Vivere separati in casa. Perchè non funziona

Separarsi. Oltre al dolore e al senso di fallimento per la fine di un matrimonio o di una relazione d’amore, bisogna affrontare difficoltà economiche, e tra i costi insostenibili per un’altra casa e quelli del mantenimento, molti trovano la soluzione obbligata di rimanere a convivere sotto lo stesso tetto: i separati in casa. C’è poi la convinzione che i figli – continuando a vivere con tutti e due i genitori – non soffrano e vivano più sereni, in attesa che abbiamo l’età giusta per parlarne.
Progetto che immancabilmente fallisce o che viene portato avanti con testardaggine mettendo a dura prova l’equilibrio dei coniugi e la salute dei figli.
Le ragioni sono molteplici.

1. La storia di coppia era caratterizzata da un’intensa conflittualità e la separazione, che a volte viene subita da uno dei due, non è stata sufficientemente elaborata e accettata; è possibile quindi che i litigi continuino a manifestarsi quotidianamente, avvelenando il clima familiare.
2. La donna viene spesso penalizzata ed è quella che subisce di più perché al di fuori del dormire in letti separati, per tutto ciò che concerne l’organizzazione della vita, continua a svolgere le sue funzioni di moglie esattamente come prima ( fare la spesa, stirare, pulire, accompagnare i figli, conciliare la vita lavorativa e quella domestica) anche per non far pesare sui figli un cambiamento che spesso ha deciso lei.
3. I figli percepiscono comunque la distanza relazionale, affettiva e psicologica tra i genitori e ne assorbono la conflittualità anche se non esternata a parole. Possono manifestare disagi come ansia e stress o decidere inconsapevolmente di ammalarsi come strategia per ripristinare l’unità familiare incrinata. I bambini più piccoli, infatti, intuiscono e subiscono comunque le problematiche genitoriali e spesso si fanno carico di pesi emotivi che non appartengono loro. Trovandosi poi tra due genitori che amano comunque, si sentono a volte obbligati a prendere posizione, a farsi alleato dell’uno o dell’altro, vivendo inconsapevolmente un senso di tradimento e di abbandono nei confronti dell’altro genitore. Da qui ansia, disagi, nervosismi, problemi scolastici e somatizzazioni più o meno gravi come strategia per ripristinare l’unità familiare incrinata. figli osservano un modello di coppia e un esempio d’amore malato, ambiguo che potrà incidere sulla loro storia sentimentale futura.
4. Inoltre, vedono genitori che non dormono insieme, che non si parlano se non per questioni pratiche, che frequentano altre persone, che litigano anche per loro e si fa strada nella loro mente che forse è tutta colpa loro se i genitori non si amano più.
5. Se poi, sopraggiunge un nuovo amore e la possibilità di una nuova relazione, la situazione si complica ulteriormente. L’altro coniuge è capace di vivere con distacco questa nuova situazione? E’ più facile che scattino gelosie, invidie, meccanismi di controllo, vecchi risentimenti che prima o poi costringono alla separazione vera e propria con l’abbandono del tetto coniugale.
Tutto molto difficile non c’è dubbio.
Se invece non ci sono figli ci può essere il tempo per organizzarsi, impegnandosi comunque a mantenere il rispetto e la collaborazione reciproca.
E’ meglio allora non separarsi? Tentare di salvare il matrimonio?
Direi, che è meglio prevenire tutto questo piuttosto che trovarsi a gestire una situazione tanto complicata. Come?
Con il dialogo, mettendosi in discussione, valutando onestamente le responsabilità reciproche e facendosi aiutare per comprendere cosa è meglio.
La separazione seppur dolorosa potrà essere affrontata e gestita in modo più maturo, senza provocare inutili traumi ma soprattutto, conservando il rispetto reciproco e riconoscendo l’amore che c’è stato. E che oggi è solo cambiato.

Un letto per due. Dormire insieme, un obbligo o una scelta?

“Dormire in un’altra stanza? Non potrei accettarlo! Dottoressa, invece di farmi riavvicinare a mio marito vuole che ci separiamo”? E poi lui non accetterebbe mai”.
Una coppia può attraversare momenti di crisi, di stanchezza, di noia, di “calo del desiderio”. Periodi in cui predominano frustrazioni e conflitti di vario genere. Si avrebbe il desiderio di starsene un po’ da soli ma per molti il “contratto matrimoniale” non lo permette e si continua a vivere e dormire insieme anche se il corpo e l’anima vorrebbero altro. Proporre di dormire separati è quasi vissuto come uno scandalo! Ma come ricorda il professor Paul Rosemblatt, autore del libro “Two in a bed” dormire insieme non è significativo dell’amore e dell’unione di una coppia ma è un fenomeno culturale e socio-politico legato all’avvento della società industriale che ha obbligato nuclei familiari a stare insieme, in una stessa stanza, anche in tre o quattro in uno stesso letto per mancanza di spazio. E per “giustificare” questa privazione si è giocata la carta dell’amore romantico! In due per sempre in un letto, “finché morte non ci separi”, una sorta di “trappola socio-culturale” che causa spesso malesseri e disagi. C’è chi si agita e si rigira nel letto impedendo all’altro di addormentarsi, c’è chi russa, chi tira le coperte, chi occupa tutto lo spazio del materasso. Chi vuole leggere, chi vuole dormire con la luce accesa; poi spesso si litiga, si vivono momenti di incomprensione, di frustrazione, di rabbia repressa e molti preferirebbero dormire da soli. Ma il solo desiderio fa scattare il senso di colpa e la paura della reazione e della critica dell’altro. Invece non c’è nulla da rimproverarsi perché dormire da soli è un’esigenza naturale del corpo fisico ed energetico che per rigenerarsi, rilassarsi e predisporsi meglio verso il partner, ha bisogno di solitudine e di privacy. Si riprendono le forze, si equilibrano gli stati emotivi e si recupera lucidità e concentrazione mentale. Questo lo sapevano bene le regine e gli imperatori che non dormivano nello stesso letto ma avevano stanze e appartamenti separati. Così nell’epoca vittoriana e nell’antica Roma, il letto matrimoniale era destinato solo alle relazioni sessuali: la coppia si incontrava per amarsi e poi ognuno tornava nel proprio letto o nella propria stanza.
Certo, dormire insieme ha i suoi aspetti positivi: condividere il letto può essere l’occasione per avere un dialogo più intimo, e in momenti di difficoltà, dormire abbracciati può essere anche terapeutico perché si riceve conforto e benessere. Ma non sempre è così e non può essere un obbligo. Persistere in questa abitudine nonostante un disagio conclamato, può provocare anche danni alla salute. A dirlo è una recente ricerca condotta da un’èquipe di studiosi dell’Università del Surrey che ha elencato alcuni disturbi provocati dall’abitudine, spesso forzata, di condividere lo stesso letto: stati depressivi, danni al cuore, difficoltà respiratorie, con conseguenti tensioni e risentimenti nella vita di coppia.
Eh si, perché nel letto non si condivide solo lo spazio fisico del materasso ma soprattutto lo spazio emotivo e psicologico. Noi comunichiamo sempre anche durante il sonno e quando la mente razionale non svolge il suo ruolo di controllore, i nostri vissuti emotivi, i nostri risentimenti, lo stress e perfino i sogni, possono trasferirsi da un inconscio all’altro. Sembra impossibile? Eppure è così.
E allora, cosa fare? Non bisogna reprimere il desiderio di dormire separati; è un bisogno normale come quello di mangiare e di bere. Spesso la lontananza fisica dal partner favorisce la rinascita del desiderio, rinnova la voglia di cercarsi, di ritrovarsi seguendo l’impulso del cuore e non l’obbligo del dovere. E in momenti di difficoltà e di crisi, potrebbe essere una soluzione per migliorare non solo la qualità del sonno ma anche la relazione di coppia.

Perchè non mi capisci? Le difficoltà comunicative nella coppia

Ricevo spesso nel mio studio, coppie in crisi che vogliono migliorare il loro rapporto; altre che stanno pensando ad una separazione; altre ancora che dopo il divorzio, non riescono a gestire in modo tranquillo e rispettoso la funzione genitoriale. Quasi tutti lamentano un’incomprensione e una conflittualità verbale che impedisce un dialogo sereno e chiarificatore. A casa parlano poco, anche con i figli e non esprimono i loro veri pensieri e stati d’animo per paura della reazione dell’altro. In molti casi, queste coppie scoprono di non conoscersi bene, anche dopo molti anni di relazione (convivenza o matrimonio), e manifestano evidenti difficoltà nel parlare apertamente delle proprie aspettative, date per scontato e mai chiarite.
Le donne sono quelle che si lamentano di più.
La mancanza di dialogo in una coppia non significa stare zitti, anzi. Si può parlare molto ma solo degli aspetti pratici della vita mentre non si comunicano i bisogni e i sentimenti più profondi: dopo un pò di tempo l’altro diventa un estraneo. Questo tipo di “silenzio” è molto dannoso perché la difficoltà di esprimere le proprie emozioni conduce ad un disagio psicologico che può portare alla rottura della relazione o provocare lo sviluppo di disturbi psicosomatici: mal di testa, insonnia, dolori muscolari, aumento della pressione arteriosa e disturbi gastrointestinali. Sintomi emblematici dello stress creato dalla quantità di “parole non dette” e da un accumulo di ansia o di rabbia repressa.
Ma dove sbagliamo? Come riuscire a comunicare meglio?

Il fraintendimento maggiore è dato dal fatto che gli uomini e le donne pensano di essere uguali e invece sono diversi soprattutto nel modo di esprimersi e di comunicare: per le donne il dialogo è un requisito fondamentale per stabilire un contatto intimo o una relazione con l’altro: non cerca il consiglio o la soluzione di qualcosa ma l’ascolto, la comprensione e la condivisione di fatti e di sentimenti. Le basta questo per sentirsi amata e compresa. L’uomo invece ascolta soprattutto per dare soluzioni pratiche indicazioni, consigli e ritiene il linguaggio femminile, inconcludente, pesante, impegnativo e spesso noioso.
Ma la lo stile comunicativo parla anche di potere e di gerarchia; ognuno utilizza il linguaggio per avere ragione, per mantenere e vedere riconosciuto il valore personale. Inoltre, c’è la tendenza a portare all’interno della coppia le modalità affettive vissute nella famiglia d’origine e con queste, anche le modalità comunicative. Esistono “copioni di comportamento verbale” che sono all’origine di molte discussioni e di molti silenzi che potrebbero essere evitati grazie ad una maggiore consapevolezza. Per riconoscerli basta ripensare a come comunicavano tra loro i nostri genitori e noi con loro.
Non basta l’amore a garantire la felicità, né è necessario essere sempre d’accordo su tutto per amarsi; è però importante comunicare in modo corretto per non lasciare spazio a fraintendimenti e incomprensioni che lasciano strascichi nel tempo.
La capacità di comunicare bene – che si fonda sia sul parlare che sull’ ascolto – permette all’amore di fluire e di dare ancora quelle emozioni che rendono la vita di coppia vivace e gratificante.

Come fare nella pratica? Vi propongo: “Il gioco della sveglia”.

Scopo: comunicare meglio e rafforzare il legame di coppia (si può fare anche tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli o tra amici).

1. Alla fine della giornata, trovate un momento in cui siete certi che non sarete disturbati (ovviamente, dopo aver messo a letto i bambini) spegnete i cellulari e la tv.
2. In salotto o meglio sul letto uno di fronte all’altro.
3. Prendete una sveglia e caricatela di un quarto d’ora. (es. se sono le 22.00 alle 22.15 suonerà)
4. Uno dei due inizia a parlare di sé: di ciò che sente, di ciò che gli manca, dei suoi desideri, di tutto ciò che vuole: fatti, emozioni, sentimenti, come se si presentasse ad una persona
che non conosce. L’argomento non è il comportamento, i difetti, il carattere dell’altro ma se stessi. Es.. “Mi sento triste perché… le tue parole di prima mi hanno suscitato queste
reazioni… mi aspettavo certe cose e invece…” E’ un modo di esprimersi che si incentra sul proprio vissuto emotivo senza che l’altra/o si senta “attaccato”, criticato, accusato, rimproverato.
Il partner deve soltanto ascoltare con impegno e attenzione, senza replicare. Non può intervenire e quando sarà il suo turno, non potrà intervenire su quello che è stato detto.
Lo scopo è che uno parli e l’altro ascolti.
5. Dopo il quarto d’ora suona la sveglia.
6. Tocca all’altro. Stessa cosa. Parla di se stesso, dei suoi sentimenti, di ciò che soffre o desidera, di quello che ha fatto durante la giornata, di tutto quello che vuole, sempre enunciando le frasi in prima persona. “Io” e non “Tu”.
7. Dopo il quarto d’ora suona la sveglia.
8. Ricomincia l’altro. E così per due volte.

Alla fine, dopo circa un’ora, ci si saluta e si dorme, senza fare commenti, nemmeno nei giorni successivi.

Ripetere ogni 15 giorni.

Intanto, osservate come vanno le cose. Se vi va, potete scrivermi le vostre reazioni e i vostri commenti.

La monogamia è solo temporanea. Siamo traditori per natura.

Se hai trovato il partner giusto e lo ami, non dovresti più provare attrazione verso qualcun altro. Convinzione comune di molti ma smentita dai fatti. Recenti statistiche hanno misurato il tasso di infedeltà nelle relazioni monogamiche:  il 60-70% delle persone, ha tradito il partner almeno una volta.

La monogamia (unione sessuale a carattere esclusivo, a prescindere dall’unione matrimoniale  in contrapposizione alla poligamia in cui un individuo ha più compagni contemporaneamente) non sarebbe una legge di natura ma una scelta culturale. E non ammettere che si possa provare attrazione per altri, anche se si ama, significa reprimere le proprie inclinazioni naturali.

Ad affermarlo è il biologo David Barash della Washington University a Seattle. La fedeltà e la monogamia dipenderebbero dalla presenza o meno dell’ossitocina – l’ “ormone della fedeltà e della felicità”- prodotto dall’ipotalamo, una zona del cervello. E’ l’ossitocina che cambia il comportamento della coppia: accresce il desiderio esclusivo nei confronti del proprio partner, aumenta il piacere del legame e la voglia di tenerezza reciproca. Più viene prodotto e più si diventa fedeli. Il testosterone però ne riduce gli effetti e quindi l’uomo è più incline al tradimento.  La donna invece produce più ossitocina, perché necessaria soprattutto durante il parto e l’allattamento, quindi è più incline alla fedeltà. Ma se si sente trascurata o non amata, ne riduce la produzione e va alla ricerca, anche lei, di un altro partner.

Il segreto della fedeltà è quindi nascosto nella nostra biologia? Fosse così semplice basterebbe fare un esame del sangue per scoprire se abbiamo di fronte un compagno potenzialmente “traditore”.

Però una cosa sembra certa: per essere fedeli bisogna essere felici e soddisfatti.

Anche il sociologo americano Eric Anderson nel suo libro“, Il gap della monogamia – Uomini, amore e la realtà del tradimento, asserisce che la monogamia non è un comportamento naturale. Avere una sola partner sarebbe decisamente contro natura per il maschio, una forzatura che lo porta necessariamente a mentire per preservare l’armonia di coppia. La bugia è detta quindi a fin di bene per preservare un valore più importante come quello della serenità del nucleo familiare. Quindi, gli uomini non mentono perché non amano la loro partner, lo fanno semplicemente perché vogliono fare sesso con altre donne

Il tradimento quindi non è sinonimo di scarso amore; gli uomini che non tradiscono lo fanno solo perché “ingabbiati dalle costrizioni sociali sulla sessualità”. E le donne? Stessa cosa, anche se più prigioniere dell’uomo di stereotipi millenari, paure, traumi, condizionamenti sul sesso e il significato della femminilità.

Ma se la poligamia è una condizione naturale perché ricerchiamo come ideale il rapporto monogamico basato sulla fedeltà e l’esclusività?

Per molti fattori tra cui quelli culturali, morali e psicologici.

La cultura occidentale ha scelto la monogamia tanti secoli fa, per tutelare la fertilità, evitare le malattie sessualmente trasmissibili, dare alla prole maggiori garanzie di sopravvivenza, assicurandole sostegno umano ed economico (e sappiamo che per rendere autonomo un figlio ci vogliono circa 30 anni). Ragioni che sono venute a mancare con il progresso della scienza e i cambiamenti sociali che hanno indebolito il ruolo fondamentale del maschio nella crescita dei figli e nella sopravvivenza della specie. La donna oggi può decidere di mettere al mondo un figlio anche senza un partner fisso e mantenerlo con dignità.

In altre culture ci sono morali e organizzazioni socio-politico-economiche diverse. In varie popolazioni dell’antichità – dalla Cina classica all’Indonesia era diffusa la poliginia, cioè il legame degli uomini con più donne, e in certe zone dell’Africa è ancora presente e tollerata.

Diffusa in Oriente, in particolare in India, nello Shri Lanka e nel Tibet, c’è la poliandria, il legame matrimoniale, che si instaura tra una donna e più uomini. C’è quella fraterna, in cui un’unica donna si sposa con un uomo e tutti i componenti maschili della famiglia di quest’ultimo (solitamente con i fratelli); e quella associata: a un matrimonio inizialmente monogamico si aggiunge un secondo marito, che viene incorporato nell’unione precedente. Tutto per ragioni demografiche e per preservare le proprietà.

Ci sono poi convinzioni religiose e morali per cui avere più relazioni è considerato peccato. La bigamia e l’adulterio in Italia erano illegali fino a qualche tempo fa mentre oggi, la fedeltà non è più obbligatoria nemmeno nel matrimonio. I rapporti di coppia sono cambiati con il tempo. Divorzi, infedeltà, relazioni “aperte” ci confermano che la monogamia è diventata temporanea. Ci sono siti per incontri extraconiugali dedicati alle persone sposate che garantiscono discrezione e che offrono “nuove avventure e incontri occasionali per riaccendere il desiderio”, con tanto di consigli utili per non farsi scoprire.

Psicologicamente, la monogamia e la fedeltà hanno l’elemento dell’esclusività: devi amare me e nessun altro, devi fare l’amore con me e con nessun altro. Questa esclusività dà l’illusione della sicurezza per la sopravvivenza, sicurezza esistenziale, allontana la paura della solitudine, la paura di non farcela da soli. Ma l’amore e il sesso sono due cose diverse. L’uomo riesce a distinguere; la donna meno anche se le giovani generazioni cominciano a farlo.

Ma allora, se è vero che siamo poligami “per natura”, significa che dobbiamo accettare l’infedeltà sempre e comunque?  Natura vs. cultura?

Forse possiamo risolvere il dilemma asserendo che:

LA SESSUALITA’ E’ POLIGAMA. LA MONOGAMIA IMPLICA UN IMPEGNO D’AMORE E DI RISPETTO.

L’appagamento temporaneo dei sensi è piacevole ma è un prezzo da pagare per chi desidera formare una famiglia, condividere un progetto di vita insieme alla persona che si ama. E se per alcuni, la fedeltà è normale, per altri è una scelta e un impegno.

Se in una coppia c’è aria di tradimento, inizia a mancare la fiducia e senza fiducia non si possono mantenere legami coniugali e molte unioni si spezzano  a causa di una notte di sesso  extraconiugale.

Può succedere un sesso occasionale, ma una recidiva rivela mancanza di rispetto e la fine o il declino di un amore.

Uomini e donne sono diversi e per potersi amare devono imparare a conoscere e rispettare le reciproche differenze a partire dalla consapevolezza della propria sessualità prima di sposarsi. Poi è necessario impegnarsi nel comunicare e condividere con il partner i propri bisogni e le proprie aspettative riguardo l’amore e il sesso, fissando di comune accordo regole di comportamento, accettate  e condivise da entrambe i partner o saranno inevitabili i tradimenti, le separazioni, i rancori e le vendette. Sarà forse poco romantico ma dà più garanzie di un rapporto maturo e duraturo.

Quindi, se sospetti di essere poligamo, pensaci prima di promettere un’esclusiva che sai di non poter mantenere.

Sei pronto a scoprire se sei monogamo o poligamo?

TEST.

http://www.qnm.it/amore/monogamia-o-poligamia-quale-stile-di-coppia-fa-per-te-test-post-198685.html

 

La scelta del partner. Perché proprio lui/lei?

Nel mio lavoro, mi occupo frequentemente dei problemi relazionali, di coppia, delle difficoltà nel trovare un partner o meglio “IL” partner, la cosiddetta “persona giusta”. Ma esiste l’uomo giusto/ la donna giusta? Quando ci si innamora, cosa ci guida in questa scelta?
Prima un breve premessa. Siamo ancora immersi in una cultura patriarcale che per millenni ha plasmato le menti di uomini e donne. E anche se moltissimo è cambiato dal punto di vista sociale, politico, economico, per quanto riguarda le relazioni sentimentali c’è ancora molto da fare perché agisce un aspetto nell’inconscio collettivo che condiziona scelte e decisioni. E una delle idee ancora operanti è la falsa credenza che SE NON HAI UN UOMO O UNA DONNA NON VALI NIENTE! Quindi nella vita, per sentirsi realizzati, bisogna avere un partner, possibilmente stabile.
Andiamo alla ricerca ossessiva della mezza mela che ci completa e che ci faccia sentire “a posto”, integrati, uguali agli altri per non sentire il disagio di essere diversi. Non ci rendiamo conto che spesso la scelta del partner non è libera e sfocia di solito, in una relazione in cui c’è un prezzo da pagare con la rinuncia alla libertà e alla realizzazione personale. Il rapporto amoroso inizia a languire nell’apatia, nell’indifferenza e si trasforma in fastidio, rancore, colpevolizzazione fino a diventare un conflitto destinato a sfociare nell’odio, nella vendetta e nella reciproca distruzione.
La scelta del partner non è casuale ma segue delle regole biologiche e psicologiche ben precise ma nascoste che giocano un ruolo determinante nel far sì che “dobbiamo” avere un partner ( e spesso ci accontentiamo del meno peggio) e “quella” persona piuttosto che un’altra. Vediamole in breve.
Motivazioni biologiche legate all’istinto di riproduzione della specie; su questo si incentra il maggior interesse durante la fase dell’adolescenza (anche se nascosto dietro la dinamica dell’innamoramento);
Soddisfazioni di bisogni (psicologici e affettivi). Secondo la scala di Maslow ci sono quelli primari di sicurezza, protezione, sopravvivenza fisica, e quelli secondari essere amato e amare, partecipare, essere rispettato, stimato, riconosciuto, essere competente e produttivo e di essere autorealizzato in base alla proprie aspettative e potenzialità. Se ci sono carenze in questo senso, la scelta del partner verrà fatta attraverso il meccanismo della compensazione e della proiezione per cui cerco nell’altro ciò che mi manca. Si è contenti quando i propri desideri sono soddisfatti da un altro e ci si lamenta quando ci si sente messi da parte, abbandonati, incompresi, non amati.
A causa di questa immaturità affettiva, si attuano inconsapevolmente, gli “incesti simbolici”. Poiché il prototipo delle relazioni affettive rimane quello vissuto con i propri genitori, se tale relazione non è stata soddisfacente o ha prodotto ferite e traumi, si cerca il partner che ripropone il ruolo o la relazione che bisogna risanare sia essa con il padre, con la madre, con un fratello o una sorella. E così si hanno mariti che fanno i padri o i figli, mogli che fanno le madri, le nonne o le figlie. Sembra una “nuova scelta” e invece, è l’attualità di un passato che non è stato ancora superato. Si cerca in un altro quello che manca in base a illusioni che puntualmente crollano. La mezza mela non era l’anima gemella che credevi perché eri una mezza mela anche tu. Bisogna diventare una mela intera, altrimenti l’altro sarà la stampella che prima o poi crollerà.
Poi esiste l’eredità familiare inconscia. Secondo la prospettiva della psicologia sistemica, nascere in una famiglia significa ricevere un’eredità fatta di codici, cultura, valori ma anche progetti, sogni, desideri, talenti; è un’eredità fatta di ordini invisibili che servono per compensare anche le ingiustizie subite dagli antenati, per guarire traumi o portare a termine le loro opere incompiute.
Il rapporto di coppia quindi non si limita alla relazione tra due persone ma entrano in gioco almeno sei persone: tu, lui/lei e i rispettivi genitori perché si incontrano due alberi genealogici: famiglie con usi e costumi diversi, classi sociali e aree geografiche differenti, per non parlare di persone che si uniscono con razze diverse, che parlano lingue diverse e seguono religioni diverse. E trovare un equilibrio in tutto questo, non è facile.

Per fare una scelta più consapevole e liberarsi dal meccanismo delle “ripetizioni infelici” occorre raggiungere la maturità affettiva che non significa solo essere in grado di procreare ma:

1. Amare e dare valore a se stessi. Se non lo hai imparato dai tuoi genitori, è necessario pensarci da soli riscoprendo la propria verità e dare valore alla propria diversità;
2. aver superato il ruolo di figlio/a;
3. “ri” conoscere” i propri genitori, e prendere coscienza degli schemi ripetitivi del proprio sistema familiare e i possibili “ordini invisibili”attraverso un lavoro di psicologia sistemica;
4. avere una buona educazione sentimentale, cioè conoscere e saper interpretare le proprie emozioni e quelle altrui;
5. aver imparato e sperimentato la propria sessualità e aver costruito la propria identità sessuale;
6. Rispettare gli spazi di autonomia all’interno della coppia;
7. Imparare dalle esperienze passate

Troppo impegnativo? Dipende da cosa si vuole nella vita.
Ma in questo modo ogni relazione, anche la più dolorosa, potrà insegnare e dare qualcosa di prezioso, perché diventa un modo per vedere e risolvere un problema personale che non si è voluto affrontare, uno strumento per conoscere se stessi e un mezzo di evoluzione e crescita spirituale.
Allora, la scelta del partner sarà fatta per vivere un amore che libera e non per soffrire dentro una prigione.

“Ti amo”. E’ amore o solo sesso?

Che differenza c’è tra amare e volere bene? L’amore implica necessariamente il desiderio sessuale? Nella nostra lingua, in modo particolare, ci sono termini come innamoramento, sesso e amore tradotti e utilizzati in modo ambiguo, provocano fraintendimenti, illusioni, aspettative esagerate e conseguenti delusioni.
Anche se non ne siamo consapevoli, la parola ha un grande potere e il significato che le si attribuisce può cambiare il modo di vedere il mondo, se stessi, la vita, può rivoluzionare il nostro pensiero, il comportamento e il nostro modo di reagire agli avvenimenti . Allora, facciamo un po’ di chiarezza.
L’innamoramento è una pulsione, una spinta emotiva di grande portata in cui smarriamo noi stessi, “perdiamo la testa” e ci interessiamo “follemente” ad un altro. In questa fase, che dura dai 18 ai 36 mesi, il cervello produce alcune sostanze come la serotonina, la dopamina e l’ ossitocina, una sorta di cocktail chimico capace di indurre uno stato di eccitazione, ebrezza, piacere, simile a quello causato dall’uso di sostanze allucinogene. Per questo l’innamoramento è stato paragonato ad una sorta di “malattia mentale” (disturbo ossessivo con alterazioni dell’umore) perché i suoi sintomi sono simili a quelli della tossicodipendenza: insonnia, perdita di sonno, perdita del senso del tempo, concentrazione su un “oggetto” o pensiero fisso sulla persona amata, disponibilità ai rischi e ai pericoli, bisogno di consumo, crisi di astinenza, malinconia, estasi, oscillazioni dell’umore.
Dal punto di vista psicologico, si innesca il meccanismo della proiezione: aspetti di noi vengono attribuiti inconsapevolmente sull’altro (talenti, virtù, bisogni, difetti), per cui in realtà non ci innamoriamo dell’altro ma di aspetti di noi o di un’immagine ideale, di un’illusione (nell’altro vediamo la soluzione di antichi e profondi bisogni insoddisfatti).
L’innamoramento riguarda soprattutto noi stessi. E’ un’esperienza importantissima perché racchiude un potenziale creativo il cui scopo è quello di farci comprendere chi siamo veramente, quanto siamo grandi, illimitati, coraggiosi, serve a lasciar andare le nostre difese, a superare i nostri limiti. E’ come uno stato di grazia dove tutto è possibile ma va compreso e investito in più settori della vita; il più delle volte non si riconosce e si usa male. Il potenziale creativo viene investito nella sola dimensione biologica (fare un figlio) e viene bloccato frettolosamente con il matrimonio. Ma l’innamoramento non è ancora l’amore.
Per gli antichi Greci c’erano tre tipi di amore:
FILIA, l’amore filiale tra consanguinei e amici;
EROS, l’amore tra sessi diversi basato sul desiderio sessuale;
AGAPE, l’amore universale di cui parla la Bibbia, amore senza condizioni.
La parola amore, deriva dalla parola sanscrita “KAMA” che significa desiderio, passione, attrazione ( Es. KAMASUTRA = riflessioni, discorsi sulla passione fisica). E’ un desiderio intenso ed esclusivo, molto simile al nostro concetto di EROS (dio dell’amore fisico e del desiderio).
Se invece prendiamo l’etimologia dal latino, AMOR, significa “slancio istintivo e passionale”. Il suono “ AM”, richiama il cibo ( vi ricordate quando si imboccano i bambini cosa si dice?). Oppure ”Ti voglio così’ bene che ti mangerei”. “Ti amo”perciò significa: ho desiderio fisico di te. Ve l’aspettavate?
In inglese si dice LOVE, radice di liber (dal lat.= lasciare libera una persona. In tedesco, LIEBEN. In russo, LJUBIT che hanno la stessa radice della parola libertà. Quindi AMORE = LIBERTA’. Ma noi italiani lo intendiamo in un altro modo: esclusività, possesso assoluto della persona amata, l’ uso a proprio piacere del suo corpo, attenzioni, coccole e lo confondiamo con l’Eros, con il sesso.
Quindi l’amore può essere inteso e vissuto in due modi: l’amore che lega (come bisogno, possesso, esclusività) e l’amore che libera ( come pienezza del cuore, generosità, libertà, condivisione).
Il sesso invece è un istinto e per gli antichi era sacro. Era l’occasione di unirsi con il divino, imitando gli dei che avevano popolato la Terra. Nelle religioni pagane c’erano riti iniziatici a sfondo erotico e orge sacre che propiziavano la fertilità dei campi. Oggi questo istinto è regolato dalla Legge, ed è soggetto al relativismo culturale e morale: ciò che è bene in un’epoca o in una società è male per un’altra. La parola Sesso, nella radice indoeuropea “Sak”, significa: scisso, separato, frattura. Quindi il sesso è la conseguenza di una frattura che scinde e che richiama ad una ferita.
Cosa si è spezzato? Il principio maschile e femminile della psiche in un’unica persona. Yung parlava di Animus nella psiche femminile (il pensiero logico, deduttivo, la precisione, l’analisi, la concentrazione su un obiettivo, l’organizzazione dell’intuizione) e Anima nella psiche maschile (la ricettività, il pensiero induttivo, analogico, l’immaginazione, la fantasia). Sono due modi diversi di conoscere il mondo, già presenti in ognuno di noi ma che vanno riscoperti e integrati. Altrimenti continuiamo a parlare della mela intera, come diceva Platone, che è stata divisa e tutti andiamo alla ricerca dell’altra metà che ci completa, l’anima gemella di cui tanto si parla.
Se il sesso indica una scissione, è vero anche che è la via attraverso la quale ritrovare l’unità di se stessi con l’occasione dell’altro. Ma per fare questo è necessario liberarsi da tanti blocchi, tabù e traumi che condizionano la vita sessuale. Oppressione e violenze sessuali nel corso dei secoli, stupri, umiliazioni su vasta scala, false credenze e condizionamenti familiari hanno confuso le idee per cui soprattutto la donna, se vuole fare semplicemente sesso deve illudersi di essere innamorata, andando incontro a delusioni e sofferenze, mentre l’uomo è più libero di vivere il sesso senza amore.
E’ bene riflettere sul significato di queste parole e cambiare il nostro modo di pensare. Con la conoscenza personale e il rinnovamento continuo possiamo assicurarci il benessere personale e vivere di conseguenza, una storia d’amore e/o di sesso senza farci più del male.

Il divorzio breve. Perché ti sei sposato?

“Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita”.

Questa è la formula del matrimonio nel rito religioso in Italia; per quello civile ci sono tante varianti che si possono personalizzare secondo la fantasia degli sposi o prendendo spunto da poesie e canzoni. Ma quante persone sposate possono dire di mantenere o aver mantenuto questa promessa? E’ veramente attuabile? I numeri delle separazioni e dei divorzi sembrano dire di no.
Il 26 maggio scorso, il Governo ha approvato con un Decreto Legge – a larga maggioranza – la riduzione dei tempi della separazione per giungere al divorzio “breve”: dai tre anni previsti attualmente, a 12 mesi in caso di separazione giudiziale e a 6 per quella consensuale, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Una firma, e in dieci minuti davanti all’avvocato, vengono cancellati anni di convivenza, aspettative, progetti di vita e promesse. Rimane il rammarico, il senso di colpa e di fallimento e spesso anche la depressione.
Si dice sia un segnale significativo verso il progresso culturale e civile che serve per abbassare i costi onerosi della giustizia, a snellire il lavoro dei tribunali e, non per ultimo, un bene per la coppia che evita il prolungamento di conflitti e disagi che ricadono poi sui figli.
Dal punto di vista sociologico c’è chi pone l’attenzione sulla povertà che produce una separazione. A meno che non si viva in una condizione di benessere e ricchezza, è un dato osservabile da tutti che le famiglie benestanti si ritrovano ad essere sempre più bisognose. Gli uomini sono costretti a tornare dai genitori perché non possono pagare l’affitto di una nuova abitazione e le donne devono umiliarsi o lottare continuamente per farsi versare il “mantenimento” che spesso l’ex coniuge non può o si rifiuta di versare. In mezzo i figli che come sempre, pagano le conseguenze dei conflitti e dell’immaturità dei loro genitori.

Qualunque siano le opinioni sul divorzio e sulla validità di questa novità giuridica , non si può non avviare una riflessione più profonda sulle relazioni coniugali e sul concetto di matrimonio.
Il dizionario della lingua italiana Zingarelli lo definisce così:
Matrimonio : Accordo tra un uomo e una donna stipulato alla presenza di un ministro di culto o un ufficiale dello stato civile con cui i soggetti contraenti si impegnano a instaurare e mantenere fra essi una comunanza di vita e di interessi. dal lat. Matrimonium, deriv. di mater “madre”con riferimento alla maternità legale.
E cos’è invece il patrimonio? “ Complesso di beni culturali, sociali e spirituali ereditato attraverso i tempi, di cui dispone una persona o una collettività: dal lat. patrimonium, da patris, “padre”.
Quindi al padre, all’uomo va il patrimonio, la gestione del potere e della ricchezza; alla donna spetta il diventare madre e attraverso questo ruolo – legittimato con il matrimonio – può appropriarsi e/o condividere il potere economico dell’uomo. Non è stato così per secoli e secoli?
Oggi molte cose sono cambiate ma la mentalità patriarcale di come si intenda ancora il matrimonio e come debba essere desiderato e vissuto, ancora esiste e si tramanda con la complicità spesso inconsapevole della donna che sposandosi, spesso è quella che reprime di più la sua autentica personalità e rinuncia alle possibilità di vivere una vita felice e realizzata.
La definizione lo dice chiaro: il matrimonio serve solo per fare la madre legalizzata, un ruolo che 24 ore su 24 dovrà svolgere per tutto il resto della vita, a volte nemmeno scelto con libertà. E come dice un raffinato pensatore “ passi la vita a risolvere in due tutta una serie di problemi che se non ti sposavi non avresti avuto. Tutto perché pensavi che volesse dire qualcos’altro! Già pensavi! ”
Poi, dopo qualche anno, la passione è finita e ti accorgi che l’altro è cambiato, che tu non sei più felice perché hai rinunciato a troppe cose, o hai sempre servito i bisogni di qualcun altro. E il matrimonio che doveva coronare “il sogno romantico di un amore eterno” è diventato una prigione! In realtà si arriva al matrimonio in modo immaturo, irresponsabile, con una personalità infantile che impedisce e banalizza lo svolgimento di un vero ruolo genitoriale, a scapito del benessere dei figli. Non si fa prima un minimo di riflessione su cosa significa impegnarsi una vita con un altro, tanto se si sbaglia c’è la scappatoia del divorzio, ora anche breve, vivendo inconsapevolmente, uno stile consumistico delle relazioni sentimentali.
Allora, tornando al divorzio: è breve per fare cosa? La maggioranza di coloro che chiede il divorzio ha già in corso un’altra relazione sentimentale, ha generato altri figli e vuole risposarsi, spesso sotto la pressione dell’altro partner. Ma perché rivivere tutto daccapo quando c’è una percentuale abbastanza elevata che il nuovo matrimonio porterà le stesse problematiche di quello precedente? Nel linguaggio psicologico si chiama “coazione a ripetere” ed è sintomo di nevrosi.
Ma si ripete l’esperienza perché le persone non intraprendono un percorso di conoscenza personale e rimangono ignoranti: non conoscono la loro vera personalità, i loro autentici bisogni, le aspirazioni, i desideri e continuano a vivere superficialmente le relazioni affettive e sentimentali. Rivivono meccanicamente le fasi dell’innamoramento senza aver compreso le vere motivazioni nella scelta del partner, e si rituffano in una nuova relazione che nasconde ancora una volta, bisogni insoddisfatti di amore, di protezione, di sicurezza economica, ma anche insoddisfazione, disistima, insicurezza personale e un marcato narcisismo.
Certo si può uscire da un matrimonio sbagliato, anche se molti ancora non possono permetterselo per motivi economici e culturali – ma è necessario comprendere che è stato comunque una lezione di vita da cui imparare a conoscersi meglio, per non incorrere negli stessi errori, per uscire dalla nevrosi dell’infelicità, per migliorare e costruire su nuove basi la relazione che verrà.