E se fosse il terapeuta a diventare dipendente del cliente?

La dipendenza. Un argomento vastissimo. E’ una forma di legame in cui non si vedono alternative: “Se non ho lui o lei non posso vivere. Non ce la faccio”.

Ma anche senza quel cibo, quella sostanza, quell’abitudine, senza quel sintomo, perfino. Non si riesce ad essere autonomi, a pensare, a decidere, a vivere senza la presenza dell’altro.

Ma la dipendenza non è necessariamente negativa. Dipende nei confronti di “chi” o cosa siamo dipendenti. I nostri polmoni sono dipendenti dall’ossigeno, il nostro corpo dall’acqua, siamo dipendenti da piccoli dal grembo della mamma che ci nutre e ci sostiene. Possiamo essere dipendenti da un “maestro”, da una disciplina, da una relazione che ci fa crescere ed evolvere. L’importante è accorgersi quando e se questa dipendenza comincia a limitarci perché limitarsi significa già fermarsi e regredire.

Quella di cui si parla di meno è invece la dipendenza nelle relazioni di aiuto. Non solo quella ormai scontata del paziente, del debole o del malato da chi lo aiuta. Al contrario. Parlo di quella forma di dipendenza  dove chi aiuta diventa dipendente dall’aiutato: può essere un medico, uno psicologo, un facilitatore, un insegnante, un missionario, chi fa volontariato, ecc.

E’ un rischio sottile che va osservato e conosciuto perché una volta visto, non è più pericoloso.

Faccio qualche esempio nell’ambito della psicologia/psicoterapia anche si può estendere a tutte le altre modalità di aiuto.

  1. Dopo aver tanto studiato e investito tempo, energia e denaro per prepararsi, il professionista si aspetta dal cliente un ritorno in termini di gratificazione e di successo. E finchè il cliente/paziente non migliora sta li ad insistere, a sostenere, a non mollare, in una sorta di “accanimento psicoterapeutico” perché aspetta che gli arrivi la soddisfazione della guarigione, della gratitudine perché lui ha guarito, è stato bravo. Anche se questo non avverrà. Perché? Perché ci sono clienti che hanno la necessità di sabotare l’intervento di aiuto del terapeuta. Stanno lì apposta per dimostragli che è un incapace, che è impreparato, che con lui ha fallito.Questa prima forma di dipendenza non lascia vedere le dinamiche sottostanti che agiscono nella relazione e il terapeuta rimane invischiato e intrappolato nella frustrazione professionale, con costante e lenta perdita di energia, di motivazione, di curiosità intellettuale.
  1. Poi c’è la dipendenza dal riconoscimento sociale del ruolo. Poiché la società riconosce e gratifica le competenze intellettuali, i titoli culturali e accademici, diventare e sentirsi chiamare “dottore”, aiuta a compensare le proprie insicurezze, le profonde e non riconosciute autosvalutazioni, i probabili irrisolti affettivi e relazionali. Forse  in famiglia  non è ascoltato né rispettato mentre nel suo studio,  seduto davanti a lui c’è il cliente che pende dalle sue labbra, che lo ascolta, lo segue. E a questa importanza si fa fatica a rinunciare.

          3. In termini economici poi, bastano una ventina di clienti che lo seguono anche due volte alla settimana per assicurargli una buona e sicura rendita economica soprattutto in quelle forme di psicoterapia dove è prevista la sottoscrizione di un “contratto”. Terapie che durano anni e la seduta saltata viene pagata lo stesso. Si vive facilmente con pochi clienti, sempre gli stessi e lasciarli andare è difficile e molto scomodo perché bisognerebbe affrontare le regole impietose di un mercato competitivo e complesso. Quindi il professionista si tiene queste persone  e anche se l’evidenza dice che non ci sono miglioramenti, la si nega con il concetto della “resistenza” che fa il paziente. Il terapeuta fa del tutto per aiutare ma è l’altro che resiste inconsciamente al suo bene.

Questo tipo di relazioni e dipendenze reciproche, la Scuola di Palo Alto le ha chiamate, “doppio legame”. ((Bateson, Jackson, Weaklan, 1961).

Una forma di relazione e di comunicazione che crea un circolo vizioso dove reciprocamente ci si lega in modo perdente. Come avviene di fatto nelle famiglie “schizofrenogene”, dove agisce un doppio linguaggio e una doppia intenzione

Esempio. Coscientemente la mamma dice al bambino “Sono tanto contenta di giocare con te” ma trasmette inconsciamente: ”Ho tante cose da fare, sto perdendo tempo”. Oppure  gli comunica: “Mi fa piacere che vai a studiare all’estero, ma inconsciamente trasmette: “Speriamo che non vai. Come farò senza di te”?

Allo stesso modo può accadere che nella relazione d’aiuto coscientemente  gioisci della crescita e dell’evoluzione dell’altro ma  inconsciamente potresti non esserne affatto contento perché se risolve presto i suoi problemi, tu cosa fai? Come vivi?

Questi “doppi”messaggi consci ed inconsci  dicono al paziente che deve sia crescere che restare bambino e a lui in fondo sta bene così.

E come se ne esce?

Smascherando i propri “doppi legami” con una profonda terapia personale, con lo studio costante, l’aggiornamento, l’osservazione e la supervisione possibilmente con altri professionisti che hanno fatto studi diversi. Altrimenti si continua a vedere la realtà dallo stesso oblò.

E se ci sono clienti che vogliono rimanere e insistono nonostante ci sia lo stallo, bisognerebbe facilitare con diplomazia, l’interruzione della relazione. Anche questa è un’ottima forma di terapia che può produrre la rottura di quell’equilibrio, di quell’omeostasi malsana che si è costruita. Si mantiene pulito il cervello e alta la propria performance professionale.

E il cliente?  Dovrebbe onestamente riconoscere le sue personali abitudini, le comodità, le pigrizie, gli alibi perché sono accessibili coscientemente e quando chiede un aiuto, essere onesto nelle sue vere motivazioni. E poi sapere che l’aiuto è limitato nel tempo e deve portare ad osservabili miglioramenti.

Come dice il grande Bert Hellinger, fondatore delle Costellazioni familiari spirituali,  un valido aiuto deve essere dato: senza paura, senza amore, senza intenzione, senza compassione, senza aspettative. Il terapeuta deve essere libero da tutto e in armonia con il grande destino del cliente.

 

MicroPsicoterapia, l’essenziale che cambia la vita.

Quando una persona si rivolge allo psicoterapeuta o allo psicologo è convinta che per poter guarire o stare meglio, sia necessario trovare la causa del disagio e rintracciare i traumi dell’infanzia. Ciò comporta tempi lunghi, impegno e costi onerosi. Così molti preferiscono rivolgersi ai farmaci o tenersi il problema. Altri invece, coraggiosamente intraprendono il “percorso” cominciando a  raccontare, a spiegare i fatti, fornire dettagli  perché vogliono capire, arrivare alla causa, convinti che sia il professionista a dover trovare poi la soluzione, a far sparire blocchi, dolori e disagi. Ma lo psicoterapeuta non guarisce nessuno perché capire non significa guarire; capire non risolve l’insoddisfazione, la tristezza, la depressione; non cancella il dolore di un lutto, di un abbandono; non scioglie la rabbia per un’ingiustizia subita, né il senso di colpa per un comportamento sbagliato o una parola non detta. Così  rimangono in terapia per anni: sanno tutto ma non è cambiato niente.

Perche? Perché il dolore, la sofferenza, il problema sono iniziati con un’esperienza personale, cioè una realtà soggettiva vissuta contemporaneamente con il corpo, con la mente e con l’emozione e memorizzata nella profondità delle cellule. Per cambiarla, serve un’altra esperienza correttiva che modifichi la precedente. Un’esperienza che inneschi un piccolo cambiamento percettivo a cui ne potranno seguire altri più estesi, più facili, che producano nuove memorie, nuovi modi di agire e reagire, nuovi modi di vivere, di relazionarsi, di amare.

Fare questa esperienza non è difficile; serve la disponibilità a cambiare, seriamente.

Il professionista si limita a favorire un primo, piccolo movimento interiore e poi aspettare che la persona integri quanto vissuto e osservato e sia pronta per un successivo piccolo, graduale cambiamento, secondo i  suoi tempi, la sua personalità, le sue resistenze, le difficoltà  oggettive che incontra, secondo i tempi dell’io e le decisioni dell’anima. E’ la persona artefice della sua trasformazione e del suo benessere.

Questo è ciò che intendo con MicroTerapia. Micro perché si fa quel “poco”  ma così essenziale da innescare un grande cambiamento. E capita, che a volte, basti un solo e unico incontro. Si decide insieme alla persona, in base ai suoi tempi, con grande rispetto per i movimenti della sua anima e del suo grande destino.

P.S  La MicroTerapia integra principalmente, Le Costellazioni familiari e spirituali di Bert Hellinger e le Biocostellazioni® di Gabriele Policardo per i sintomi fisici.

Una ragione per essere felice

“Non mi manca niente ma sono infelice” – così esordisce un ragazza di 32 anni- qualche tempo fa.
“Ho tutto. Un lavoro ben pagato in una multinazionale, un ragazzo che mi ama, una bella casa. Facciamo vacanze ogni anno e ho buoni amici. Sono in salute e i miei genitori mi hanno sempre appoggiato. Però, sento un vuoto dentro. Che me ne faccio di tutto questo? Ma non lo posso dire, mi prenderebbero per matta e per ingrata”.

E quando dallo psicologo si presenta una giovane così, che diagnosi faremmo? Disadattamento? Depressione? Nevrosi? Lutto irrisolto?
Tutte etichette che non danno risposta alla domanda esistenziale di una giovane che non trova più un significato per vivere.

Eppure lei ha fatto tutto come da programma, in una società complessa immersa in problemi economici, consumistici, basata sul successo, sul fare, sulla velocità, sull’angoscia dell’arrivare ma che va perdendo il senso della vita.
Troppo avere, tutto fare e poco essere.

E oggi sarebbe guardata male e giudicata dai più, con cinismo e invidia perchè la maggioranza quei traguardi ancora li sogna.
Ma questa ragazza soffre perché si sta accorgendo di aver costruito la sua vita su una identità fittizia, su un Io ideale, una maschera che non rispecchia il suo vero Sé. Questo Io Ideale – o ideale dell’Io – è stato nutrito, coltivato, coccolato, amato, mitizzato e vissuto giorno dopo giorno, con il suo consenso, con la sua convinzione. E’ diventato il suo ideale o era l’ideale di altri?

E a trent’anni la maschera stringe, soffoca, toglie energie e motivazioni. Si comincia ad avvertire la mancanza di un “originale” che non riesce ad esprimersi, a realizzarsi. E si soffre un tipo di separazione, una forma di nostalgia che può chiamarsi “nostalgia dell’essere”, una dimensione spirituale e metafisica di cui siamo parte.

Ed è su questo terreno che la psicoterapia e la psicologia devono misurarsi oggi, un terreno che non appartiene più alla religione, alla psichiatria o alla medicina che medicalizzano anche l’anima.

La psicoterapia deve tornare ad occuparsene,a prendersene cura, accoglierne le sofferenze e aiutare tanti giovani e adulti a non sentirsi più strani, diversi o peggio malati ma a sostenerli per uscire dal pantano dei condizionamenti e del conformismo, dalla paura e dall’angoscia di vivere.
Una psicoterapia della riscoperta e della ripartenza perché ognuno possa ritrovare il suo personale senso della vita, una ragione per essere felice, trascendendo ciò che fa, ciò che ha costruito, ciò che è diventato.

Non siamo quello che facciamo o quello che abbiamo. Siamo molto di più.

E sarebbe bello cercare e vivere nella quotidianità, anche per un momento, il sentimento della felicità.
Non più come un effetto secondario di un fare o di un avere, ma una dimensione che è sempre dentro di noi, ogni volta che viviamo la forte percezione di appartenenza e connessione con l’essere.

Ce la faccio da sola.

Non ho bisogno di nessuno.

E quando lo pensi e lo dici ti senti forte, invincibile, fiera di te stessa.
Ti ripeti che sei diversa, autonoma, non come quelle femminucce che si vedono in giro che piangono, si lamentano e alla prima difficoltà vanno a rifugiarsi nelle braccia di mamma e papà. E poi, in quelle del marito, di un’amica, di una sorella o di un figlio perfino, e li incaricano di risolvere i loro problemi.
Tu no. Hai fatto tutto da sola, senza l’aiuto di nessuno, con grandi sacrifici, con mille rinunce e difficoltà. Ti piacerebbe che qualcuno si accorgesse dei tuoi bisogni, di qualcuno che ti facilitasse la vita ma sembra che tutti guardino altrove.
Se qualcuno poi si propone o ti fa un regalo, sei la prima a dire “no grazie”.
Ma ti accorgi di essere stanca, triste e soprattutto, sola.

Ancora non ti rendi conto che dietro quell’orgoglio nascondi un dolore, una disperazione e anche tanta, tanta rabbia.
Il dolore e la rabbia di una bambina che ha dovuto cavarsela da sola per sopravvivere.
Sopravvivere a cosa?
A volte alla separazione improvvisa dai genitori, o forse alla tristezza di una mamma che non ti guardava mai o all’assenza fisica ed emotiva di un papà che cercava fuori casa, di colmare un vuoto o un motivo per vivere. Non avevano abbastanza tempo ed energie per te.

E cosi hai imparato a non chiedere niente per non essere un peso, per non dare fastidio, per non ricevere un rifiuto, per non essere di nuovo lasciata sola. Hai imparato a sopravvivere chiudendo i bisogni e i desideri nel cuore.

Dietro il – “non ho bisogno di nessuno ” – sento il dolore di una bambina a cui è mancato l’abbraccio caldo della mamma, il sostegno forte del papà. E oggi può avere anche 40-50-60 anni, il dolore è sempre quello.

Si esce da questo dolore? Certo che si.

Si tratta di rivedere il passato con nuovi occhi e percepirlo con un cuore diverso.
Accogliendo nel proprio cuore quei genitori, così come sono anche se per te non sono stati “abbastanza”, ma hanno fatto del loro meglio con quello che avevano. E che oggi, sei quella che sei, anche grazie a loro.

Ma non è un accogliere perdonando, un accogliere misericordioso, un buonismo religioso. E’ un amore spirituale che prima di tutto guarisce te stessa e ripara le ferite ancora aperte.
Ti sentirai meno protetta dalla corazza dell’orgoglio ma più disponibile ad accogliere l’ amore, l’aiuto, l’abbondanza che ti verrà incontro.❤️

Non posso fare niente per te.

“Il mio più grande dolore è non poter far niente per la persona che amo”.
(Jim Morrison)

E’ proprio vero. Quante volte l’ho constatato.
Soffriamo a vederla soffrire, vogliamo fare qualcosa per lei, a volte ci annulliamo, ci sacrifichiamo per amor suo e se questo non è abbastanza, decidiamo di condividerne la sorte per restarle vicino, per non farla sentire sola, per alleviare le sue pene.
E poi, verificare che è tutto inutile.
Perchè quell’anima sta facendo una scelta, anche se incomprensibile, inaccettabile per noi; una scelta d’amore e di fedeltà verso qualcuno.
Ma noi insistiamo per aiutarla, a volte in modo arrogante e prepotente perché siamo proprio noi a non sopportare il peso del suo destino, siamo noi a non riconoscere la forza dietro quel dolore. Il nostro in fondo, è un aiuto egoistico.
Così la persona amata si sente ancora più sola, incompresa e rifiuta con forza,ogni nostra proposta.
Cosa possiamo fare?
Accettare e dirle umilmente: “Non posso fare niente per te. Rispetto il tuo destino. Sei sempre nel mio cuore, così come sei”.
Non è facile, ma credo sia un grande gesto d’amore e di rispetto che dà forza e sostegno, senza sacrifici inutili.
E può accadere che un giorno, l’altra si risvegli come da un lungo sonno,e decida che è finito il tempo dell’espiazione e della sofferenza, e ti tende la mano per venire insieme a te, a rincontrare la vita ❤️