.
Il nostro passato, i nostri amori, comunque essi siano stati vissuti, sono una parte di noi, impressi nelle nostre cellule. Solo accettandoli e integrandoli con amore, possiamo esserne veramente liberi.
E’ quello che faremo in questo breve seminario.

Parte teorica:
Cause e conseguenze delle relazioni irrisolte
Ordini e disordini in amore
tra genitori e figli
nelle famiglie allargate
tra partner precedenti e nuovi compagni

Parte pratica:
Scioglimento e integrazione della relazione precedente
Costo: 40 euro
E’ obbligatoria la prenotazione.
Posti limitati
info@ mariagiuliaminichetti.it

Una ragione per essere felice

“Non mi manca niente ma sono infelice” – così esordisce un ragazza di 32 anni- qualche tempo fa.
“Ho tutto. Un lavoro ben pagato in una multinazionale, un ragazzo che mi ama, una bella casa. Facciamo vacanze ogni anno e ho buoni amici. Sono in salute e i miei genitori mi hanno sempre appoggiato. Però, sento un vuoto dentro. Che me ne faccio di tutto questo? Ma non lo posso dire, mi prenderebbero per matta e per ingrata”.

E quando dallo psicologo si presenta una giovane così, che diagnosi faremmo? Disadattamento? Depressione? Nevrosi? Lutto irrisolto?
Tutte etichette che non danno risposta alla domanda esistenziale di una giovane che non trova più un significato per vivere.

Eppure lei ha fatto tutto come da programma, in una società complessa immersa in problemi economici, consumistici, basata sul successo, sul fare, sulla velocità, sull’angoscia dell’arrivare ma che va perdendo il senso della vita.
Troppo avere, tutto fare e poco essere.

E oggi sarebbe guardata male e giudicata dai più, con cinismo e invidia perchè la maggioranza quei traguardi ancora li sogna.
Ma questa ragazza soffre perché si sta accorgendo di aver costruito la sua vita su una identità fittizia, su un Io ideale, una maschera che non rispecchia il suo vero Sé. Questo Io Ideale – o ideale dell’Io – è stato nutrito, coltivato, coccolato, amato, mitizzato e vissuto giorno dopo giorno, con il suo consenso, con la sua convinzione. E’ diventato il suo ideale o era l’ideale di altri?

E a trent’anni la maschera stringe, soffoca, toglie energie e motivazioni. Si comincia ad avvertire la mancanza di un “originale” che non riesce ad esprimersi, a realizzarsi. E si soffre un tipo di separazione, una forma di nostalgia che può chiamarsi “nostalgia dell’essere”, una dimensione spirituale e metafisica di cui siamo parte.

Ed è su questo terreno che la psicoterapia e la psicologia devono misurarsi oggi, un terreno che non appartiene più alla religione, alla psichiatria o alla medicina che medicalizzano anche l’anima.

La psicoterapia deve tornare ad occuparsene,a prendersene cura, accoglierne le sofferenze e aiutare tanti giovani e adulti a non sentirsi più strani, diversi o peggio malati ma a sostenerli per uscire dal pantano dei condizionamenti e del conformismo, dalla paura e dall’angoscia di vivere.
Una psicoterapia della riscoperta e della ripartenza perché ognuno possa ritrovare il suo personale senso della vita, una ragione per essere felice, trascendendo ciò che fa, ciò che ha costruito, ciò che è diventato.

Non siamo quello che facciamo o quello che abbiamo. Siamo molto di più.

E sarebbe bello cercare e vivere nella quotidianità, anche per un momento, il sentimento della felicità.
Non più come un effetto secondario di un fare o di un avere, ma una dimensione che è sempre dentro di noi, ogni volta che viviamo la forte percezione di appartenenza e connessione con l’essere.

Ce la faccio da sola.

Non ho bisogno di nessuno.

E quando lo pensi e lo dici ti senti forte, invincibile, fiera di te stessa.
Ti ripeti che sei diversa, autonoma, non come quelle femminucce che si vedono in giro che piangono, si lamentano e alla prima difficoltà vanno a rifugiarsi nelle braccia di mamma e papà. E poi, in quelle del marito, di un’amica, di una sorella o di un figlio perfino, e li incaricano di risolvere i loro problemi.
Tu no. Hai fatto tutto da sola, senza l’aiuto di nessuno, con grandi sacrifici, con mille rinunce e difficoltà. Ti piacerebbe che qualcuno si accorgesse dei tuoi bisogni, di qualcuno che ti facilitasse la vita ma sembra che tutti guardino altrove.
Se qualcuno poi si propone o ti fa un regalo, sei la prima a dire “no grazie”.
Ma ti accorgi di essere stanca, triste e soprattutto, sola.

Ancora non ti rendi conto che dietro quell’orgoglio nascondi un dolore, una disperazione e anche tanta, tanta rabbia.
Il dolore e la rabbia di una bambina che ha dovuto cavarsela da sola per sopravvivere.
Sopravvivere a cosa?
A volte alla separazione improvvisa dai genitori, o forse alla tristezza di una mamma che non ti guardava mai o all’assenza fisica ed emotiva di un papà che cercava fuori casa, di colmare un vuoto o un motivo per vivere. Non avevano abbastanza tempo ed energie per te.

E cosi hai imparato a non chiedere niente per non essere un peso, per non dare fastidio, per non ricevere un rifiuto, per non essere di nuovo lasciata sola. Hai imparato a sopravvivere chiudendo i bisogni e i desideri nel cuore.

Dietro il – “non ho bisogno di nessuno ” – sento il dolore di una bambina a cui è mancato l’abbraccio caldo della mamma, il sostegno forte del papà. E oggi può avere anche 40-50-60 anni, il dolore è sempre quello.

Si esce da questo dolore? Certo che si.

Si tratta di rivedere il passato con nuovi occhi e percepirlo con un cuore diverso.
Accogliendo nel proprio cuore quei genitori, così come sono anche se per te non sono stati “abbastanza”, ma hanno fatto del loro meglio con quello che avevano. E che oggi, sei quella che sei, anche grazie a loro.

Ma non è un accogliere perdonando, un accogliere misericordioso, un buonismo religioso. E’ un amore spirituale che prima di tutto guarisce te stessa e ripara le ferite ancora aperte.
Ti sentirai meno protetta dalla corazza dell’orgoglio ma più disponibile ad accogliere l’ amore, l’aiuto, l’abbondanza che ti verrà incontro.❤️

Non posso fare niente per te.

“Il mio più grande dolore è non poter far niente per la persona che amo”.
(Jim Morrison)

E’ proprio vero. Quante volte l’ho constatato.
Soffriamo a vederla soffrire, vogliamo fare qualcosa per lei, a volte ci annulliamo, ci sacrifichiamo per amor suo e se questo non è abbastanza, decidiamo di condividerne la sorte per restarle vicino, per non farla sentire sola, per alleviare le sue pene.
E poi, verificare che è tutto inutile.
Perchè quell’anima sta facendo una scelta, anche se incomprensibile, inaccettabile per noi; una scelta d’amore e di fedeltà verso qualcuno.
Ma noi insistiamo per aiutarla, a volte in modo arrogante e prepotente perché siamo proprio noi a non sopportare il peso del suo destino, siamo noi a non riconoscere la forza dietro quel dolore. Il nostro in fondo, è un aiuto egoistico.
Così la persona amata si sente ancora più sola, incompresa e rifiuta con forza,ogni nostra proposta.
Cosa possiamo fare?
Accettare e dirle umilmente: “Non posso fare niente per te. Rispetto il tuo destino. Sei sempre nel mio cuore, così come sei”.
Non è facile, ma credo sia un grande gesto d’amore e di rispetto che dà forza e sostegno, senza sacrifici inutili.
E può accadere che un giorno, l’altra si risvegli come da un lungo sonno,e decida che è finito il tempo dell’espiazione e della sofferenza, e ti tende la mano per venire insieme a te, a rincontrare la vita ❤️