Perchè non mi capisci? Le difficoltà comunicative nella coppia

Ricevo spesso nel mio studio, coppie in crisi che vogliono migliorare il loro rapporto; altre che stanno pensando ad una separazione; altre ancora che dopo il divorzio, non riescono a gestire in modo tranquillo e rispettoso la funzione genitoriale. Quasi tutti lamentano un’incomprensione e una conflittualità verbale che impedisce un dialogo sereno e chiarificatore. A casa parlano poco, anche con i figli e non esprimono i loro veri pensieri e stati d’animo per paura della reazione dell’altro. In molti casi, queste coppie scoprono di non conoscersi bene, anche dopo molti anni di relazione (convivenza o matrimonio), e manifestano evidenti difficoltà nel parlare apertamente delle proprie aspettative, date per scontato e mai chiarite.
Le donne sono quelle che si lamentano di più.
La mancanza di dialogo in una coppia non significa stare zitti, anzi. Si può parlare molto ma solo degli aspetti pratici della vita mentre non si comunicano i bisogni e i sentimenti più profondi: dopo un pò di tempo l’altro diventa un estraneo. Questo tipo di “silenzio” è molto dannoso perché la difficoltà di esprimere le proprie emozioni conduce ad un disagio psicologico che può portare alla rottura della relazione o provocare lo sviluppo di disturbi psicosomatici: mal di testa, insonnia, dolori muscolari, aumento della pressione arteriosa e disturbi gastrointestinali. Sintomi emblematici dello stress creato dalla quantità di “parole non dette” e da un accumulo di ansia o di rabbia repressa.
Ma dove sbagliamo? Come riuscire a comunicare meglio?

Il fraintendimento maggiore è dato dal fatto che gli uomini e le donne pensano di essere uguali e invece sono diversi soprattutto nel modo di esprimersi e di comunicare: per le donne il dialogo è un requisito fondamentale per stabilire un contatto intimo o una relazione con l’altro: non cerca il consiglio o la soluzione di qualcosa ma l’ascolto, la comprensione e la condivisione di fatti e di sentimenti. Le basta questo per sentirsi amata e compresa. L’uomo invece ascolta soprattutto per dare soluzioni pratiche indicazioni, consigli e ritiene il linguaggio femminile, inconcludente, pesante, impegnativo e spesso noioso.
Ma la lo stile comunicativo parla anche di potere e di gerarchia; ognuno utilizza il linguaggio per avere ragione, per mantenere e vedere riconosciuto il valore personale. Inoltre, c’è la tendenza a portare all’interno della coppia le modalità affettive vissute nella famiglia d’origine e con queste, anche le modalità comunicative. Esistono “copioni di comportamento verbale” che sono all’origine di molte discussioni e di molti silenzi che potrebbero essere evitati grazie ad una maggiore consapevolezza. Per riconoscerli basta ripensare a come comunicavano tra loro i nostri genitori e noi con loro.
Non basta l’amore a garantire la felicità, né è necessario essere sempre d’accordo su tutto per amarsi; è però importante comunicare in modo corretto per non lasciare spazio a fraintendimenti e incomprensioni che lasciano strascichi nel tempo.
La capacità di comunicare bene – che si fonda sia sul parlare che sull’ ascolto – permette all’amore di fluire e di dare ancora quelle emozioni che rendono la vita di coppia vivace e gratificante.

Come fare nella pratica? Vi propongo: “Il gioco della sveglia”.

Scopo: comunicare meglio e rafforzare il legame di coppia (si può fare anche tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli o tra amici).

1. Alla fine della giornata, trovate un momento in cui siete certi che non sarete disturbati (ovviamente, dopo aver messo a letto i bambini) spegnete i cellulari e la tv.
2. In salotto o meglio sul letto uno di fronte all’altro.
3. Prendete una sveglia e caricatela di un quarto d’ora. (es. se sono le 22.00 alle 22.15 suonerà)
4. Uno dei due inizia a parlare di sé: di ciò che sente, di ciò che gli manca, dei suoi desideri, di tutto ciò che vuole: fatti, emozioni, sentimenti, come se si presentasse ad una persona
che non conosce. L’argomento non è il comportamento, i difetti, il carattere dell’altro ma se stessi. Es.. “Mi sento triste perché… le tue parole di prima mi hanno suscitato queste
reazioni… mi aspettavo certe cose e invece…” E’ un modo di esprimersi che si incentra sul proprio vissuto emotivo senza che l’altra/o si senta “attaccato”, criticato, accusato, rimproverato.
Il partner deve soltanto ascoltare con impegno e attenzione, senza replicare. Non può intervenire e quando sarà il suo turno, non potrà intervenire su quello che è stato detto.
Lo scopo è che uno parli e l’altro ascolti.
5. Dopo il quarto d’ora suona la sveglia.
6. Tocca all’altro. Stessa cosa. Parla di se stesso, dei suoi sentimenti, di ciò che soffre o desidera, di quello che ha fatto durante la giornata, di tutto quello che vuole, sempre enunciando le frasi in prima persona. “Io” e non “Tu”.
7. Dopo il quarto d’ora suona la sveglia.
8. Ricomincia l’altro. E così per due volte.

Alla fine, dopo circa un’ora, ci si saluta e si dorme, senza fare commenti, nemmeno nei giorni successivi.

Ripetere ogni 15 giorni.

Intanto, osservate come vanno le cose. Se vi va, potete scrivermi le vostre reazioni e i vostri commenti.

L’inquietudine dell’adolescente

E’ in aumento il numero di genitori che si rivolgono alla psicoterapia per i problemi psicologici e comportamentali dei figli adolescenti.
Una tendenza che denota sicuramente la capacità di riconoscere la presenza di un problema o di una difficoltà – premessa indispensabile per uscirne – ma che spesso nasconde un atteggiamento molto comune: il facile ricorso alla delega ovvero, affidare ad un “esperto” la risoluzione del disagio chiamandosi fuori, non riconoscendo cioè che in quel disagio si è parte in causa, sia come personalità individuale che come sistema familiare. Il genitore ha paura di fare autocritica e quando viene chiamato a collaborare in prima persona, fugge dalla psicoterapia portandosi dietro il ragazzo o la ragazza che viene lasciato a sé o sottoposto alle cure “miracolose” di farmaci e psicofarmaci.
Osservare il proprio figlio/a, depresso, triste, asociale, aggressivo, pigro, apatico, solitario, silenzioso, diverso da come si vorrebbe, (i termini più usati da genitori preoccupati) suscita pensieri e riflessioni che non si sanno sostenere. Inizia così un processo di razionalizzazione e di minimizzazione: “ Forse è l’età particolare, l’influenza del gruppo che frequenta, la sensibilità del ragazzo, e poi è un’età in cui questo è normale….prima o poi passerà”. E invece spesso non passa.
L’adolescenza è una fase di passaggio esistenziale che negli ultimi anni si è prolungata oltre i 25 anni, caratterizzata dall’instabilità e dall’insicurezza, dalla malinconia e dal bisogno di certezze. Si abbandona l’infanzia per entrare in un mondo che fa paura, che viene vissuto come un nemico. Si va alla ricerca degli amici che spesso diventano il branco, un gruppo che sostituisce la famiglia dentro il quale il giovane trova regole, costumi, modi di vestire, di pensare nel quale cercare quel senso di appartenenza e di identità che attenua un pò l’ansia di vivere.
Un adolescente “problematico” è quasi sempre il frutto di genitori ansiosi che non hanno superato le proprie paure personali e le proiettano inconsapevolmente sui propri figli. Genitori alla ricerca di sicurezze e garanzie che diventano iperprotettivi nel tentativo di risparmiare ai figli dolori e delusioni o di prevenire i rischi di scelte e decisioni che fanno parte del percorso di crescita di ognuno. Ecco allora che i desideri, le virtù, le attitudini naturali del giovane non vengono riconosciuti ma sono ostacolati in nome di una sicurezza che non esiste più e che provoca la paralisi esistenziale, causa blocchi emotivi e psicologici, deviazioni mentali e comportamentali vissuti spesso in silenzio.
Ma non è l’adolescenza ad essere pericolosa: pericoloso è il modo come la si vive e come se ne esce. E non è un caso che nella psicoterapia con gli adulti si debbano affrontare i vissuti dell’infanzia e dell’adolescenza. Adulti che non hanno fiducia in se stessi, che non conoscono i propri bisogni perché impegnati ad assorbire e a soddisfare quelli di chi voleva garantire loro una vita tranquilla, pianificata e senza imprevisti.
Ma una vita senza imprevisti, senza cambiamenti, senza novità è una vita senza gioia e senza passione che apre le porte dalla depressione e ai comportamenti autodistruttivi.
Allora quando si ha davanti un adolescente che ha bisogno di aiuto, è importante aprire con lui una comunicazione profonda sulla sua esistenza. Aiutarlo ad esternare paure e desideri nascosti, a sostenerlo con fiducia nel suo cammino di crescita risvegliando l’amore verso se stesso e favorendo l’abbandono di quella dimensione infantile così comoda ma limitante, spesso agevolata e prolungata dai genitori stessi.
E’ un atto d’amore aiutare un figlio ad affidarsi ai propri istinti e alla propria sensibilità per scoprire il mondo secondo la propria unicità. Un atto d’amore che implica da parte del genitore l’accettazione del figlio così com’ è senza volerlo plasmare in base alle proprie credenze e alle proprie convinzioni. Amarlo significa renderlo libero di diventare ciò che è anche se ciò che vorrà diventare non sarà quello che ci si “aspettava” da lui.

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