Cattive. La misoginia femminile

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“Ciao Tesoro! Ciao bella! Carissima! Amore!” Quante volte abbiamo utilizzato o ascoltato questo intercalare durante gli incontri o le telefonate con amiche e altre donne?  Manifestazioni di affetto? A volte. Spesso invece è solo ipocrisia dietro la quale si nascondono divisioni profonde, pregiudizi, invidie e gelosie. Chi di noi donne non è mai stata vittima di un colpo basso, di una cattiveria di un’altra donna?  E poi, a sua volta ha infierito su un’altra? 

“Il peggior nemico di una donna è sempre un’altra donna”. L’ha detto un uomo (Cfr. Otto Weininger, Sesso e carattere, Feltrinelli, 1979) e sembra paradossale che questo antagonismo sia maggiormente colto dagli uomini che poi lo utilizzano per aumentarne il senso di divisione ed esercitare meglio il potere (“dividi et impera”), soprattutto sui luoghi di lavoro. Uomini maschilisti e misogini, li definiamo. Ma le donne non sono da meno. Sanno essere cattive l’una contro l’altra.

Si tratta della misoginia “al femminile” ma parlarne sembra ancora oggi un tabù. Le donne la negano e quando viene alla luce ne sono sorprese e ferite come se avessero subito un tradimento. Non vogliamo ammetterlo ma è come se esistesse una sorta di omertà nel mondo femminile che è simile e paragonabile solo a quella mafiosa (Cfr. Phillis Chesler, Donna contro donna, Mondadori ed.). Dietro si nasconde una grande paura: la paura di essere distrutte dalla rabbia e dal rifiuto di un’altra donna. Così  ci ripariamo dietro un uomo, cercando in lui il senso del nostro valore,  ignorando che trovarlo è necessariamente una responsabilità e un compito personale.

Ma cominciamo con il chiarire il significato del termine “misoginia”. La radice etimologica di misoginia viene da greco, μισεω miseo, io odio e γυνη gyne, donna: indica un sentimento e un atteggiamento di odio e di avversione nei confronti delle donne. Va oltre l’antagonismo, la gelosia e l’invidia. Rende impossibile sostenersi e difendersi a vicenda, lavorare in gruppo, essere solidali, veramente amiche e sorelle.  

La misoginia femminile, al contrario di quella maschile, è però ben mascherata da stereotipi, luoghi comuni, identificazioni che la donna stessa difende. Essere accogliente, compassionevole, gentile, accondiscendente, premurosa, tollerante, pronta ad ascoltare e aiutare. Ma questa è solo una faccia della medaglia. Dietro  si nasconde qualcos’altro: la violenza e la cattiveria.  C’è un aspetto “ombra”  nella psiche femminile molto antico, un archetipo come direbbe C. G. Yung, che sopravvive nell’inconscio individuale e collettivo; si  trasmette come un DNA da madre in figlia, da femmina a femmina. E’ una rivalità fra donne che si coalizzano contro quella che sembra diversa: la controllano, psicologicamente e nel comportamento per schiacciarla.

E’ come se ci fosse una strana convinzione nella donna che per sopravvivere o avere una sorta di  primato debba per forza uccidere o annullare l’altra. La misoginia viene definita anche omicidio o assassinio ontico. Ontico perché non si uccide fisicamente la donna ma la si taglia da un rapporto con il suo sé spirituale, con i suoi talenti, con la sua energia angelica, con la sua anima o come altro volete chiamarla. Provoca una sorta di schizofrenia che la relega nella mediocrità. Non può sviluppare il potenziale della sua intelligenza e cade nella dipendenza, nell’autocommiserazione, nel vittimismo, negli autosabotaggi. Si perde, troppo distratta a cercare fuori di sé le ragioni della propria insicurezza e della propria miseria.

 

Come nasce la misoginia femminile?

Le cause sono molteplici e complesse: fattori sociali, culturali, storici, politici, religiosi.  Psicologicamente parlando possiamo rintracciarne le basi in un rapporto frustrante con la propria madre nei primi anni di vita o con figure sostitutive; una madre che non ama se stessa né la propria femminilità  trasmette questo rifiuto alla figlia femmina che, come lei, dovrà vivere il suo stesso destino ( “Tale madre tale figlia….”). E’ una catena di frustrazioni, dolore, rabbia, una sorta di eredità psico-emotiva che rinnega la bellezza, la potenzialità, la forza e il coraggio di essere donna. Poi, ci portiamo ancora addosso lo strascico di traumi collettivi e generazionali di migliaia di donne bruciate vive come streghe. Uno dei più tragici eccidi di genere mai avvenuti nel tempo per così tanto tempo. Lo abbiamo dimenticato? Ma l’inconscio collettivo non è soltanto una teoria. E’ una realtà operante all’interno della psiche delle donne di tutto il mondo. 

 

Chi sono queste donne odiate?

Non sono solo le donne ricche, belle, intelligenti ma tutte quelle che si comportano e pensano diversamente dalle altre, che escono fuori  dal seminato designato da una ideologia patriarcale e misogina, che fa scattare meccanismi di antagonismo, non solo nei maschi ma anche nelle donne.  Sono donne che rinnegano e rifiutano i ruoli che nei secoli sono stati affibbiati dagli uomini e da altre donne e vogliono avere un loro primato personale, un riconoscimento della loro intelligenza e del loro valore, della loro diversità, della loro unicità. Ma quando cominciano ad esternare il loro pensiero che non le assoggetta più ad una logica maschilista, vengono prima di tutto attaccate da altre donne che non vogliono che l’altra si liberi perché non hanno potuto o voluto farlo loro. Quindi, la prima responsabile di questa misoginia al femminile (ma anche di quella maschile), è la donna stessa.

 

I segnali di una possibile misoginia.

Per primo, c’è sicuramente l’odio e il disprezzo che si prova verso la propria madre, ognuna ha i suoi motivi. Provate oggi a dire ad una donna che somiglia a sua madre; nella gran parte dei casi si sentirà offesa.
Poi, delusioni profonde, sentimenti di inferiorità mai risolti, possessività e iperprotettività che minacciano lo sviluppo e l’indipendenza di una figlia.

Inoltre, guardate i talk show, gli spettacoli di intrattenimento, i dibattiti politici. Dobbiamo riconoscere che sappiamo essere cattive e violente tra di noi, soprattutto a livello verbale, sia direttamente che indirettamente attraverso i pettegolezzi. Ascoltate le donne parlare, anche quelle molto giovani: hanno interiorizzato il linguaggio e gli stereotipi di genere delle loro madri, nonne e bisnonne. Fanno battute, commenti, osservazioni intrisi di pregiudizi. Se un uomo le tradisce, se la prendono con l’altra considerandola una sgualdrina; se un uomo molesta sul posto di lavoro  dicono che la donna se l’è andata a cercare. Non è così? Non lo dicono solo gli uomini, lo diciamo anche noi o almeno l’abbiamo pensato. Non prendiamo mai le difese di un’altra donna, soprattutto se attaccata, umiliata e criticata da un’altra.

Poi ci sono i comportamenti delle madri, quelle che non sostengono una figlia a separarsi da un marito violento, che suggeriscono e consigliano la pazienza, la sottomissione; donne, amiche e sorelle che insinuano dubbi, incertezze, che non sostengono nel cambiamento, o a fare scelte coraggiose per percorrere la strada di una realizzazione individuale: vogliono imprigionarti lì, dove sono rimaste loro. E lo vedo continuamente, ancora oggi. Ed è proprio questo il  modo in cui la misoginia opera: si limitano le possibilità di scelta delle donne, si tacitano le loro voci, le si rende insicure, fragili, estranee a se stesse, incapaci di sopravvivere di al di fuori di regole patriarcali.

Ma è inutile condannare le madri. Forse non hanno avuto la possibilità di scegliere. O forse non l’hanno voluto.  Non importa cosa hanno fatto loro.  Oggi ci sono diverse opportunità, possiamo pensare e comportarci diversamente. E’ solo riconoscendo onestamente la propria misoginia, comprendere in che modo  è stata introiettata e come viene ancora diffusa e trasmessa che potremmo  dissociarci e creare una psicologia femminile veramente libera. Solo quando le madri non insegneranno più alle loro figlie a vivere senza il rispetto di se stesse e la soddisfazione dei loro bisogni. Solo quando madri, mogli, sorelle e amiche smetteranno di difendere e giustificare il maschio sempre e comunque: per la sua violenza, per l’egoismo, la maleducazione, l’insensibilità, il disprezzo, la possessività, la prepotenza. 

Senza  il riconoscimento e la comprensione di questa realtà profonda nella psiche femminile, ogni volta che una di noi cercherà di essere se stessa,  ci sarà sempre un’altra donna nei paraggi che tenterà di impedirlo. Noi donne dovremmo comprendere che abbiamo bisogno di altre donne per formare e preservare il nostro senso di identità, alla stessa stregua degli uomini. Di altre donne che ci sostengano attraverso il loro rispetto e il loro amore, che ci difendano dagli attacchi inutili e dalla critiche distruttive di altre donne.  Abbiamo bisogno di una sincera e profonda coesione con le altre per aiutarci, per sostenerci, per condividere la nostra saggezza.

E se cominciassimo da oggi?

 

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Maria Giulia Minichetti

Maria Giulia Minichetti

Psicologa – Psicoterapeuta – Abilitata in Ipnosi Ericksoniana e Biocostellazioni Iscritta all’Ordine degli Psicologi e Psicoterapeuti del Lazio (5034). Dal 1995 esercita come libera professionista. Le esperienze personali di molteplici modelli di psicoterapia e metodologie innovative nel settore della salute e del cambiamento, oggi confluiscono in uno stile personale di Psicoterapia Integrata. Progetta seminari di Biocostellazioni per la risoluzione dei sintomi fisici e di miglioramento delle relazioni affettive, sociali e professionali. Effettua consulenze individuali e di coppia per adulti e adolescenti.

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