Tutta colpa dello stress?

Hai l’emicrania? La colite? La gastrite? L’ansia? La tachicardia? L’insonnia? Fai le analisi e tutti gli esami clinici ma niente: è colpa dello stress.
Ma cos’è lo stress? Ne parla per la prima volta il Dr. H.Selye nel 1936 e da allora sembra che sia diventato la fonte di qualsiasi malattia. Egli lo definì come “la risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso”. Cioè? Uno stato di tensione che si manifesta con modifiche organiche e in grado di provocare modifiche a livello immunologico, una tensione che si somatizza a livello organico e diventa sintomo. E’ come una coazione a ripetere, uno stimolo che non raggiunge mai la sua soddisfazione.

Ma anche lo stress è un effetto: è una risposta dell’organismo ad un evento improvviso, spiazzante che non si ricorda; e questa risposta si è cristallizzata, è diventata abitudinaria, cronica. Una risposta che può essere cambiata scoprendo ciò che produce lo stress: il “chi” o “che cosa” non è stato ancora visto e riconosciuto: una separazione, un amore fedele verso qualcuno, un attaccamento che non si riesce a lasciar andare, un’ingiustizia, un’umiliazione o più situazioni contemporaneamente che hanno fatto “saltare” il normale equilibrio della persona.
Si può vedere chi e cosa c’è dietro lo stress? Si.
E una volta visto, riconosciuto e integrato, si riprende la propria salute e il proprio benessere, cioè si ricomincia a fluire morbidamente con la vita.

La sindrome del Natale. Tra stress, ansia e depressione

Ricordate il film “Fuga dal Natale” ? Una coppia, dopo tanti anni, decide di trascorrere le Festività senza rispettare la tradizione: niente addobbi natalizi, niente regali, niente pranzi ma finalmente una vacanza da sogno! In attesa della partenza, si nasconde in casa per difendersi dalle critiche e dalle pressioni giornaliere dei vicini di casa, indignati da questo comportamento. La coppia resiste eroicamente, finché il ritorno inaspettato dell’amata figlia la costringerà ad organizzare frettolosamente il classico pranzo, con i regali sotto l’albero e gli inviti a tutto il vicinato. Morale: il vero Natale si trascorre in famiglia con i propri cari.
Ma questa Festa non piace a tutti. Molte persone confessano che il 25 dicembre lo cancellerebbe dal calendario insieme al capodanno perché si sentono immerse in un clima di falsità e ipocrisia, aspettative di felicità e di buoni sentimenti che non corrispondono alla realtà. Sensazioni interiori di malinconia, solitudine e inadeguatezza fanno desiderare che torni la normalità il prima possibile ma non osano dirlo per non sentirsi giudicate cattive, ciniche, asociali e guastafeste.
Viene definita “sindrome del Natale” e ne soffrono giovani e adulti, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza. Sapere che esiste e riconoscerla è il primo passo per non sentirsi anormali e vivere il periodo natalizio con maggior serenità. Per questo, è utile fare alcune precisazioni.
Prima di tutto, il Natale, almeno in occidente, è una festa essenzialmente familiare e la famiglia, si sa, non è sempre quel luogo ideale e magico in cui regna affetto e comprensione. La tradizione vuole che ci si riunisca insieme ai propri parenti per ritrovare e fortificare un senso di unione, di appartenenza, di affetto e di sostegno reciproco; l’esperienza di molti parla invece di incontri obbligati e spesso spiacevoli, durante i quali riaffiorano gelosie, conflitti, malesseri e vecchi rancori.
E’ una festa imposta, (le cosiddette feste comandate) che “impone” anche sentimenti di bontà, di gioia, di generosità non corrispondenti al reale stato d’animo. Qualcuno soffre, ha subìto un lutto, un licenziamento, una separazione, un divorzio, oppure si trova per la prima volta in una famiglia allargata in cui manca il senso di intimità. Se c’è di base una tristezza, si acutizza proprio in questi giorni.
Non dimentichiamo poi lo stress dei regali obbligati, degli auguri da fare, delle cene aziendali con i colleghi (spesso insopportabili). Come non avere il desiderio di fuggire lontano?
Ma non siamo malati. Forse avvertiamo in modo più consapevole la pressione dei condizionamenti sociali e culturali, l’azione subliminale dei messaggi pubblicitari e dei film natalizi mentre si fa più forte la strana nostalgia di “un’atmosfera natalizia” che non si trova nelle cene in famiglia o guardando gli alberi illuminati.
E’ un momento di Risveglio interiore e di riscoperta del significato spirituale del Natale.
Il Natale è la Festa di una Nascita; non solo dell’Uomo-Cristo ma di quella divinità che è in ognuno di noi e che può ridestarsi alla Luce di una nuova consapevolezza. Il Natale rappresenta l’inizio di un tempo nuovo, di una rinascita psicologica che ogni anno si rinnova e che ci offre l’occasione di un cambiamento profondo per vivere in maniera più autentica, per avere contatti umani più veri, rapporti di amicizia e di coppia più sinceri, per liberarci dalle convenzioni soffocanti, dai riti ormai privi di significato e dalle maschere che abbiamo indossato per difenderci dal dolore.
La solitudine e la tristezza che avvertiamo sono le voci dell’anima che ci chiama ad una riflessione più profonda su ciò che siamo e che vogliamo diventare, sui nostri veri bisogni, sui desideri inespressi, sui sogni dimenticati o abbandonati. Nel silenzio interiore, occasionato da una tristezza, possiamo percepire una connessione con qualcosa di più grande che ci avvolge e che ci ama.
Si può vivere il Natale anche così, un momento di raccoglimento interiore per rifiorire a nuova Vita.

L’attacco di panico. La paura della paura

Secondo i dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’attacco di panico è una delle patologie più diffuse al mondo; in Italia ne soffrono circa 8 milioni di persone. L’esordio avviene tra i 15 e i 35 anni ma spesso non è correttamente diagnosticato e viene inizialmente contrastato attraverso la prescrizione di blandi ansiolitici; se non riconosciuto e non curato, si corre il rischio di cadere nella depressione e in varie forme di dipendenza (farmaci, alcol, sostanze ,ecc. ). Ultimamente si è rilevato un aumento di giovani adulti che si rivolgono alla psicoterapia per guarire da questo disturbo invalidante di cui spesso ci si vergogna.
Viene definito attacco perché la persona viene colta impreparata; all’improvviso compare un senso di terrore spesso legato all’urgenza di fuggire da qualcosa di pericoloso. I sintomi sono soprattutto organici: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolori al petto, nausea, sensazioni di sbandamento irritabilità, svenimento, paura di perdere il controllo del proprio corpo, torpore e formicolii, brividi, vertigini. La persona pensa che sta per avere un infarto e spesso si reca al pronto soccorso perché ha paura di una morte imminente, sensazione che rimane nella memoria anche dopo che l’attacco è passato (circa dopo 10 minuti). La paura di un altro attacco comincia a condizionare la vita quotidiana perché vengono messi in atto meccanismi di protezione e di difesa come l’evitamento della vita sociale e lavorativa con un peggioramento della qualità della vita.
Chi soffre di attacco di panico comincia a chiedere di essere accompagnato ogni volta che deve spostarsi con i mezzi, in macchina o andare in luoghi affollati. Pian piano perde la propria indipendenza, l’autonomia, il senso di autoefficacia con un grave abbassamento dell’autostima e aumento del senso di inadeguatezza. Per proteggersi e difendersi da questo dolore e da questa paura, la persona inizia ad isolarsi e a rifiutare quelle esperienze che possono procurargli un nuovo attacco. Familiari e amici, pensando di aiutare, assecondano le paure senza sospettare che non solo peggiorano il sintomo e lo mantengono ma si fanno inconsciamente complici della patologia dell’altro.
I fattori predisponenti sono da rintracciare sia nella sfera personale (particolare sensibilità e aspetti caratteriali sviluppatesi durante l‘infanzia e l’adolescenza) che nella sfera sociale (cultura familiare e quella del contesto sociale di appartenenza).
Le occasioni scatenanti in genere coincidono con i momenti della vita in cui la persona si trova a vivere un cambiamento desiderato o non ( lavoro, città, casa), una separazione ( da una persona, un coniuge, un figlio, o anche un luogo) o prove particolari (un esame, una promozione, un cambiamento di ruolo) . Queste situazioni che possono presentarsi nell’arco della vita, vengono però affrontate e vissute con un sentimento di paura e di inadeguatezza. L’attacco di panico spesso nasconde proprio queste emozioni: paura e inadeguatezza nei confronti di una nuova situazione che non si sa affrontare e tale incapacità viene spostata fuori in un disturbo di cui non si è responsabili.
Per esplorarne le cause e progettare un efficace intervento terapeutico bisogna affrontare le tematiche legate alla dipendenza affettiva e alla rimozione dell’aggressività. Infatti la persona va in crisi soprattutto quando è lontana dai suoi punti di riferimento come la casa e la famiglia o quando deve emanciparsi da atteggiamenti e comportamenti non più adeguati alla sua maturità. Dietro un attacco di panico vi sono quasi sempre residui di una personalità non evoluta che mette in atto risposte nevrotiche perché non ha voluto o potuto sviluppare una personalità matura, adeguata ad affrontare i cambiamenti che la vita impone.
L’attacco di panico è quindi l’occasione per un’evoluzione e una crescita personale che passa attraverso l’assunzione di una responsabilità individuale. Spesso però si sceglie la via più comoda della cura farmacologica che pur essendo utile nei primi momenti, può trasformarsi in dipendenza.
L’approccio della psicoterapia breve – in qualche mese – porta il soggetto a un buon grado di consapevolezza e riflessione sugli aspetti inconsci della propria personalità favorendo il superamento di antiche paure trasformandole in risorse da utilizzare per un migliore stile di vita.