Ricominciare a 50 anni

Davanti a me una donna di 53 anni. In lei traspare un’antica bellezza e una forza seduttiva ormai umiliata e schiacciata sotto il peso di grandi difficoltà, di sacrifici economici e privazioni che l’hanno sfinita. Le sue parole sono accompagnate da un profondo rammarico e una nostalgia rabbiosa per un passato che non tornerà più. Si rende conto di aver disprezzato e distrutto tutte le opportunità, le occasioni di gioia e di abbondanza che la vita le aveva donato.

“Ciò che più mi dispiace è non aver avuto una passione da seguire. Mi sono sempre annoiata e stancata di tutto. Ora invidio chi ce l’ha mentre io mi sento vuota e senza scopo”.

La passione è forza, è energia, è desiderio verso qualcosa o qualcuno. Ma questo cosa o qualcuno va verificato. Molti hanno una vera passione per il sacrificio, per la povertà, per la pulsione di morte, vorrebbero seguire qualcuno che hanno perso e lo fanno per amore.
Il significato che l’etimologia della parola indica è quello di sofferenza, di pena, di grande dolore (pensiamo alla passione di Cristo). E’ un’intensa e dolorosa condizione interiore che appesantisce e provoca dolore.

Così questa donna non si è mai accorta che una passione ce l’ha sempre avuta, l’ha seguita e la segue ancora: la passione per la sofferenza e le eroiche rinunce. Perché? E’ masochismo? No, è amore.
E’ fedeltà e amore verso quel padre assente, a lungo criticato che si è accorto di lei soltanto per spezzarle un sogno, una passione quand’era molto piccola. Un padre da cui ha ereditato il senso del fallimento e della rinuncia. E così ha iniziato un circolo vizioso di nuovi progetti e autosabotaggi, di momenti di entusiasmo e depressione; una routine che le è servita a togliere energia ad ogni passione che si affacciava, a sminuire ogni talento che scopriva. E la noia le è utile per non iniziare niente o per lasciare tutto incompiuto: lavori, progetti, amicizie, relazioni sentimentali. Li lascia prima lei, prima che diventino troppo importanti, prima che arrivi un successo o una gioia, prima che qualcuno o qualcosa li porti via.

La passione, quando c’è, va compresa, coltivata, costruita e trasformata in un progetto di vita che dia gioia, benessere, evoluzione.

Così per qualcuno arriva il momento di prendere atto della situazione presente e guardare indietro per riflettere sulle decisioni prese, sulle scelte fatte, sulle opportunità rifiutate. E si avverte un dolore morale e psicologico molto più forte di un dolore fisico. E’ la mente che si guarda indietro e si rende conto di ciò che ha fatto all’anima. Si può arrivare alla depressione, alla paralisi esistenziale, all’apatia.

Si può ricominciare? Da dove? E soprattutto, perché?
Ognuno può trovare la sua risposta, io vi offro la mia.

Si ricomincia accettando tutto il passato, a partire dai nostri genitori, dalla nostra famiglia, dal luogo in cui siamo nati; accettando tutto il dolore, tutto ciò che siamo stati e siamo diventati perché siamo il frutto di strade percorse, di scelte fatte in buona coscienza; accettando il presente anche se è diverso da come avremmo desiderato perché in qualche modo, l’abbiamo voluto, pensato e costruito.

E si ricomincia considerando che il tempo non è lineare, è circolare, multidimensionale e il passato possiamo portarlo qui, nel presente, rielaborarlo, dargli un altro significato e trasformarlo in un presente che diventa il seme per un nuovo futuro, un seme fatto di consapevolezza, di nuovi atteggiamenti, di sentimenti accettati, di ricordi ristrutturati, di nuove percezioni e soprattutto di comportamenti, azioni e reazioni diverse. Un futuro che inizia “qui e ora” e come una forza centripeta, prende energia per espandersi e aprire nuove strade, inizi, opportunità.

Perché il tempo è un tempo psicologico, il tempo di vedere realizzata l’unità e l’unicità di se stessi.

E si può ricominciare dopo i 50 anni, dando un nuovo senso alla vita, per amore di chi volevamo seguire nel dolore, per onorare il suo destino e distaccarcene portandolo nel nostro successo, comunque esso sia, nella nostra gioia di vivere. E andare verso una vita piena, un bene prezioso da onorare, rispettare, salvaguardare e trasmettere affinchè altri dopo di noi, possano vivere meglio di come abbiamo fatto finora.
Vivere e come vivere è una scelta, e ognuno va rispettato per quella che fa.

Una ragione per essere felice

“Non mi manca niente ma sono infelice” – così esordisce un ragazza di 32 anni- qualche tempo fa.
“Ho tutto. Un lavoro ben pagato in una multinazionale, un ragazzo che mi ama, una bella casa. Facciamo vacanze ogni anno e ho buoni amici. Sono in salute e i miei genitori mi hanno sempre appoggiato. Però, sento un vuoto dentro. Che me ne faccio di tutto questo? Ma non lo posso dire, mi prenderebbero per matta e per ingrata”.

E quando dallo psicologo si presenta una giovane così, che diagnosi faremmo? Disadattamento? Depressione? Nevrosi? Lutto irrisolto?
Tutte etichette che non danno risposta alla domanda esistenziale di una giovane che non trova più un significato per vivere.

Eppure lei ha fatto tutto come da programma, in una società complessa immersa in problemi economici, consumistici, basata sul successo, sul fare, sulla velocità, sull’angoscia dell’arrivare ma che va perdendo il senso della vita.
Troppo avere, tutto fare e poco essere.

E oggi sarebbe guardata male e giudicata dai più, con cinismo e invidia perchè la maggioranza quei traguardi ancora li sogna.
Ma questa ragazza soffre perché si sta accorgendo di aver costruito la sua vita su una identità fittizia, su un Io ideale, una maschera che non rispecchia il suo vero Sé. Questo Io Ideale – o ideale dell’Io – è stato nutrito, coltivato, coccolato, amato, mitizzato e vissuto giorno dopo giorno, con il suo consenso, con la sua convinzione. E’ diventato il suo ideale o era l’ideale di altri?

E a trent’anni la maschera stringe, soffoca, toglie energie e motivazioni. Si comincia ad avvertire la mancanza di un “originale” che non riesce ad esprimersi, a realizzarsi. E si soffre un tipo di separazione, una forma di nostalgia che può chiamarsi “nostalgia dell’essere”, una dimensione spirituale e metafisica di cui siamo parte.

Ed è su questo terreno che la psicoterapia e la psicologia devono misurarsi oggi, un terreno che non appartiene più alla religione, alla psichiatria o alla medicina che medicalizzano anche l’anima.

La psicoterapia deve tornare ad occuparsene,a prendersene cura, accoglierne le sofferenze e aiutare tanti giovani e adulti a non sentirsi più strani, diversi o peggio malati ma a sostenerli per uscire dal pantano dei condizionamenti e del conformismo, dalla paura e dall’angoscia di vivere.
Una psicoterapia della riscoperta e della ripartenza perché ognuno possa ritrovare il suo personale senso della vita, una ragione per essere felice, trascendendo ciò che fa, ciò che ha costruito, ciò che è diventato.

Non siamo quello che facciamo o quello che abbiamo. Siamo molto di più.

E sarebbe bello cercare e vivere nella quotidianità, anche per un momento, il sentimento della felicità.
Non più come un effetto secondario di un fare o di un avere, ma una dimensione che è sempre dentro di noi, ogni volta che viviamo la forte percezione di appartenenza e connessione con l’essere.

Ce la faccio da sola.

Non ho bisogno di nessuno.

E quando lo pensi e lo dici ti senti forte, invincibile, fiera di te stessa.
Ti ripeti che sei diversa, autonoma, non come quelle femminucce che si vedono in giro che piangono, si lamentano e alla prima difficoltà vanno a rifugiarsi nelle braccia di mamma e papà. E poi, in quelle del marito, di un’amica, di una sorella o di un figlio perfino, e li incaricano di risolvere i loro problemi.
Tu no. Hai fatto tutto da sola, senza l’aiuto di nessuno, con grandi sacrifici, con mille rinunce e difficoltà. Ti piacerebbe che qualcuno si accorgesse dei tuoi bisogni, di qualcuno che ti facilitasse la vita ma sembra che tutti guardino altrove.
Se qualcuno poi si propone o ti fa un regalo, sei la prima a dire “no grazie”.
Ma ti accorgi di essere stanca, triste e soprattutto, sola.

Ancora non ti rendi conto che dietro quell’orgoglio nascondi un dolore, una disperazione e anche tanta, tanta rabbia.
Il dolore e la rabbia di una bambina che ha dovuto cavarsela da sola per sopravvivere.
Sopravvivere a cosa?
A volte alla separazione improvvisa dai genitori, o forse alla tristezza di una mamma che non ti guardava mai o all’assenza fisica ed emotiva di un papà che cercava fuori casa, di colmare un vuoto o un motivo per vivere. Non avevano abbastanza tempo ed energie per te.

E cosi hai imparato a non chiedere niente per non essere un peso, per non dare fastidio, per non ricevere un rifiuto, per non essere di nuovo lasciata sola. Hai imparato a sopravvivere chiudendo i bisogni e i desideri nel cuore.

Dietro il – “non ho bisogno di nessuno ” – sento il dolore di una bambina a cui è mancato l’abbraccio caldo della mamma, il sostegno forte del papà. E oggi può avere anche 40-50-60 anni, il dolore è sempre quello.

Si esce da questo dolore? Certo che si.

Si tratta di rivedere il passato con nuovi occhi e percepirlo con un cuore diverso.
Accogliendo nel proprio cuore quei genitori, così come sono anche se per te non sono stati “abbastanza”, ma hanno fatto del loro meglio con quello che avevano. E che oggi, sei quella che sei, anche grazie a loro.

Ma non è un accogliere perdonando, un accogliere misericordioso, un buonismo religioso. E’ un amore spirituale che prima di tutto guarisce te stessa e ripara le ferite ancora aperte.
Ti sentirai meno protetta dalla corazza dell’orgoglio ma più disponibile ad accogliere l’ amore, l’aiuto, l’abbondanza che ti verrà incontro.❤️

Non posso fare niente per te.

“Il mio più grande dolore è non poter far niente per la persona che amo”.
(Jim Morrison)

E’ proprio vero. Quante volte l’ho constatato.
Soffriamo a vederla soffrire, vogliamo fare qualcosa per lei, a volte ci annulliamo, ci sacrifichiamo per amor suo e se questo non è abbastanza, decidiamo di condividerne la sorte per restarle vicino, per non farla sentire sola, per alleviare le sue pene.
E poi, verificare che è tutto inutile.
Perchè quell’anima sta facendo una scelta, anche se incomprensibile, inaccettabile per noi; una scelta d’amore e di fedeltà verso qualcuno.
Ma noi insistiamo per aiutarla, a volte in modo arrogante e prepotente perché siamo proprio noi a non sopportare il peso del suo destino, siamo noi a non riconoscere la forza dietro quel dolore. Il nostro in fondo, è un aiuto egoistico.
Così la persona amata si sente ancora più sola, incompresa e rifiuta con forza,ogni nostra proposta.
Cosa possiamo fare?
Accettare e dirle umilmente: “Non posso fare niente per te. Rispetto il tuo destino. Sei sempre nel mio cuore, così come sei”.
Non è facile, ma credo sia un grande gesto d’amore e di rispetto che dà forza e sostegno, senza sacrifici inutili.
E può accadere che un giorno, l’altra si risvegli come da un lungo sonno,e decida che è finito il tempo dell’espiazione e della sofferenza, e ti tende la mano per venire insieme a te, a rincontrare la vita ❤️

Quando non si riesce a dimenticare un ex.

E’ finita.
Ci siamo lasciati ma io non riesco a rassegnarmi, non posso andare avanti. Non dormo più, non riesco nemmeno a lavorare. Penso continuamente a lui. Sono disperata. Non troverò più nessuno come lui.
Da quanto tempo è finita la relazione?
Ormai sono passati due anni.

Tante donne e uomini, non riescono più a vivere nuove relazioni perchè rimangono aggrappati alla precedente. Nostalgia, rabbia, risentimento, senso di ingiustizia, senso di colpa, rammarico, rimpianto sono segnali di una separazione o un divorzio non accettato. Servono per nascondere alla propria coscienza tutto il dolore dell’anima che non è stato pienamente elaborato e trasformato.

E’ ancora molto forte il legame d’amore, l’ attaccamento verso l’ex , un legame energetico non è stato sciolto e causa molte sofferenze, tristezze, depressioni e autosabotaggi delle nuove relazioni.

E il tempo che passa non è un buon guaritore perché anche quando la mente sembra averlo dimenticato, il cuore lo richiama e lo vuole, cercandolo in altre persone.

Ma si può intervenire, riconoscendo dentro di sé il legame ancora vivo e poi lasciarlo andare con amore e gratitudine. Basta poco, se si è pronti ad abbracciare il futuro.❤️

Famiglia Kennedy. Quando le date ci parlano del nostro destino

Oggi 6 giugno 2018 decorre il 50° anniversario della morte di Robert Kennedy. Una dinastia in cui sono morti, per disgrazia o per assassinio quasi tutti i rappresentanti maschili di questa importante famiglia. C’è chi parla di maledizione ma cosa c’è dietro?
Secondo la Psicogenealogia – approccio alla psicoterapia che prende in considerazioni le date significative nell’albero genealogico – noi riceviamo dalla famiglia e dagli antenati un’eredità invisibile, facciamo un patto di lealtà familiare inconscia che si può rintracciare nella ripetizione di alcune date o momenti significativi. Sono ricorrenze in cui è accaduto un avvenimento o un dramma che si ripete nell’arco delle generazioni successive.
Anne Ancelin Schὓtzenberger, nel suo libro: “ La sindrome degli antenati”, spiega che noi tutti siamo anelli di una catena di generazioni e spesso non abbiamo scelta e diventiamo vittime di eventi e traumi già vissuti dai nostri antenati. Se questi eventi vengono riconosciuti , possiamo disinnescare quelle stesse dinamiche inconsce che potrebbero farci ripetere un destino tragico, per amore e fedeltà di chi ci ha preceduto.

Così mi sono incuriosita e sono andata a ricostruire le date significative di questa famiglia. Ecco cosa è venuto fuori.

Per i Kennedy sembra che le ricorrenze significative siano il n. 22, il n. 6 e il mese di novembre.
Ma vediamo la genealogia.
Il patriarca è Patrick Kennedy che muore il 22 novembre 1858, a soli 35 anni per colera.
Prima generazione
Il suo unico figlio maschio, Patrick Jhon Kennedy, nasce nello stesso anno della morte del padre: novembre 1858 . Dal suo matrimonio con Mary Auguste nascono:
Joseph P. Kennedy (nasce il 6 giugno 1888 e muore il 18 novembre 1969) così come a novembre muoiono le sorelle minori: Mary Loretta il 18 novembre 1971 e Margaret 14 novembre 1974 .
Seconda generazione
Dal matrimonio di Joseph P.Kennedy con Rose Fizgerald (nata e morta il giorno 22 )nascono:
Joseph Patrick Kennedy, morto per incidente aereo durante la 2°guerra mondiale a soli 29 anni.
Jhon Kennedy, il presidente, che muore il 22 novembre 1963 per un attentato a Dallas
Rosemary, primogenita, nel novembre 1941 venne sottoposta a lobotomia per ordine del padre.
Katleen, muore all’approssimarsi dei suoi 29 anni, per incidente aereo
Robert Kennedy, muore il 6 giugno 1968 per attentato a Los Angeles. Era nato il 20 novembre.
Terza generazione
Tra i figli di Jhon Kennedy abbiamo:
Arabella nata morta;
Patrick morto per malattia polmonare, a soli due giorni dalla nascita;
Jhon yunior, nato il 25 novembre ( 3 gg. prima del suo terzo compleanno muore il padre)e morto a soli 39 anni per incidente aereo insieme alla sua giovane moglie.
Tra i figli di Robert Kennedy abbiamo:
David, muore a 29 anni per overdose di cocaina,
Michael a 39 anni per incidente sciistico ad Aspen.
Quindi le date significative sono:
il 22:
La madre di Jhon Kennedy, Rose Fisgerald Kenedy , nasce e muore il giorno 22
Il 22 novembre 1858 muore il il bisnonno di Jhon Kennedy
Il 22 febbraio nasce Ted Kennedy
Il 22 novembre 1963 viene assassinato a Dallas, il presidente Jhon Kennedy
Il 22 è anche il numero del calibro dell’arma che lo ha ucciso.

Il n. 6
Il 6 settembre nasce il nonno di Jhon kennedy, Joseph Kennedy;
Il 6 maggio nasce la sorella Patrice;
Il 6 giugno 1952 Robert Kennedy si dimette dal dipartimento di Giustizia per seguire la carriera del fratello Jhon Kennedy;
Il 6 giugno 1968 muore assassinato Robert Kennedy, a Los Angeles.

Il mese di novembre come ho sottolineato è ricco di coincidenze di nascite e morti
Inoltre molti morti precoci tra i 29 e i 39 anni.

E’ una sommaria e approssimata ricostruzione.
Non per spaventarci di chissà quale maledizione ma per renderci consapevoli del fatto che siamo parte di un sistema familiare transgenerazionale da cui siamo influenzati. Ricercare nella nostra famiglia le date importanti e le coincidenze significative potrebbe esserci utile per svelare dinamiche inconsce e liberarci da ripetizioni di un destino difficile e inspiegabile.
Buona ricerca!

Il bravo bambino si ottiene a caro prezzo.

Incontro spesso bravi figli che sono l’orgoglio dei propri genitori, che si comportano in modo eccellente, che hanno successo negli studi e nello sport. Ma sono depressi, soffrono di un senso di vuoto, hanno paure e ansie. Angosciati dai sensi di colpa o di vergogna quando non si sentono “al massimo” o percepiscono che non sono perfetti come pensavano.
Raccontano di genitori comprensivi ma non ricordano quasi nulla della loro infanzia: una necessaria rimozione per non rivivere profonde solitudini, abbandoni e sofferenze inespresse nel tentativo di difendere un’illusoria felicità. 


Sono i bravi bambini, quelli dotati di una sensibilità particolare: sanno cogliere i segnali inconsci dei bisogni dei loro genitori. E vi si adattano mettendo a tacere i loro sentimenti più autentici ( la paura, la rabbia, l’aggressività, l’orgoglio, l’indignazione) perché ritenuti inaccettabili. In questo modo soffocano la loro personalità e diventano adulti insicuri, probabilmente depressi o maniaci che distruggeranno la vita degli altri e la propria. 


Non possiamo cancellare i danni che ci sono stati inflitti nell’infanzia ma possiamo cambiare noi stessi, riparandoli e riacquistando la nostra integrità perduta. Lo dobbiamo al nostro bambino interiore e ai nostri figli se siamo genitori.

Per acquisire consapevolezza e non ripetere gli errori del passato.

Consigliata la lettura dei libri di Alice Miller, in particolare:

Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé

La persecuzione del bambino. Le radici della violenza.

 

Elaborare il lutto perinatale

 

Il lutto perinatale. Se ne parla poco perché è considerato ancora un tabù. Oltre ad essere poco conosciuto è anche sottovalutato. Milioni di donne convivono con una depressione non riconosciuta, successiva ad una interruzione di gravidanza provocata, spontanea o terapeutica, o alla perdita del figlio o della figlia subito dopo il parto o a pochi giorni dalla nascita.
E’ un evento tragico che provoca uno schock biologico ed emotivo intenso e profondo. Un vero vissuto di lutto che non viene riconosciuto né commemorato perché nella nostra cultura c’è la convinzione che sia un’esperienza da archiviare in fretta e da compensare subito con un’altra veloce gravidanza.

E la donna viene condizionata a reprimere le emozioni, a banalizzare il suo dolore come se il non nato non avendo legittimità di esistenza, debba essere ignorato, dimenticato e rimosso. Poi c’è il vuoto dei servizi di supporto e di assistenza psicologici che aiutino i genitori e la famiglia ad affrontare e superare l’esperienza. 


E’ importante prendere coscienza che tali esperienze drammatiche sono purtroppo molto comuni ma devono essere riconosciute, legittimate, affrontate e superate nel giusto modo. Depressioni, tristezze inspiegabili, rabbie, autosabotaggi, sensi di colpa, sintomi psicosomatici, mancata realizzazione personale, crisi di coppia sono alcune delle conseguenze di un lutto perinatale non riconosciuto ed elaborato. Per non parlare delle dinamiche che possono agire nei bambini che nascono dopo, soprattutto se “rinominati”, cioè se vengono chiamati con lo stesso nome di quello non nato. 


E’ importante ricordare le nostre esperienze, se le abbiamo vissute. E se percepiamo ancora una tristezza, un dolore, un senso di colpa, o al contrario, se riconosciamo di essere state un po’ superficiali o frettolose nell’archiviare l’esperienza, riflettiamoci e chiediamo una consulenza. Basta poco. A volte è sufficiente una sola seduta per iniziare un movimento, un’integrazione che riporta la pace, la serenità, il perdono.
L’anima si libera dal dolore, dal peso dell’inconsapevolezza e può tornare libera e fiduciosa ad amare.

Tutta colpa dello stress?

Hai l’emicrania? La colite? La gastrite? L’ansia? La tachicardia? L’insonnia? Fai le analisi e tutti gli esami clinici ma niente: è colpa dello stress.
Ma cos’è lo stress? Ne parla per la prima volta il Dr. H.Selye nel 1936 e da allora sembra che sia diventato la fonte di qualsiasi malattia. Egli lo definì come “la risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso”. Cioè? Uno stato di tensione che si manifesta con modifiche organiche e in grado di provocare modifiche a livello immunologico, una tensione che si somatizza a livello organico e diventa sintomo. E’ come una coazione a ripetere, uno stimolo che non raggiunge mai la sua soddisfazione.

Ma anche lo stress è un effetto: è una risposta dell’organismo ad un evento improvviso, spiazzante che non si ricorda; e questa risposta si è cristallizzata, è diventata abitudinaria, cronica. Una risposta che può essere cambiata scoprendo ciò che produce lo stress: il “chi” o “che cosa” non è stato ancora visto e riconosciuto: una separazione, un amore fedele verso qualcuno, un attaccamento che non si riesce a lasciar andare, un’ingiustizia, un’umiliazione o più situazioni contemporaneamente che hanno fatto “saltare” il normale equilibrio della persona.
Si può vedere chi e cosa c’è dietro lo stress? Si.
E una volta visto, riconosciuto e integrato, si riprende la propria salute e il proprio benessere, cioè si ricomincia a fluire morbidamente con la vita.

Chiedere aiuto

Non sono più felice con questa persona, il mio matrimonio è diventato una prigione, sono anni che sono in conflitto con i miei genitori, questo lavoro non fa per me, in questa città non vivo bene, ho sempre problemi di salute. Non ce la faccio più a continuare così.

Hai fatto tanti sacrifici per costruire quello che hai e ora ti accorgi che non va più bene, hai perso la gioia di vivere. Quando passi molti anni insieme a qualcuno o a fare un certo tipo di lavoro e di vita, ad un certo punto, puoi avvertire il bisogno profondo di un cambiamento perché questa vita, costruita e organizzata in un passato in cui avevi altri valori e ideali, non corrisponde più alla realtà presente di ciò che sei diventato. Ci vuole coraggio per riconoscere di essere infelice.

Oggi emergono nuovi bisogni, nuovi desideri. Non c’è niente di male nel desiderare un’altra vita, non bisogna sentirsi in colpa per questo.

Perché allora insisti, ti ostini a rimanere in questa situazione, a salvare l’insalvabile, continuando ad investire le tue energie per conservare ciò che non funziona più? Pensi che il tuo sacrifico possa salvaguardare altri dal dolore? No. Continuerai a fare male a te stesso e trasmettere la tua insofferenza e la tua frustrazione a chi ami di più.

Cosa puoi fare invece? Ricominciare da capo? Riorganizzare la vita e le relazioni? Apportare qualche cambiamento? E tutto ciò ti fa paura? E’ normale.
Ma non significa che sei un fallito, uno stupido o un incapace. Hai soltanto bisogno di un buon aiuto.
Chiedilo ora.

Vivere separati in casa. Perchè non funziona

Separarsi. Oltre al dolore e al senso di fallimento per la fine di un matrimonio o di una relazione d’amore, bisogna affrontare difficoltà economiche, e tra i costi insostenibili per un’altra casa e quelli del mantenimento, molti trovano la soluzione obbligata di rimanere a convivere sotto lo stesso tetto: i separati in casa. C’è poi la convinzione che i figli – continuando a vivere con tutti e due i genitori – non soffrano e vivano più sereni, in attesa che abbiamo l’età giusta per parlarne.
Progetto che immancabilmente fallisce o che viene portato avanti con testardaggine mettendo a dura prova l’equilibrio dei coniugi e la salute dei figli.
Le ragioni sono molteplici.

1. La storia di coppia era caratterizzata da un’intensa conflittualità e la separazione, che a volte viene subita da uno dei due, non è stata sufficientemente elaborata e accettata; è possibile quindi che i litigi continuino a manifestarsi quotidianamente, avvelenando il clima familiare.
2. La donna viene spesso penalizzata ed è quella che subisce di più perché al di fuori del dormire in letti separati, per tutto ciò che concerne l’organizzazione della vita, continua a svolgere le sue funzioni di moglie esattamente come prima ( fare la spesa, stirare, pulire, accompagnare i figli, conciliare la vita lavorativa e quella domestica) anche per non far pesare sui figli un cambiamento che spesso ha deciso lei.
3. I figli percepiscono comunque la distanza relazionale, affettiva e psicologica tra i genitori e ne assorbono la conflittualità anche se non esternata a parole. Possono manifestare disagi come ansia e stress o decidere inconsapevolmente di ammalarsi come strategia per ripristinare l’unità familiare incrinata. I bambini più piccoli, infatti, intuiscono e subiscono comunque le problematiche genitoriali e spesso si fanno carico di pesi emotivi che non appartengono loro. Trovandosi poi tra due genitori che amano comunque, si sentono a volte obbligati a prendere posizione, a farsi alleato dell’uno o dell’altro, vivendo inconsapevolmente un senso di tradimento e di abbandono nei confronti dell’altro genitore. Da qui ansia, disagi, nervosismi, problemi scolastici e somatizzazioni più o meno gravi come strategia per ripristinare l’unità familiare incrinata. figli osservano un modello di coppia e un esempio d’amore malato, ambiguo che potrà incidere sulla loro storia sentimentale futura.
4. Inoltre, vedono genitori che non dormono insieme, che non si parlano se non per questioni pratiche, che frequentano altre persone, che litigano anche per loro e si fa strada nella loro mente che forse è tutta colpa loro se i genitori non si amano più.
5. Se poi, sopraggiunge un nuovo amore e la possibilità di una nuova relazione, la situazione si complica ulteriormente. L’altro coniuge è capace di vivere con distacco questa nuova situazione? E’ più facile che scattino gelosie, invidie, meccanismi di controllo, vecchi risentimenti che prima o poi costringono alla separazione vera e propria con l’abbandono del tetto coniugale.
Tutto molto difficile non c’è dubbio.
Se invece non ci sono figli ci può essere il tempo per organizzarsi, impegnandosi comunque a mantenere il rispetto e la collaborazione reciproca.
E’ meglio allora non separarsi? Tentare di salvare il matrimonio?
Direi, che è meglio prevenire tutto questo piuttosto che trovarsi a gestire una situazione tanto complicata. Come?
Con il dialogo, mettendosi in discussione, valutando onestamente le responsabilità reciproche e facendosi aiutare per comprendere cosa è meglio.
La separazione seppur dolorosa potrà essere affrontata e gestita in modo più maturo, senza provocare inutili traumi ma soprattutto, conservando il rispetto reciproco e riconoscendo l’amore che c’è stato. E che oggi è solo cambiato.

Amare l’uomo di un’altra. Come uscire dal copione e riprendersi la vita.

Credo sia capitato a molte donne di innamorarsi di un uomo sposato o impegnato in un’altra relazione. Sono amori sofferti, dolorosi, conflittuali in cui la donna si consuma nell’attesa che lui trovi il coraggio per liberarsi da quel legame che dice di non volere più.
Trascorre le serate e i week end in casa ad aspettare una telefonata, sempre disponibile ad adattarsi ai ritagli di tempo che lui può concedere; rimane alzata fino a tardi anche se è stanca perché lui ha promesso che passerà per un saluto. I pochi amici che le sono rimasti non sanno nulla, oppure non la cercano più. Quando capita, raramente, di accettare un invito, se ne pente immediatamente perché lui la chiama dicendo che voleva vederla ma lei non c’era. E continua la sua esistenza e la sua relazione d’amore confinata tra le mura di casa per non farsi vedere, per non correre il rischio di farsi scoprire, per proteggere lui da eventuali scandali, rinunciando ad un pranzo, ad un cinema, ad un fine settimana da soli.
E questa donna crede o vuole credere, a ciò che tutti dicono: che con la moglie è infelice, che la moglie non lo capisce, che solo tu lo capisci, che solo con te riesce a sentirsi bene. Credi perfino quando ti dice che con la moglie non fa più sesso, che resta con lei per dovere, per i figli o perché non è il momento, lei è debole, fragile, rimandando all’infinito con mille scuse.
Ho conosciuto donne aspettare anni che lui prenda una posizione, che faccia una scelta e alla fine si rassegnano: non chiedono più niente perché sono sfinite e hanno deciso che “meglio poco che niente, meglio questo che rimanere sole”.
Perché viviamo questi amori infelici? Senza futuro? Senza prospettive? E’ sfortuna? Ingiustizia? Immaturità? Senso di inadeguatezza? Vittimismo? Scarsa autostima?
Un pò di questi aspetti ci sono sicuramente ma andiamo un po’ più in profondità.
Quando due persone si incontrano e si innamorano, si incontrano anche due sistemi familiari. Si incontrano destini, ruoli, copioni, traumi non superati, dolori e segreti inconfessati. E questi incontri avvengono perché sono passaggi esistenziali che ci servono per crescere, per evolvere in consapevolezza anche se spesso si trasformano in trappole.
Questi amori infelici sono scelte fatte per rispettare un patto invisibile, scelte per fedeltà ad un amore antico, un amore nascosto, un amore invisibile verso uno dei nostri genitori o verso un antenato ormai dimenticato.
Allora, può capitare che una giovane donna, scelga il copione della “crocerossina” per salvare l’uomo da un dolore o un amore infelice con la moglie. Ma non sa e non si accorge, che da piccola, in fondo al suo cuore, ha assorbito e accolto il dolore di suo padre, infelice nella relazione con la madre e così quando incontra l’uomo di un’altra, entrerà in risonanza con il dolore del padre o con un uomo del suo sistema familiare che ha avuto un destino difficile in amore.
Fin da piccola, non ha mai accettato la madre, l’ha criticata, disprezzata e ancora oggi si sente superiore. Ha deciso che sarà lei quella capace, quella degna di curare quel dolore, sarà lei l’altra donna a dare al padre l’amore che la madre non gli ha dato.
E’ una donna che resta attaccata alla figura del padre “fidanzata o cocca di papà”, impossibilitata nella vita a vivere un amore felice ed avere un uomo tutto per sé.
Altre volte, questi amori infelici hanno origine dal profondo amore che la bambina ha nei confronti della mamma. Per consolarla e per esserle vicino rimarrà fedele al suo dolore e deciderà di vivere il suo stesso destino in amore.

Quindi care donne, volete un amore tutto vostro? Cominciate a rivedere il rapporto con i vostri genitori. E’ da lì che inizia tutto.

Solo che non basta sapere, comprendere, essere consapevoli. Bisogna fare esperienze emozionali correttive per liberarsi da quei patti, da quelle convinzioni, da quegli attaccamenti anche da un punto di vista energetico e spirituale.
Significa incontrare i dolori, i desideri e le motivazioni dell’anima e dire ai genitori: “Mi dispiace se hai sofferto, ma io sono solo tua figlia. In tuo onore sarò felice e ogni istante della mia felicità la conserverò nel mio cuore, anche per te”.

Così l’amore che prima era solo dolore e sacrificio si trasformerà in un amore che dà energia, gioia e voglia di vivere.

Un letto per due. Dormire insieme, un obbligo o una scelta?

“Dormire in un’altra stanza? Non potrei accettarlo! Dottoressa, invece di farmi riavvicinare a mio marito vuole che ci separiamo”? E poi lui non accetterebbe mai”.
Una coppia può attraversare momenti di crisi, di stanchezza, di noia, di “calo del desiderio”. Periodi in cui predominano frustrazioni e conflitti di vario genere. Si avrebbe il desiderio di starsene un po’ da soli ma per molti il “contratto matrimoniale” non lo permette e si continua a vivere e dormire insieme anche se il corpo e l’anima vorrebbero altro. Proporre di dormire separati è quasi vissuto come uno scandalo! Ma come ricorda il professor Paul Rosemblatt, autore del libro “Two in a bed” dormire insieme non è significativo dell’amore e dell’unione di una coppia ma è un fenomeno culturale e socio-politico legato all’avvento della società industriale che ha obbligato nuclei familiari a stare insieme, in una stessa stanza, anche in tre o quattro in uno stesso letto per mancanza di spazio. E per “giustificare” questa privazione si è giocata la carta dell’amore romantico! In due per sempre in un letto, “finché morte non ci separi”, una sorta di “trappola socio-culturale” che causa spesso malesseri e disagi. C’è chi si agita e si rigira nel letto impedendo all’altro di addormentarsi, c’è chi russa, chi tira le coperte, chi occupa tutto lo spazio del materasso. Chi vuole leggere, chi vuole dormire con la luce accesa; poi spesso si litiga, si vivono momenti di incomprensione, di frustrazione, di rabbia repressa e molti preferirebbero dormire da soli. Ma il solo desiderio fa scattare il senso di colpa e la paura della reazione e della critica dell’altro. Invece non c’è nulla da rimproverarsi perché dormire da soli è un’esigenza naturale del corpo fisico ed energetico che per rigenerarsi, rilassarsi e predisporsi meglio verso il partner, ha bisogno di solitudine e di privacy. Si riprendono le forze, si equilibrano gli stati emotivi e si recupera lucidità e concentrazione mentale. Questo lo sapevano bene le regine e gli imperatori che non dormivano nello stesso letto ma avevano stanze e appartamenti separati. Così nell’epoca vittoriana e nell’antica Roma, il letto matrimoniale era destinato solo alle relazioni sessuali: la coppia si incontrava per amarsi e poi ognuno tornava nel proprio letto o nella propria stanza.
Certo, dormire insieme ha i suoi aspetti positivi: condividere il letto può essere l’occasione per avere un dialogo più intimo, e in momenti di difficoltà, dormire abbracciati può essere anche terapeutico perché si riceve conforto e benessere. Ma non sempre è così e non può essere un obbligo. Persistere in questa abitudine nonostante un disagio conclamato, può provocare anche danni alla salute. A dirlo è una recente ricerca condotta da un’èquipe di studiosi dell’Università del Surrey che ha elencato alcuni disturbi provocati dall’abitudine, spesso forzata, di condividere lo stesso letto: stati depressivi, danni al cuore, difficoltà respiratorie, con conseguenti tensioni e risentimenti nella vita di coppia.
Eh si, perché nel letto non si condivide solo lo spazio fisico del materasso ma soprattutto lo spazio emotivo e psicologico. Noi comunichiamo sempre anche durante il sonno e quando la mente razionale non svolge il suo ruolo di controllore, i nostri vissuti emotivi, i nostri risentimenti, lo stress e perfino i sogni, possono trasferirsi da un inconscio all’altro. Sembra impossibile? Eppure è così.
E allora, cosa fare? Non bisogna reprimere il desiderio di dormire separati; è un bisogno normale come quello di mangiare e di bere. Spesso la lontananza fisica dal partner favorisce la rinascita del desiderio, rinnova la voglia di cercarsi, di ritrovarsi seguendo l’impulso del cuore e non l’obbligo del dovere. E in momenti di difficoltà e di crisi, potrebbe essere una soluzione per migliorare non solo la qualità del sonno ma anche la relazione di coppia.

Un Natale diverso

Un Natale diverso dagli altri per chi ha recentemente perso una persona cara. Un papà, una mamma, un figlio, un marito, una moglie, un fidanzato, un amico, un fratello, una sorella. Con il recente terremoto poi, intere famiglie non ci sono più. Bambini rimasti soli che continuano a domandare: “Dov’è mamma? Dov’è papà?”. Milioni di persone nel mondo, vivono il Natale con un buco nel cuore.
Sarà un Natale diverso e bisogna accettarlo. E’ inutile trasformarlo in ciò che non è. Nel solito evento consumistico fatto di cibo, di regali, di brindisi e di sorrisi che non si hanno da offrire.
Bisogna andare avanti, dicono in molti. E allora ci si sforziamo di reprimere il dolore per sembrare forti, per non pesare sugli altri, per non mostrarsi afflitti in presenza dei bambini in casa che hanno il diritto comunque di essere felici.
Ma tutto questo parlare di progetti per i giorni di Natale dà comunque fastidio, non riusciamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, tutto ci sembra diverso, non c’è la voglia di festeggiare e di pensare ai regali, di addobbare l’albero di Natale, di fare il presepe. Ci sembra che il mondo ci crolli addosso e perfino ci infastidisce vedere gli altri fare tutte queste cose con gioia e allegria. E allora perchè pretendiamo da noi stessi o dagli altri comportamenti e sentimenti che sono forzati? Perchè dobbiamo vivere questo periodo come tutti? Perché invece non darsi il tempo e il modo per elaborare la perdita, per vivere appieno il dolore? Per piangere? Perché fare finta di niente?
Possiamo invece concederci il diritto e il permesso di fare quello che pensiamo sia più adatto o piu` facile per noi, senza fare scelte solo per accondiscendere i desideri e le aspettative altrui.
Forse ci sarà utile pensare con chi, dove e come abbiamo più voglia di trascorrere le Feste di Natale preparandoci fin d’ora a dire di no a certi inviti anche se fatti in buona fede.
Oppure, permettere agli altri di aiutarci, lasciando quella preoccupazione di essere di peso.

Sarebbe importante soprattutto trovare il nostro modo di ricordare e onorare la persona che è mancata. Come accendere una candela, invitare amici e parenti a condividere ricordi, a creare un momento di raccoglimento prima dei pasti, scrivere un biglietto alla persona che non c’è più, acquistare comunque un regalo che si sarebbe voluto fare e regalarlo ad una persona bisognosa.

Ricordiamoci di dedicare del tempo a noi stessi, e se ci si sente sopraffatti dalla tristezza e non ci sentiamo in grado di far fronte ai comportamenti che questo periodo impone, non sentiamoci falliti e deboli. Accogliamo tutto il dolore, tutta la tristezza del cuore. Perché il dolore e la morte fanno parte della vita e accettandoli, riusciremo a trovare pace nel cuore e pian piano ricominciare ad andare incontro al futuro, un futuro diverso senza l’altro ma che siamo chiamati a vivere.

La paura e il coraggio di essere felici

Domanda: “Cosa le manca per essere felice? Cos’ è per lei la felicità?”
– Risposta: “Come può parlarmi di felicità quando tutta la mia vita è uno stress: il lavoro, il traffico quotidiano, i litigi familiari, il tempo e i soldi che non bastano mai, i figli da crescere e da controllare, gli impegni sociali, e poi le tasse, le malattie, il mutuo, il terrorismo, l’inquinamento. E lei parla di felicità? In quale mondo vive? E’ già tanto se raggiungo la serenità”.
Una risposta che ricevo troppo spesso tra un misto di rassegnazione e di rabbia.
La felicità: pensarla e desiderarla sembra quasi scandaloso: è il nuovo tabù dei tempi moderni.
Chi ne ha esperienza, in qualche momento della vita, la nasconde con il silenzio, l’imbarazzo, la vergogna, la diffidenza e il timore. Di cosa? Dell’ aggressività, dell’invidia e della frustrazione dei cosiddetti “altri” che spesso si rivelano essere i propri familiari, le persone di cui ci si fida. Quelli che hanno messo a tacere i propri sentimenti e i propri desideri, che hanno perso quel navigatore interno – il personale senso della felicità – e diventano dirottatori sabotatori di quello degli altri.
Ma cos’è la felicità? Comunemente è considerata un traguardo, uno stato di soddisfazione legato alla soluzione di problemi o al raggiungimento di obiettivi desiderabili, di un benessere economico permanente.
Possiamo pensarla in un altro modo? Un’ ulteriore senso che ci è dato per natura, una modalità percettiva che ci suggerisce, sussurra, spinge, orienta verso il nostro benessere, verso le persone, le situazioni conformi al nostro autentico modo di essere. Un senso che perdiamo durante la crescita; c’è chi lo chiama il “paradiso perduto o la “caduta” da uno stato di grazia.
Può accadere così, da bambini.
Una volta, abbiamo confessato un segreto desiderio del cuore, o mostrato a qualcuno di essere felici. Con quell’apertura, quello splendore, quel sorriso tipico di chi avverte e si sente pervaso dalla sensazione di un totale appagamento; semplicemente perché si sente connesso con una fonte di felicità invisibile, non definita. O magari, in occasione di semplici avvenimenti.
Inaspettatamente, dopo quel sorriso, abbiamo sentito abbassare il livello energetico della felicità, è cambiato l’umore, si è interrotto di colpo qualcosa ed è arrivato un buio, è affiorato un disagio, uno strano senso di colpa, la sensazione di aver commesso qualcosa di sbagliato, di aver tradito qualcuno che non era felice come noi. Perché non poteva più esserlo o forse…non voleva. E d’improvviso un pericolo, e ci siamo protetti. Come?
Come si fa con un qualsiasi trauma: l’abbiamo rimosso. Abbiamo ricacciato nell’inconscio quel senso di felicità perché si è trasformato in un dolore, in una paura, pericolosa da rivivere e lo reprimiamo ogni volta che riemerge fino a dimenticarlo.
Ogni tanto, negli anni riaffiora: “”Mi sento felice, mi sento bella/o, sento che tutto è possibile”. Ma ora sappiamo cosa fare per non soffrire. Ormai, siamo andati a scuola dell’Ego che ci dice: ”Attenta/o! Dove sarà la fregatura? Quanto durerà? Quanto pagherò per questo? Quando arriverà la punizione?” Meglio di no…”. Così ci abituiamo a non stare bene, ad essere diffidenti verso le sensazioni e le emozioni che ci sorprendono, che ci informano che qualcosa di bello sta arrivando. “No! A me? Proprio no!”
Si chiama paura e rimozione della felicità. Proprio così. Esiste.
Uno studio condotto nel 2010 da alcuni ricercatori statunitensi (Olatunji O et.al) lo ha messo in evidenza. Le emozioni ma anche i pensieri, le fantasie, i desideri gratificanti sarebbero vissuti come potenzialmente pericolosi, come una minaccia da cui difendersi perché ci fanno perdere l’autocontrollo e quindi ci renderebbero vulnerabili. Vengono chiamati disturbi nella sfera dell’umore o disregolazione, cioè incapacità di gestire le emozioni positive che sarebbero invece subìte come tempeste da cui proteggersi.
E’ questa la nevrosi moderna: quella ontologica, cioè l’incapacità non solo di trovare il senso e il significato della propria vita, ma di riconoscere e vivere il senso della felicità.
Anche l’attacco di panico a volte è la reazione errata ad un suo avvicinarsi, una “fuga dalla felicità”. L’ho verificato molte volte con persone molto educate, rispettose delle regole che fin da piccole si sono abituate a controllare le emozioni, quelle belle, spumeggianti perché non conformi ad un certo modello educativo. E quando c’è la possibilità di più gioia, scappano.
E cosa serve per sconfiggere la paura? Il coraggio.
Parola che ha la stessa radice etimologica di cuore: un’esigenza, un’azione che parte dal cuore, come i desideri, anch’essi repressi.
Sembra assurdo ma ci vuole il coraggio per essere felici. Il coraggio di riscoprire questo senso che ci fa sentire più vivi, che cerchiamo in molti modi anche sul lettino dello psicanalista. Ma anche la Psicologia tradizionale è troppo concentrata a risolvere problemi, a parlare di malattie, di conflitti e dolore, a riportare alla normalità. E invece, dovrebbe avere come punto di partenza la ricerca della felicità.
La Psicologia della felicità (da non confondere con il Pensiero positivo), intesa come un modo di pensare e agire basato su nuovi significati, nuove interpretazioni delle esperienze e delle emozioni non date dall’esterno, ma vissute e sperimentate in prima persona attraverso il recupero del personale senso di conoscenza che è la felicità. E poi, sostenere la pratica della virtù per seguirla, mantenerla e proteggerla.
E’ una ricerca coraggiosa che implica il riconoscimento delle responsabilità nelle scelte fatte e in quelle da fare, l’attraversamento dei momenti di crisi guardandoli come opportunità, il rivolgersi domande scomode, il crollo delle false illusioni e lo smascheramento dei piccoli e grandi tradimenti commessi contro se stessi.
Ci vuole coraggio, si. Per disseppellire i dolori e trasformarli in amore e consapevolezza, per dissociarsi dal comune pensare, dalla rassicurante normalità che imprime una sola direzione verso la sfiducia, lo scetticismo, l’impossibilità del cambiamento. Il coraggio di cambiare gli amori, le amicizie, le abitudini, il coraggio di cambiare strada.
Allora, onestamente rispondiamo: “Ce l’abbiamo il coraggio di essere felici? “

LIBRI CONSIGLIATI:
Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Boringheri 1996
Marina Valcarenghi, Il coraggio della felicità, Mondadori 2014
V. E. Frankl, Alla ricerca di un significato della vita, Mursia 1974

La rabbia che nasconde l’amore

“Cosa ti avrò mai fatto, per essere tanto arrabbiato con te? (Bert Hellinger)

Incontro tante persone, soprattutto donne – adolescenti e adulte – arrabbiate con i propri genitori, nonostante siano andate via da casa e abbiano costruito una loro famiglia diventando a loro volta genitori. Alcune, hanno oltrepassato i settant’anni di età ma ricordano della madre e del padre solo i comportamenti ingiusti, i torti subìti, con il cuore colmo di risentimento e di dolore. Una rabbia che persiste nonostante il tempo, la rabbia di un cuore di un bambino/a di 5- 7 anni che ha sempre fatto da sottofondo anche nelle giornate più felici, smorzandone e impoverendone l’intensità.

Oggi con i propri figli vivono rapporti conflittuali così come li hanno vissuti loro stessi con i propri genitori.

Perché ancora tutta questa rabbia? Perché il tempo o perfino la morte dei genitori non sono riuscite a risanare le ferite del cuore? Perché molto spesso la rabbia sostituisce un grande dolore; è la reazione per un amore rifiutato o per una colpa da cui difendersi.

Ci sono diversi tipi di rabbia e diverse sono le motivazioni per cui si mantiene. Bert Hellinger (ideatore e fondatore delle Costellazioni Familiari), ne distingue principalmente sei.
1. Il primo tipo di rabbia è quella che scaturisce da fatti concreti; è rivolta verso una persona che ci ha fatto un torto o che ci attacca, che mette in pericolo la nostra vita. Questo tipo di rabbia è un’autodifesa, una reazione attiva per difendere la nostra identità, il nostro spazio vitale (sia fisico che psico-emotivo). Una volta esercitata e raggiunto lo scopo, passa, quindi è transitoria.
2. Il secondo tipo di rabbia è la conseguenza di una mancata azione. Dovevamo chiedere qualcosa e non l’abbiamo fatto; potevamo prendere ciò che ritenevamo nostro e non l’abbiamo preso. Non ci siamo concessi quando dovevamo concederci. Così ci arrabbiamo con la persona che secondo noi doveva darcelo, perché ce lo aspettavamo, perché l’altro doveva capire. Questo secondo tipo di rabbia è molto frequente perché nasconde un amore non riconosciuto, non espresso. Si chiama “rifiuto d’amore. Invece di esternare il nostro amore ci arrabbiamo con la persona che amiamo. Questa rabbia risale all’infanzia dove nasce come conseguenza di un movimento interrotto verso la persona amata. In situazioni successive e simili, si ripete quell’esperienza avvenuta in giovane età e da ciò trae la sua forza.”
3. Poi c’è la rabbia che scaturisce da un senso di colpa perché abbiamo commesso un torto, un’ingiustizia o un danno nei confronti di una persona ma non vogliamo ammetterlo. Invece di agire per un’ eventuale riparazione del torto, o chiedere semplicemente scusa ci arrabbiamo con la persona per nascondere a noi stessi la nostra colpa e per difendere il nostro orgoglio. Questo tipo di rabbia però paralizza, indebolisce, rovina le relazioni e produce autosabotaggi e frustrazioni.
4. L’incapacità di dire grazie a qualcuno che ci ha dato tanto e quindi l’ingratitudine è l’altra motivazione che può spingerci ad arrabbiarci con una persona. Ciò che l’altro ci ha dato è così tanto che non riusciamo a sopportalo perché forse non possiamo ricambiarlo o non ce ne riteniamo degni. Allora ci difendiamo dalla generosità e dai doni allontanando l’altro con la rabbia. Anche questo tipo di rabbia indebolisce perché non si agisce con consapevolezza.
5. Poi c’è la rabbia trasmessa da qualcun altro. Chi la prende su di sé in genere è una persona debole. Spesso è un bambino che prende su di sé la rabbia della madre nei confronti del padre e si arrabbia con lui al posto della madre. Oppure può essere spostata verso qualcun altro. Ad esempio un uomo potrà arrabbiarsi con la moglie anziché con la diretta interessata: la madre. Ciò succede anche negli luoghi di lavoro dove il più sensibile di un gruppo assume e raccoglie su di sé la rabbia di un dipendente nei confronti di un datore di lavoro diventando così il “capro espiatorio”. Anche questa rabbia rende deboli e impotenti perché fa rimanere tutti in una posizione di ingiustizia subita.
6. L’ultimo tipo di rabbia è invece una virtù: è la capacità di farsi valere, di farsi rispettare. E’ un’energia consapevole che viene raccolta e diretta verso la soluzione dei problemi. La persona in questo caso non viene coinvolta dall’emozione ma valuta con competenza, l’azione strategica da compiere per uscire dalla difficoltà. Può arrecare danno a qualcuno ma non si prova né paura, né risentimento.

Potremmo ora riflettere sulla rabbia che proviamo nei confronti di alcune persone. E poi chiederci: “Quale tipo di rabbia provo? E perché?”

La risposta che emergerà, sarà un ottimo primo passo per liberarsene.

Per approfondire:

Marina Valcarenghi, L’aggressività femminile, Mondadori Milano 2003
Bert Hellinger, Gli ordini dell’amore, Urrà Edizioni, Milano 2004

Nel nome, il tuo destino

“Ogni nome, ha involontariamente un effetto, non può cioè restare senza effetto su colui che lo porta, e ciò risulta, come detto, un imperativo.”   (Pavel Florenskij, Il valore magico della parola)

 
Il primo regalo e atto d’amore che si può fare per un bambino che sta per nascere è dargli il giusto nome. Lo sentirà pronunciare e lo pronuncerà nel corso di tutta la sua vita e potrà determinare la sua felicità e il suo destino.

Il nome è una “presenza” che ci distingue e ci separa dal nulla. Ci dà il diritto di esistere come creature ed è per questo che diamo nomi agli animali e alle cose: riconosciamo loro un’identità e gli diciamo: mi ricordi, mi piacerebbe diventassi “cosi” e perciò li influenziamo.
Per gli antichi latini, il nome assumeva un grande significato: non era solo un modo per distinguersi dagli altri, ma anche il “luogo” in cui era scritta tutta la vita di un uomo: passata, presente, futura. “Nomen est omen”, dicevano: nel nome c’è il destino, perché il nome sancisce l’identità di una persona e racconta anche il suo carattere, come si relaziona con gli altri e come gli altri si relazionano con lui.

Grande è dunque la responsabilità nello scegliere il nome di un bambino perché su di esso si riversano, sogni, aspettative, ricordi, nostalgie, desideri, compiti esistenziali e incarichi da portare a termine.

E’ un momento importante, occasione anche di litigio nelle coppie e nelle famiglie.

Per la scelta, c’è chi si affida alla tradizione e dà il nome di uno dei nonni, chi sceglie il nome di personaggi storici o biblici o alla moda, chi cerca nomi stravaganti di cui poi si pente ma che sono subìti e portati come un peso da bambini che spesso vivono umiliazioni o imbarazzi. Ultima moda, affidarsi ad internet, con le nuove “app” che confondono ancora di più.
E quando finalmente viene scelto (e da chi), piace a tutti?
Così prima che il bambino nasca, è stato già oggetto di discussioni, risentimenti, rabbie e rifiuti. Ma sarà vero che il nome influenza ciò che siamo e che saremo?

Forse non per tutti, ma ci sono tante coincidenze, ricerche e studi che lo confermano. Secondo la Bioenergetica, e le recenti ricerche presso la Northwester University – Illinois, il nome di ogni essere umano, influisce sulla struttura della sua identità e il suo modo di respirare perché ogni nome si compone di vocali e consonanti che corrispondono a suoni e questi suoni hanno una particolare risonanza energetica con varie parti del corpo. Nello specifico: le vocali “A, O, U” toccano gli organi più profondi, muovendo un’energia connessa alla gioia ed al piacere della vita, mentre le vocali “E, I”, legate al torace ed alla testa, promuovono energie connesse al coraggio ed alle attività mentali
Quindi un nome con il suo suono permette risonanze affettive ed energetiche diverse in base alla vocali e influisce direttamente sul comportamento e sul comportamento degli altri nei nostri confronti.

Per la Psicogenealogia, il nome è un imprinting, rappresenta l’identità familiare, culturale, nazionale, di appartenenza; conserva le memorie dei nostri antenati, della loro classe sociale, del luogo di provenienza, della religione, insomma, è un’eredità.
Gli studi e i lavori di psicologia transgenerazionale, come le costellazioni familiari, confermano spesso la corrispondenza tra il nome e i desideri inconfessati, ideali, sogni inespressi, amori passati, fedeltà ai destini di un antenato. E nel nuovo nato ogni volta che lo ascolta, si
attiva un “ordine” una “prescrizione di comportamento” che gli impedisce in seguito, di immaginare e realizzare i veri desideri del suo cuore.

Molti nomi vengono dati in corrispondenza o in memoria di un defunto. Ci sono figli che portano il peso di bambini nati prima di lui, morti prematuri o abortiti e poi rinominati. Credo che sia una delle cose più brutte che inconsapevolmente vengono commesse. Io ne ho conosciuto uno: mio padre. E’ morto all’età di 49 anni (soffriva di enfisema polmonare e cardiopatia). Nato e rinominato dopo la morte prematura del fratellino, per polmonite (strana coincidenza vero?). E non posso ricordare di averlo visto veramente felice. Oppure si scelgono i nomi di un nonno o una nonna, una zia con destini tragici o difficili. Perché? Per ignoranza.

Forse non ci crediamo ma l’anima del neonato porterà il peso di chi è venuto prima e ne ripercorrà l’esempio per fedeltà e per amore.
Quanti figli, appartenenti alle famiglie aristocratiche, ereditano nomi e cognomi importanti e sono costretti a vivere nello stesso ambiente, nello stesso ruolo assegnatogli per portare avanti la tradizione di famiglia? E quanti di questi figli sono felici? Molti non ce la fanno. Il suicidio del figlio di Gianni Agnelli potrebbe essere letto anche in questo modo. Per non parlare dei famosissimi Kennedy.

Ma il nome di famiglia dà anche forza, identità, è un segno di appartenenza, dà il sostegno degli antenati che trasmettono le loro virtù e le loro risorse e una parte chiamata “destino”.
Nessuno di noi ha scelto il proprio nome. Può piacerci oppure no; a volte è molto diverso dal nostro vero temperamento e quando viene pronunciato ci ricorda che dobbiamo essere come qualcun altro.

Gli Indios americani almeno, si affidavano a qualcosa di più grande come lo Spirito della natura e qualsiasi manifestazione o evento naturale legato alla nascita poteva incidere nella scelta del nome e del suo significato (per esempio, poteva apparire in cielo una particolare nuvola durante un temporale o tramonto) e il bambino poteva ricevere il nome “nuvola rossa”. Allo stesso modo, se durante la vita avveniva un evento importante o una situazione particolare il capo tribù e a volte lo sciamano, potevano cambiare il nome dando un significato più
appropriato. Quanti di noi oggi, sentono che il loro nome non li rispecchia più? Ma oggi con un po’ di conoscenza e consapevolezza, possiamo fare scelte diverse per chi viene al mondo e così provo a suggerire qualcosa come occasione di riflessione.

 La scelta dovrebbe essere della coppia al di là delle influenze di amici e parenti; possibilmente che piaccia a tutti e due;
 bisognerebbe poi imparare a dissociare il nome da qualsiasi persona che lo porta e valutarlo oggettivamente perché il vostro bambino sarà una persona nuova e unica che gli darà un significato del tutto esclusivo. Perché se è vero che il nome ci dona qualcosa, è vero anche che noi doniamo qualcosa a lui con le nostre azioni e i nostri pensieri, belli o brutti che siano;
 chi conosce un po’ di Angeologia (angelo, inteso come energia psichica) e conoscendo il significato che accompagna i giorni della nascita, potrà pensare ad un nome che rievochi le doti, le virtù, i talenti che l’angelo porta con sè e ogni volta che verrà pronunciato, l’anima si sentirà riconosciuta;
 infine, se proprio non riuscite a scegliere e il bambino ormai sta per nascere, si può individuare una rosa di due o tre nomi e aspettare di averlo tra le braccia. Fatevi ispirare da lui o da lei: avrà un colorito, un modo, un’espressione, un’energia, una presenza tutta sua. Sintonizzatevi con la sua anima. Sono certa che vi suggerirà la scelta migliore.

Per chi vuole approfondire suggerisco:

Anastasia Miszcczyszyn, Il potere delle radici, Urrà 2008
Igor Sibaldi, Che Angelo sei? Il libro degli Angeli, Sperling& Kupfer, Milano 2009
Film. “Il destino nel nome”, titolo originale “The Nameske”, India, USA 2006.
Film: “Il nome del figlio” con Valeria Golino e Alessandro Gasmann, Italia 2015

Non è mai troppo tardi. Riflessioni personali sul vivere e sul morire

Perché gli uomini muoiono lamentandosi tanto? Come si                                                                                                              insegna ai bambini la matematica, la scrittura, e tutto ciò che deve essere                                                                                imparato bisogna insegnare loro anche la grande dignità della morte… Non                                                                        sappiamo vivere e per questo non sappiamo morire. Finché avremo paura                                                                            della vita, avremo paura della morte”. (Sri Aurobindo)

 

Non è mai troppo tardi. Per chiedere scusa, per dire “Ti voglio bene”, per un abbraccio mai dato, per riparare un torto, per riequilibrare un’ingiustizia. Anche negli ultimi istanti della vita, è possibile cambiare e incidere nella vita di chi rimane: con un gesto, una parola, un SI alla vita così com’è, perché anche se il corpo non reagisce e la mente è offuscata, l’Anima ascolta e comunica, sceglie e prende decisioni. E in un solo istante, può guarire una ferita, lenire un dolore, avviare una guarigione spirituale per se stessa e per i cari che ha amato.
La morte di mia madre, avvenuta qualche giorno fa, ha avviato una serie di pensieri e riflessioni, sul morire ma soprattutto sulla vita. Perché la morte non è altro che l’inizio di un’altra vita, e la vita nella sua essenza, è un esercizio spirituale per prepararci a morire bene, senza paura, colpe, rammarichi o attaccamenti; ma come esseri di luce e messaggeri d’amore.
La morte fa paura a tutti; è ancora un tabù. Il solo nominarla fa scattare gesti scaramantici e si esorcizza chiamandola con altri nomi: “fine della vita” “conclusione del cammino terreno” “decesso”. Non si parla volentieri nemmeno dei morti per paura che possano invadere le nostre notti come spiriti erranti e incrinare la nostra serenità.
Non accettiamo la morte, la riteniamo spesso ingiusta, crudele, improvvisa, senza senso. Ci rivolgiamo alla fede per cercare un po’ di consolazione in quello che sarà la vita nell’aldilà. Per chi ci crede. Per altri, con la morte finisce tutto e credo siano le persone più infelici e paurose.
La morte è una nemica da evitare e rimandare il più possibile. Così ci hanno insegnato, come ci hanno insegnato che è bene e normale devastare e deturpare il corpo con interventi chirurgici spesso inutili, con accanimenti terapeutici o sostituzioni di organi per paura di perdere il corpo e i suoi piaceri; ma anche i nostri egoismi e la nostra ignoranza.
Dimentichiamo che non siamo noi a decidere il modo e il momento di morire ma che l’Anima e lo Spirito hanno deciso prima di noi. E’ già tutto scritto?
A me piace pensare che siamo esseri angelici e proveniamo da una dimensione spirituale dove tutto è Uno e che l’Anima sceglie di nascere e venire su questa Terra per fare esperienze, per imparare qualcosa. Così da lassù, sceglie in quale luogo, in quale terra, in quale famiglia, attraverso quali genitori nascere. Lo decide in base al suo scopo che si è prefissata di raggiungere qui.
In questa logica dell’Anima, trovo che tutto sia giusto: il tipo di ambiente in cui nasciamo, lo status sociale, la personalità dei nostri genitori, le loro problematiche, genitori ricchi o poveri, buoni o crudeli, capaci di amare e dare sostegno o che abbandonano e uccidono; giuste sono le difficoltà che incontrerà ma anche le risorse, gli amori, come e quando morirà. Avrà deciso anche quanto tempo, quanti anni o quanti mesi e giorni le serviranno per portare a termine il suo compito.
“Tutto è compiuto”, riporta il Vangelo, alla morte di Gesù. Ha compiuto il suo destino a trentatrè anni, come alcuni lo compiono in settant’anni, altre anime in dieci anni o in tre mesi.
Solo che una volta nati, noi non ricordiamo più niente e tutto ci sembra ingiusto e difficile. Molti iniziano un cammino spirituale e un percorso di consapevolezza per ricordare lo scopo, il motivo per cui  sono venuti qui, a volte perdendosi in una spiritualità che li aliena dalla vita vera rifiutando l’incarnazione e il rispetto del corpo; altri si immergono solo nei piaceri della vita o abusano di sostanze e farmaci per non sentire il dolore dell’anima che non riesce a realizzare il suo scopo.
Quando poi sopraggiunge la morte di una persona cara, o si avvicina una grave malattia pensiamo che tutto finirà e andremo verso l’ignoto da soli. Non è la più grande paura morire da soli?
Ma questo di pensare alla morte è il prodotto di una logica lineare: si nasce, si vive e si muore. Inizio, procedimento e fine. Invece la legge della natura e dell’universo ci indica in ogni momento che non è così. Da quando sorge il sole, brilla nel cielo e poi tramonta per ricominciare il giorno dopo, così tutto è un ciclo che si ripete: i giorni, le stagioni, le stesse cellule del nostro corpo, nascono e muoiono per poi rinascere, continuamente.
In questo senso il morire non è la fine della vita ma fa parte della vita: la nascita è l’inizio. Si vive e la morte è la fine di un tipo di vita, di un tipo di corpo, di un tipo di energia, la fine di una forma, di un modo dell’intelligenza, di un’identità per iniziarne un altro che sarà diverso. Un’altra dimensione, un altro mondo, un diverso tipo di coscienza e di presenza.
Anche nella vita di tutti i giorni moriamo e nasciamo nella mente ogni volta che abbandoniamo un modo di pensare e ne assumiamo uno diverso che ci apre a nuove consapevolezze ed a una maggiore vitalità.
Quindi perché parlare di morte? Dovremmo invece parlare della vita. E quando una persona cara muore è un’occasione importante per riflettere sulla sua vita ma anche sulla nostra e porci nuove domande.
Come ha vissuto? E’ stata una persona capace di amare? Capace di dare amore? Una persona generosa, compassionevole, saggia? Ha conosciuto la gioia e la passione? Che ricordo lascia di sé? Quali impronte su questa terra? E’ riuscita in qualche modo a rendersi utile agli altri? Ha vissuto secondo i propri valori e le proprie idee? E’ rimasta fedele a se stessa?
Domande dalle quali emergono risposte spesso dolorose, accompagnate da rammarico e senso di colpa. Altre invece sono di gioia, soddisfazione, leggerezza e armonia se la vita è stata vissuta con pienezza. Ma quante persone possono dire questo?
E noi che rimaniamo ancora qui, a vivere il tempo che il destino ci concede, ci siamo mai posti queste domande?
Cosa ho fatto finora della mia vita? Come sto vivendo? Vale la pena ancora vivere in questo modo? Che valori, che principi guidano le mie giornate? Ho compreso il valore della mia vita? Ho trovato il motivo per cui vivere? Che tipo di persona sono veramente? Nella mia vita c’è amore? C’è entusiasmo?
E le risposte che ognuno di noi avrà, possono essere punti di partenza per diventare persone migliori per noi stessi e per le persone intorno a noi.
In questo momento, penso ai figli, a noi tutti in veste di figli, in confitto con i genitori, che non si parlano da anni, che hanno il cuore pieno di risentimento, di sensi di colpa, di rancore; penso a quei figli che hanno lasciato con dolore e rabbia i genitori e non li hanno rivisti nemmeno in punto di morte; a quei figli che hanno criticato, offeso, giudicato o ucciso senza aver ottenuto pace o perdono. Fedeli a un patto infantile d’amore e di dolore mai tradito.
Penso a quei genitori che hanno rifiutato i loro figli, che li hanno abbandonati, ripudiati, uccisi, esclusi, rinnegati, mai amati, anche loro vittime di ferite e traumi che si portano dietro fin dall’infanzia.
Una catena di sofferenze che fanno della vita una desolazione emotiva e della morte, un’eredità di dolore.
La vita dovrebbe essere vissuta con piacere così come la morte. E possiamo prepararci ora, in vita, a vivere meglio e morire bene.
Morire bene significa imparare ad abbandonare tutto: i sensi di colpa, l’orgoglio, il rammarico, il dolore e la rabbia; guardare e riparare le ferite affettivi e gli irrisolti esistenziali, le ingiustizie e i torti subiti o commessi. Prepararsi a morire leggeri come piume perché l’Anima possa intraprendere il viaggio verso la luce libera dalle catene e liberando chi resta, da pesi non suoi. Morire bene significa lasciare in eredità il permesso di vivere in salute, con amore, con abbondanza e soddisfazione esistenziale.
In questa vita, in qualsiasi momento, si può cominciare questo percorso di guarigione fisica, emotiva, psicologica e spirituale, un percorso che implica il riconoscimento e il ringraziamento per ciò che abbiamo avuto e vissuto, distaccandoci dal lascito di dolore e di sacrificio. Dicendo un grazie e un arrivederci a chi se ne è appena andato, decidendo di vivere la vita con più significato, accettando tutta la gioia che ci verrà incontro.
E la morte sarà il momento di una promessa di vita piena e più vera. La nostra.
E per fare questo, non è mai troppo tardi.

Per chi vuole approfondire segnalo:
Cesare Boni, Dove va l’anima dopo la morte?
Bert Hellinger, Riconoscere ciò che è

Perchè non mi capisci? Le difficoltà comunicative nella coppia

Ricevo spesso nel mio studio, coppie in crisi che vogliono migliorare il loro rapporto; altre che stanno pensando ad una separazione; altre ancora che dopo il divorzio, non riescono a gestire in modo tranquillo e rispettoso la funzione genitoriale. Quasi tutti lamentano un’incomprensione e una conflittualità verbale che impedisce un dialogo sereno e chiarificatore. A casa parlano poco, anche con i figli e non esprimono i loro veri pensieri e stati d’animo per paura della reazione dell’altro. In molti casi, queste coppie scoprono di non conoscersi bene, anche dopo molti anni di relazione (convivenza o matrimonio), e manifestano evidenti difficoltà nel parlare apertamente delle proprie aspettative, date per scontato e mai chiarite.
Le donne sono quelle che si lamentano di più.
La mancanza di dialogo in una coppia non significa stare zitti, anzi. Si può parlare molto ma solo degli aspetti pratici della vita mentre non si comunicano i bisogni e i sentimenti più profondi: dopo un pò di tempo l’altro diventa un estraneo. Questo tipo di “silenzio” è molto dannoso perché la difficoltà di esprimere le proprie emozioni conduce ad un disagio psicologico che può portare alla rottura della relazione o provocare lo sviluppo di disturbi psicosomatici: mal di testa, insonnia, dolori muscolari, aumento della pressione arteriosa e disturbi gastrointestinali. Sintomi emblematici dello stress creato dalla quantità di “parole non dette” e da un accumulo di ansia o di rabbia repressa.
Ma dove sbagliamo? Come riuscire a comunicare meglio?

Il fraintendimento maggiore è dato dal fatto che gli uomini e le donne pensano di essere uguali e invece sono diversi soprattutto nel modo di esprimersi e di comunicare: per le donne il dialogo è un requisito fondamentale per stabilire un contatto intimo o una relazione con l’altro: non cerca il consiglio o la soluzione di qualcosa ma l’ascolto, la comprensione e la condivisione di fatti e di sentimenti. Le basta questo per sentirsi amata e compresa. L’uomo invece ascolta soprattutto per dare soluzioni pratiche indicazioni, consigli e ritiene il linguaggio femminile, inconcludente, pesante, impegnativo e spesso noioso.
Ma la lo stile comunicativo parla anche di potere e di gerarchia; ognuno utilizza il linguaggio per avere ragione, per mantenere e vedere riconosciuto il valore personale. Inoltre, c’è la tendenza a portare all’interno della coppia le modalità affettive vissute nella famiglia d’origine e con queste, anche le modalità comunicative. Esistono “copioni di comportamento verbale” che sono all’origine di molte discussioni e di molti silenzi che potrebbero essere evitati grazie ad una maggiore consapevolezza. Per riconoscerli basta ripensare a come comunicavano tra loro i nostri genitori e noi con loro.
Non basta l’amore a garantire la felicità, né è necessario essere sempre d’accordo su tutto per amarsi; è però importante comunicare in modo corretto per non lasciare spazio a fraintendimenti e incomprensioni che lasciano strascichi nel tempo.
La capacità di comunicare bene – che si fonda sia sul parlare che sull’ ascolto – permette all’amore di fluire e di dare ancora quelle emozioni che rendono la vita di coppia vivace e gratificante.

Come fare nella pratica? Vi propongo: “Il gioco della sveglia”.

Scopo: comunicare meglio e rafforzare il legame di coppia (si può fare anche tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli o tra amici).

1. Alla fine della giornata, trovate un momento in cui siete certi che non sarete disturbati (ovviamente, dopo aver messo a letto i bambini) spegnete i cellulari e la tv.
2. In salotto o meglio sul letto uno di fronte all’altro.
3. Prendete una sveglia e caricatela di un quarto d’ora. (es. se sono le 22.00 alle 22.15 suonerà)
4. Uno dei due inizia a parlare di sé: di ciò che sente, di ciò che gli manca, dei suoi desideri, di tutto ciò che vuole: fatti, emozioni, sentimenti, come se si presentasse ad una persona
che non conosce. L’argomento non è il comportamento, i difetti, il carattere dell’altro ma se stessi. Es.. “Mi sento triste perché… le tue parole di prima mi hanno suscitato queste
reazioni… mi aspettavo certe cose e invece…” E’ un modo di esprimersi che si incentra sul proprio vissuto emotivo senza che l’altra/o si senta “attaccato”, criticato, accusato, rimproverato.
Il partner deve soltanto ascoltare con impegno e attenzione, senza replicare. Non può intervenire e quando sarà il suo turno, non potrà intervenire su quello che è stato detto.
Lo scopo è che uno parli e l’altro ascolti.
5. Dopo il quarto d’ora suona la sveglia.
6. Tocca all’altro. Stessa cosa. Parla di se stesso, dei suoi sentimenti, di ciò che soffre o desidera, di quello che ha fatto durante la giornata, di tutto quello che vuole, sempre enunciando le frasi in prima persona. “Io” e non “Tu”.
7. Dopo il quarto d’ora suona la sveglia.
8. Ricomincia l’altro. E così per due volte.

Alla fine, dopo circa un’ora, ci si saluta e si dorme, senza fare commenti, nemmeno nei giorni successivi.

Ripetere ogni 15 giorni.

Intanto, osservate come vanno le cose. Se vi va, potete scrivermi le vostre reazioni e i vostri commenti.

La monogamia è solo temporanea. Siamo traditori per natura.

Se hai trovato il partner giusto e lo ami, non dovresti più provare attrazione verso qualcun altro. Convinzione comune di molti ma smentita dai fatti. Recenti statistiche hanno misurato il tasso di infedeltà nelle relazioni monogamiche:  il 60-70% delle persone, ha tradito il partner almeno una volta.

La monogamia (unione sessuale a carattere esclusivo, a prescindere dall’unione matrimoniale  in contrapposizione alla poligamia in cui un individuo ha più compagni contemporaneamente) non sarebbe una legge di natura ma una scelta culturale. E non ammettere che si possa provare attrazione per altri, anche se si ama, significa reprimere le proprie inclinazioni naturali.

Ad affermarlo è il biologo David Barash della Washington University a Seattle. La fedeltà e la monogamia dipenderebbero dalla presenza o meno dell’ossitocina – l’ “ormone della fedeltà e della felicità”- prodotto dall’ipotalamo, una zona del cervello. E’ l’ossitocina che cambia il comportamento della coppia: accresce il desiderio esclusivo nei confronti del proprio partner, aumenta il piacere del legame e la voglia di tenerezza reciproca. Più viene prodotto e più si diventa fedeli. Il testosterone però ne riduce gli effetti e quindi l’uomo è più incline al tradimento.  La donna invece produce più ossitocina, perché necessaria soprattutto durante il parto e l’allattamento, quindi è più incline alla fedeltà. Ma se si sente trascurata o non amata, ne riduce la produzione e va alla ricerca, anche lei, di un altro partner.

Il segreto della fedeltà è quindi nascosto nella nostra biologia? Fosse così semplice basterebbe fare un esame del sangue per scoprire se abbiamo di fronte un compagno potenzialmente “traditore”.

Però una cosa sembra certa: per essere fedeli bisogna essere felici e soddisfatti.

Anche il sociologo americano Eric Anderson nel suo libro“, Il gap della monogamia – Uomini, amore e la realtà del tradimento, asserisce che la monogamia non è un comportamento naturale. Avere una sola partner sarebbe decisamente contro natura per il maschio, una forzatura che lo porta necessariamente a mentire per preservare l’armonia di coppia. La bugia è detta quindi a fin di bene per preservare un valore più importante come quello della serenità del nucleo familiare. Quindi, gli uomini non mentono perché non amano la loro partner, lo fanno semplicemente perché vogliono fare sesso con altre donne

Il tradimento quindi non è sinonimo di scarso amore; gli uomini che non tradiscono lo fanno solo perché “ingabbiati dalle costrizioni sociali sulla sessualità”. E le donne? Stessa cosa, anche se più prigioniere dell’uomo di stereotipi millenari, paure, traumi, condizionamenti sul sesso e il significato della femminilità.

Ma se la poligamia è una condizione naturale perché ricerchiamo come ideale il rapporto monogamico basato sulla fedeltà e l’esclusività?

Per molti fattori tra cui quelli culturali, morali e psicologici.

La cultura occidentale ha scelto la monogamia tanti secoli fa, per tutelare la fertilità, evitare le malattie sessualmente trasmissibili, dare alla prole maggiori garanzie di sopravvivenza, assicurandole sostegno umano ed economico (e sappiamo che per rendere autonomo un figlio ci vogliono circa 30 anni). Ragioni che sono venute a mancare con il progresso della scienza e i cambiamenti sociali che hanno indebolito il ruolo fondamentale del maschio nella crescita dei figli e nella sopravvivenza della specie. La donna oggi può decidere di mettere al mondo un figlio anche senza un partner fisso e mantenerlo con dignità.

In altre culture ci sono morali e organizzazioni socio-politico-economiche diverse. In varie popolazioni dell’antichità – dalla Cina classica all’Indonesia era diffusa la poliginia, cioè il legame degli uomini con più donne, e in certe zone dell’Africa è ancora presente e tollerata.

Diffusa in Oriente, in particolare in India, nello Shri Lanka e nel Tibet, c’è la poliandria, il legame matrimoniale, che si instaura tra una donna e più uomini. C’è quella fraterna, in cui un’unica donna si sposa con un uomo e tutti i componenti maschili della famiglia di quest’ultimo (solitamente con i fratelli); e quella associata: a un matrimonio inizialmente monogamico si aggiunge un secondo marito, che viene incorporato nell’unione precedente. Tutto per ragioni demografiche e per preservare le proprietà.

Ci sono poi convinzioni religiose e morali per cui avere più relazioni è considerato peccato. La bigamia e l’adulterio in Italia erano illegali fino a qualche tempo fa mentre oggi, la fedeltà non è più obbligatoria nemmeno nel matrimonio. I rapporti di coppia sono cambiati con il tempo. Divorzi, infedeltà, relazioni “aperte” ci confermano che la monogamia è diventata temporanea. Ci sono siti per incontri extraconiugali dedicati alle persone sposate che garantiscono discrezione e che offrono “nuove avventure e incontri occasionali per riaccendere il desiderio”, con tanto di consigli utili per non farsi scoprire.

Psicologicamente, la monogamia e la fedeltà hanno l’elemento dell’esclusività: devi amare me e nessun altro, devi fare l’amore con me e con nessun altro. Questa esclusività dà l’illusione della sicurezza per la sopravvivenza, sicurezza esistenziale, allontana la paura della solitudine, la paura di non farcela da soli. Ma l’amore e il sesso sono due cose diverse. L’uomo riesce a distinguere; la donna meno anche se le giovani generazioni cominciano a farlo.

Ma allora, se è vero che siamo poligami “per natura”, significa che dobbiamo accettare l’infedeltà sempre e comunque?  Natura vs. cultura?

Forse possiamo risolvere il dilemma asserendo che:

LA SESSUALITA’ E’ POLIGAMA. LA MONOGAMIA IMPLICA UN IMPEGNO D’AMORE E DI RISPETTO.

L’appagamento temporaneo dei sensi è piacevole ma è un prezzo da pagare per chi desidera formare una famiglia, condividere un progetto di vita insieme alla persona che si ama. E se per alcuni, la fedeltà è normale, per altri è una scelta e un impegno.

Se in una coppia c’è aria di tradimento, inizia a mancare la fiducia e senza fiducia non si possono mantenere legami coniugali e molte unioni si spezzano  a causa di una notte di sesso  extraconiugale.

Può succedere un sesso occasionale, ma una recidiva rivela mancanza di rispetto e la fine o il declino di un amore.

Uomini e donne sono diversi e per potersi amare devono imparare a conoscere e rispettare le reciproche differenze a partire dalla consapevolezza della propria sessualità prima di sposarsi. Poi è necessario impegnarsi nel comunicare e condividere con il partner i propri bisogni e le proprie aspettative riguardo l’amore e il sesso, fissando di comune accordo regole di comportamento, accettate  e condivise da entrambe i partner o saranno inevitabili i tradimenti, le separazioni, i rancori e le vendette. Sarà forse poco romantico ma dà più garanzie di un rapporto maturo e duraturo.

Quindi, se sospetti di essere poligamo, pensaci prima di promettere un’esclusiva che sai di non poter mantenere.

Sei pronto a scoprire se sei monogamo o poligamo?

TEST.

http://www.qnm.it/amore/monogamia-o-poligamia-quale-stile-di-coppia-fa-per-te-test-post-198685.html

 

“Solo se hai sconfitto la paura della solitudine sarai capace di amare”. (Osho)

Nel mio lavoro incontro sempre più spesso persone che hanno paura di stare sole: dormire, viaggiare, mangiare, passeggiare, guardare la tv; sempre con qualcuno, uno qualsiasi, purché non si avverta l’angoscia della solitudine e il rumore del silenzio.
E osservo che questa paura è la principale responsabile di molte scelte sbagliate in campo sentimentale e nelle amicizie perché inconsapevolmente ha determinato la ricerca compulsiva di un compagno/a che non viene abbandonato, nonostante un evidente stato di infelicità.
Sempre questa incapacità di stare da soli fa passare da una relazione all’altra senza un momento di pausa per se stessi, per riflettere sul perché sia finita, sui bisogni più profondi rimasti inascoltati.Una paura che falsa anche i rapporti con i figli.
Mi rendo conto che donne e uomini, giovani e adulti, si cercano e creano relazioni con l’illusione che stando insieme ad un altro non saranno mai sole. Rincorrono il matrimonio o una convivenza come un traguardo di certezza esistenziale pensando che il marito, la moglie, i figli saranno insieme a loro per tutta la vita. Ma le cose cambiano.
Il matrimonio fallisce, lui o lei muore precocemente, o li abbandona per un’altra/o, i figli se ne vanno e si accorgono che il tentativo di fuggire la solitudine è fallito. Iniziano a pensare che la vita è stata ingiusta ma non sanno da dove e come ricominciare perché non sono mai state da sole.
Ma accade anche che colui che esterna il bisogno di starsene da solo, viene giudicato un disadattato, un depresso, un emarginato o uno “sfigato” senza comprendere che a volte il problema è proprio la socializzazione forzata e malata: la ricerca compulsiva di compagnia è come una droga che serve per non ascoltare le voci interiori e fuggire da se stessi, dalle proprie paure, dai propri problemi.
Ci sono persone che non sanno rilassarsi neppure durante le vacanze e continuano a tenersi occupate, in un iperattivismo ossessivo, a immergersi e confondersi nella folla per perdere la propria sensibilità, la propria specificità, per non ascoltare il silenzio, che fa paura. Sperano di incontrare un altro, anche lui alla ricerca di qualcuno che riempia i suoi vuoti. Così le relazioni diventano un incontro di due persone sole, che non sanno incontrarsi interiormente e non si incontreranno mai perché manca loro l’esperienza della solitudine.
Dietro tutto questo si nasconde spesso un disagio di vivere.
Eppure, l’equilibrio emotivo e la salute mentale si rivelano proprio dalla capacità di stare da soli.

Ma perché la solitudine fa paura a tante persone?
Solitudine, (dal lat. Solus, sollus, intero, a sé stante, separato). Separato da chi? Da chi eri unito per vivere, da colui o colei da cui dipendeva la tua sopravvivenza. E la solitudine è l’esperienza della separazione dalla madre che innesca la paura di non farcela da solo e di essere in balìa dell’ignoto, senza certezze, senza garanzie. Una separazione dai genitori, da un partner serve per iniziare a fare vita a sé; la solitudine che ne consegue, è un momento di preparazione per iniziare una vita da persone autonome.

La solitudine viene spesso confusa con l’isolamento, con il sentirsi soli ma non sono la stessa cosa: puoi sentirti solo in mezzo alla folla, anche se non sei isolato e puoi vivere isolato senza sentirti solo. L’isolamento è la perdita di contatti umani, di condivisione sociale che ha profonde conseguenze emotive e può accompagnarsi a stati depressivi o di angoscia. Ed è la condizione che molti, soprattutto gli anziani, vivono nelle grandi città. Sentirsi soli è ancora diverso. E’ uno stato di malessere interiore che spesso dipende dal sentirsi annoiati, vuoti, senza stimoli: “vuol dire non essere percepiti, non avere un senso in mezzo alla gente, sentirsi soli tra tante persone. Si ritrova solo colui a cui nessuno attribuisce un significato, colui che vive ma è inutile”.(Vittorino Andreoli)

Sentirsi soli è tristezza, la solitudine non lo è. La solitudine è una dimensione dell’anima, della psiche. La solitudine interiore è una fonte di conoscenza di sé, in cui si cela il bisogno di una serenità e di pace interiore; è uno stato di presenza.

Stare da soli allora significa stare in compagnia di se stessi, cioè capaci di ascoltare se stessi, di assecondare se stessi, di correggere se stessi, di aiutare se stessi! E’ ascoltare il proprio mondo interiore per integrare l’esperienza esterna e trasformarla in sapienza. E’ una conquista dell’età adulta che si raggiunge dopo aver fatto l’esperienza delle dipendenze affettive (dalla famiglia prima e dal gruppo dei pari poi).

Trascorrere un po’ di tempo in solitudine è come assumere una medicina indispensabile per ristabilire il contatto con la propria interiorità, per ascoltare i propri bisogni, per ridefinire i propri spazi, per scoprire la propria verità.
Saper stare da soli segnala una maturità affettiva e di relazione. E’ il presupposto per vivere serenamente e con maturità i legami affettivi.

Oggi non abbiamo bisogno di fuggire dalla solitudine ma acquisire la consapevolezza della solitudine, cercarla e farne esperienza perché solo nella solitudine si trova la vera libertà di essere se stessi, di fuggire per un po’ dalle richieste degli altri, di trovare quello spazio di silenzio e di pace che consente una forma di rigenerazione e di pienezza.

Per stare da soli ci vuole coraggio perché significa incontrare le proprie paure, le proprie ansie, comprendere la propria vulnerabilità nonostante si faccia tutto per sembrare importanti, sicuri e di successo. Chi si ascolta in solitudine riceve il grande dono di accedere al proprio cuore e creare poi un ambiente di serenità anche per chi gli è vicino. Si impara a cercare, ad apprezzare il silenzio per cogliere la presenza dell’altro anche senza parlare, a mettersi un po’ in disparte quando si percepisce che l’altro ha bisogno di solitudine.
Per amare è necessario sapere stare da soli, per diventare più profondi, per imparare ad ascoltare. E concedersi momenti lontani dal partner genera conoscenza e rispetto per noi stessi e di conseguenza per l’altro; e il rispetto è la precondizione per costruire un amore maturo ed equilibrato.

I vantaggi della solitudine:

  • aumenta la creatività e la capacità di innovare
  • previene i conflitti
  • permette di gestire meglio i propri spazi e i propri tempi
  • migliora la qualità delle relazioni interpersonali
  • è terapeutica contro la spossatezza e l’irrequietezza
  • ripristina le energie creative
  • rivitalizza la personalità caricandola di entusiasmo
  • favorisce l’esercizio di una buona leadership
  • permette la rigenerazione e il riposo dopo una giornata piena di impegni e contatti sociali
  • favorisce lo sviluppo di un radar emotivo che consente una protezione psicologica dalle emozioni negative
  • consente il drenaggio di emozioni estranee e il riconoscimento delle proprie
  • rinforza l’autostima e la sicurezza personale
  • favorisce il contatto con la propria interiorità e l’aumento dell’intuizione.

Dipendenza da smartphone. Il guinzaglio telematico

L’hanno recentemente definita “nomofobia” (no-mobile-phone-phobia), cioè la paura incontrollata di rimanere sconnessi con la rete che provoca sensazioni simili a quelle di un attacco di panico (mancanza di respiro, tremori, vertigini, battito cardiaco accelerato, ecc.). Un esperimento sociale andato in onda qualche mese fa su una delle reti Mediaset ha dimostrato come tra le tante persone invitate, soltanto un ragazzo ha accettato di rimanere qualche ora senza il cellulare, confessando le proprie ansie e rivelando i sintomi  di astinenza.

E’ un dato ormai certo: l’utilizzo eccessivo dello smartphone provoca dipendenza psicologica e della peggiore specie.  E’ simile ad una droga perché causa interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa, incoraggiando le persone a svolgere attività che credono daranno loro piacere. Si cade in una forma di catalessi e si finisce per estraniarsi da tutto ciò che ci circonda. Si passano ore ed ore a controllare  il proprio account, a scambiare foto e messaggi o a giocare con l’app. del momento, in ogni istante della giornata, fino a notte fonda, a qualsiasi ora, da soli o in compagnia. In Cina hanno addirittura realizzato corsie preferenziali per chi usa lo smartphone mentre cammina.

Le persone che lo utilizzano per più di 8 ore, presentano: disturbi del sonno, accumulo di peso corporeo, aggressività, depressione, ansia patologica, patologie della colonna vertebrale a causa della postura china del collo, perdita della concentrazione e della memoria, distacco e  alienazione sociale, disinteresse per gli impegni e le relazioni sociali.  Inoltre manifestano quella che viene definita“trance dissociativa da videoterminale” perché oltre all’isolamento, vivono veri e propri fenomeni dissociativi: non distinguono più la vita virtuale da quella reale ed entrano nella psicopatologia.

Anche se le ricerche più recenti contano quasi 176 milioni di dipendenti dallo smartphone, il fattore più allarmante è che uno studio  appena pubblicato dalla Pew Foundation, rivela come il 73% degli adolescenti di età compresa tra i 13 e 17, negli USA, ne possiede uno, il 92% di questi dichiara di accedere online ogni singolo giorno, mentre il 30% ammette di essere “costantemente connesso”. I più lo usano senza filtri, con quell’ingenuità che li espone a pericoli di ogni sorta (dalla pedofilia al cyberbullismo).

E l’Italia non è da meno. Sotto il bombardamento delle strategie di marketing, si stanno mettendo in commercio tablet e smartphone per i bambini che saranno di certo acquistati dai loro genitori a loro volta dipendenti e forti sostenitori del precoce possesso, ormai arresi a stereotipi, mode e miti consumistici. Sono loro che comprano, per controllare l’ansia da distacco e la vita dei figli come una sorta di “guinzaglio telematico” di cui sono inconsapevolmente agganciati loro stessi per proteggersi da personali disagi psicologici, insicurezza e  senso di solitudine ( R. Carlini e G. Cozzolino).

E’ possibile una cura e una prevenzione? Sicuramente si. Partendo dall’informazione nelle scuole, per studenti e genitori, dalla progettazione di percorsi educativi che riscoprano e facciano sperimentare una diversa connessione, molto più coinvolgente: quella con il proprio corpo, con le proprie sensazioni, emozioni e sentimenti. E che incoraggino la partecipazione alla vita “reale” attraverso esperienze vissute in prima persona.

Cattive. La misoginia femminile

“Ciao Tesoro! Ciao bella! Carissima! Amore!” Quante volte abbiamo utilizzato o ascoltato questo intercalare durante gli incontri o le telefonate con amiche e altre donne?  Manifestazioni di affetto? A volte. Spesso invece è solo ipocrisia dietro la quale si nascondono divisioni profonde, pregiudizi, invidie e gelosie. Chi di noi donne non è mai stata vittima di un colpo basso, di una cattiveria di un’altra donna?  E poi, a sua volta ha infierito su un’altra? 

“Il peggior nemico di una donna è sempre un’altra donna”. L’ha detto un uomo (Cfr. Otto Weininger, Sesso e carattere, Feltrinelli, 1979) e sembra paradossale che questo antagonismo sia maggiormente colto dagli uomini che poi lo utilizzano per aumentarne il senso di divisione ed esercitare meglio il potere (“dividi et impera”), soprattutto sui luoghi di lavoro. Uomini maschilisti e misogini, li definiamo. Ma le donne non sono da meno. Sanno essere cattive l’una contro l’altra.

Si tratta della misoginia “al femminile” ma parlarne sembra ancora oggi un tabù. Le donne la negano e quando viene alla luce ne sono sorprese e ferite come se avessero subito un tradimento. Non vogliamo ammetterlo ma è come se esistesse una sorta di omertà nel mondo femminile che è simile e paragonabile solo a quella mafiosa (Cfr. Phillis Chesler, Donna contro donna, Mondadori ed.). Dietro si nasconde una grande paura: la paura di essere distrutte dalla rabbia e dal rifiuto di un’altra donna. Così  ci ripariamo dietro un uomo, cercando in lui il senso del nostro valore,  ignorando che trovarlo è necessariamente una responsabilità e un compito personale.

Ma cominciamo con il chiarire il significato del termine “misoginia”. La radice etimologica di misoginia viene da greco, μισεω miseo, io odio e γυνη gyne, donna: indica un sentimento e un atteggiamento di odio e di avversione nei confronti delle donne. Va oltre l’antagonismo, la gelosia e l’invidia. Rende impossibile sostenersi e difendersi a vicenda, lavorare in gruppo, essere solidali, veramente amiche e sorelle.  

La misoginia femminile, al contrario di quella maschile, è però ben mascherata da stereotipi, luoghi comuni, identificazioni che la donna stessa difende. Essere accogliente, compassionevole, gentile, accondiscendente, premurosa, tollerante, pronta ad ascoltare e aiutare. Ma questa è solo una faccia della medaglia. Dietro  si nasconde qualcos’altro: la violenza e la cattiveria.  C’è un aspetto “ombra”  nella psiche femminile molto antico, un archetipo come direbbe C. G. Yung, che sopravvive nell’inconscio individuale e collettivo; si  trasmette come un DNA da madre in figlia, da femmina a femmina. E’ una rivalità fra donne che si coalizzano contro quella che sembra diversa: la controllano, psicologicamente e nel comportamento per schiacciarla.

E’ come se ci fosse una strana convinzione nella donna che per sopravvivere o avere una sorta di  primato debba per forza uccidere o annullare l’altra. La misoginia viene definita anche omicidio o assassinio ontico. Ontico perché non si uccide fisicamente la donna ma la si taglia da un rapporto con il suo sé spirituale, con i suoi talenti, con la sua energia angelica, con la sua anima o come altro volete chiamarla. Provoca una sorta di schizofrenia che la relega nella mediocrità. Non può sviluppare il potenziale della sua intelligenza e cade nella dipendenza, nell’autocommiserazione, nel vittimismo, negli autosabotaggi. Si perde, troppo distratta a cercare fuori di sé le ragioni della propria insicurezza e della propria miseria.

 

Come nasce la misoginia femminile?

Le cause sono molteplici e complesse: fattori sociali, culturali, storici, politici, religiosi.  Psicologicamente parlando possiamo rintracciarne le basi in un rapporto frustrante con la propria madre nei primi anni di vita o con figure sostitutive; una madre che non ama se stessa né la propria femminilità  trasmette questo rifiuto alla figlia femmina che, come lei, dovrà vivere il suo stesso destino ( “Tale madre tale figlia….”). E’ una catena di frustrazioni, dolore, rabbia, una sorta di eredità psico-emotiva che rinnega la bellezza, la potenzialità, la forza e il coraggio di essere donna. Poi, ci portiamo ancora addosso lo strascico di traumi collettivi e generazionali di migliaia di donne bruciate vive come streghe. Uno dei più tragici eccidi di genere mai avvenuti nel tempo per così tanto tempo. Lo abbiamo dimenticato? Ma l’inconscio collettivo non è soltanto una teoria. E’ una realtà operante all’interno della psiche delle donne di tutto il mondo. 

 

Chi sono queste donne odiate?

Non sono solo le donne ricche, belle, intelligenti ma tutte quelle che si comportano e pensano diversamente dalle altre, che escono fuori  dal seminato designato da una ideologia patriarcale e misogina, che fa scattare meccanismi di antagonismo, non solo nei maschi ma anche nelle donne.  Sono donne che rinnegano e rifiutano i ruoli che nei secoli sono stati affibbiati dagli uomini e da altre donne e vogliono avere un loro primato personale, un riconoscimento della loro intelligenza e del loro valore, della loro diversità, della loro unicità. Ma quando cominciano ad esternare il loro pensiero che non le assoggetta più ad una logica maschilista, vengono prima di tutto attaccate da altre donne che non vogliono che l’altra si liberi perché non hanno potuto o voluto farlo loro. Quindi, la prima responsabile di questa misoginia al femminile (ma anche di quella maschile), è la donna stessa.

 

I segnali di una possibile misoginia.

Per primo, c’è sicuramente l’odio e il disprezzo che si prova verso la propria madre, ognuna ha i suoi motivi. Provate oggi a dire ad una donna che somiglia a sua madre; nella gran parte dei casi si sentirà offesa.
Poi, delusioni profonde, sentimenti di inferiorità mai risolti, possessività e iperprotettività che minacciano lo sviluppo e l’indipendenza di una figlia.

Inoltre, guardate i talk show, gli spettacoli di intrattenimento, i dibattiti politici. Dobbiamo riconoscere che sappiamo essere cattive e violente tra di noi, soprattutto a livello verbale, sia direttamente che indirettamente attraverso i pettegolezzi. Ascoltate le donne parlare, anche quelle molto giovani: hanno interiorizzato il linguaggio e gli stereotipi di genere delle loro madri, nonne e bisnonne. Fanno battute, commenti, osservazioni intrisi di pregiudizi. Se un uomo le tradisce, se la prendono con l’altra considerandola una sgualdrina; se un uomo molesta sul posto di lavoro  dicono che la donna se l’è andata a cercare. Non è così? Non lo dicono solo gli uomini, lo diciamo anche noi o almeno l’abbiamo pensato. Non prendiamo mai le difese di un’altra donna, soprattutto se attaccata, umiliata e criticata da un’altra.

Poi ci sono i comportamenti delle madri, quelle che non sostengono una figlia a separarsi da un marito violento, che suggeriscono e consigliano la pazienza, la sottomissione; donne, amiche e sorelle che insinuano dubbi, incertezze, che non sostengono nel cambiamento, o a fare scelte coraggiose per percorrere la strada di una realizzazione individuale: vogliono imprigionarti lì, dove sono rimaste loro. E lo vedo continuamente, ancora oggi. Ed è proprio questo il  modo in cui la misoginia opera: si limitano le possibilità di scelta delle donne, si tacitano le loro voci, le si rende insicure, fragili, estranee a se stesse, incapaci di sopravvivere di al di fuori di regole patriarcali.

Ma è inutile condannare le madri. Forse non hanno avuto la possibilità di scegliere. O forse non l’hanno voluto.  Non importa cosa hanno fatto loro.  Oggi ci sono diverse opportunità, possiamo pensare e comportarci diversamente. E’ solo riconoscendo onestamente la propria misoginia, comprendere in che modo  è stata introiettata e come viene ancora diffusa e trasmessa che potremmo  dissociarci e creare una psicologia femminile veramente libera. Solo quando le madri non insegneranno più alle loro figlie a vivere senza il rispetto di se stesse e la soddisfazione dei loro bisogni. Solo quando madri, mogli, sorelle e amiche smetteranno di difendere e giustificare il maschio sempre e comunque: per la sua violenza, per l’egoismo, la maleducazione, l’insensibilità, il disprezzo, la possessività, la prepotenza. 

Senza  il riconoscimento e la comprensione di questa realtà profonda nella psiche femminile, ogni volta che una di noi cercherà di essere se stessa,  ci sarà sempre un’altra donna nei paraggi che tenterà di impedirlo. Noi donne dovremmo comprendere che abbiamo bisogno di altre donne per formare e preservare il nostro senso di identità, alla stessa stregua degli uomini. Di altre donne che ci sostengano attraverso il loro rispetto e il loro amore, che ci difendano dagli attacchi inutili e dalla critiche distruttive di altre donne.  Abbiamo bisogno di una sincera e profonda coesione con le altre per aiutarci, per sostenerci, per condividere la nostra saggezza.

E se cominciassimo da oggi?

 

Mi ha lasciato! Come superare la fine di un amore

Sono disperata/o. Non ce la faccio a vivere senza di lui/lei. Avrà un altra/o? Cosa ho sbagliato? Perché è successo?

Sono queste le frasi più frequenti pronunciate da chi è stato appena abbandonato. Che sia improvviso o che sia preceduto da un lungo periodo di crisi, è comunque un fatto che “spezza dentro”, un vero e proprio shock emotivo. Il primo studioso che si è occupato delle esperienze di separazione e del lutto è stato John Bowlby che, raccogliendo le reazioni di angoscia di una bambina di due anni, ricoverata in ospedale senza la possibilità di avere accanto la propria madre, ha esteso le sue osservazioni anche a persone rimaste vedove e agli adulti che avevano subìto una separazione o un divorzio doloroso dal loro coniuge.

Sono state così individuate tre fasi comuni che si attraversano dopo un abbandono: la protesta, la disperazione e il distacco.

Le fasi dell’abbandono

La protesta è caratterizzata da reazioni piuttosto smoderate: pianto, grida, agitazione, rabbia, necessità di vendicarsi o anche ansia e attacchi di panico. E’ una reazione “attiva” che manifesta la negazione, il rifiuto della realtà. Inconsapevolmente si agisce in questo modo con l’intento di influenzare il ritorno della persona andata via.

La disperazione è la fase successiva che subentra a seguito della delusione e dell’esito negativo della prima fase. Il ritorno non c’è stato, compaiono astenia e depressione accompagnate spesso da sintomi psicosomatici: insonnia, disturbi gastroenterici, alterazioni del comportamento alimentare e disfunzioni cardiache.

La terza fase è quella del distacco. La persona abbandonata ha accettato finalmente la realtà e si distacca a sua volta, affettivamente ed emotivamente, dalla persona persa. In questo modo si riorganizza a livello emotivo e può ricominciare le normali attività che svolgeva una volta.

Il tempo è un fattore che aiuta a guarire la ferita dell’abbandono. C’è chi parla di un minimo di sei mesi, a volte ci vogliono anni. Ognuno ha i suoi tempi: bisogna attendere e agevolare un cambiamento interno in cui ci si rende conto che si è pronti a voltare pagina.
La fine di una relazione causa un dolore profondo, paragonabile a quello per la morte di una persona amata. Ed è proprio così. Per superarlo, bisogna elaborare un vero e proprio lutto e imparare a gestire le emozioni in modo corretto affinché non degenerino in una malattia.

Come affrontare questo momento? Vi propongo alcune idee, spunti di riflessione ed errori da evitare.

Suggerimenti per superare l’abbandono

All’inizio, non si comprende perché sia finito un amore (a meno che non ci sia stato un palese tradimento). Si cerca a tutti i costi di trovare una spiegazione razionale a ciò che è accaduto andando ad indagare i perché, le cause remote, logorandosi per mesi. Semplicemente è finito un sentimento per noia, per abitudine o perché il proprio percorso esistenziale prevedeva un cambiamento. E non accade mai all’improvviso. La fine è preannunciata da tanti piccoli gesti, sfumature, situazioni e segnali che non si sono voluti vedere.

Poi si insiste: cercando, chiedendo occasioni di incontro per chiarire, per parlare, per spiegare che si è pronti a cambiare. Ma è inutile negare la realtà e vivere nell’illusione di una possibile riconciliazione. E’ una forma di masochismo psicologico. E’ illusione, poi, credere che una telefonata o un messaggio dell’altro inviato per una forma di preoccupazione, sia il segnale che: “Ma allora, forse, mi ama ancora un po’”. No. E’ meglio accettare la realtà.

Sarebbe meglio evitare di chiedere subito un rapporto di amicizia. Spesso lo si fa illudendosi di soffrire di meno o per mantenere una speranza che l’amore possa ritornare. Di solito, invece, provoca una chiusura più rigida. Prima che si possa riprendere un rapporto formale con l’altro, occorre tempo e non è detto che accada.

E’ bene accettare e vivere tutto il dolore, senza reprimere le lacrime e la disperazione. Non siamo deboli se accettiamo i sentimenti perché è normale soffrire, è normale sentirsi disperati, affranti, arrabbiati; è normale piangere, normale stare chiusi in casa e non avere voglia di vedere nessuno. Sarebbe un errore sforzarsi di uscire, di farsi scivolare tutto addosso come se niente fosse successo. Anche la strategia del “chiodo schiaccia chiodo”, accentua ancora di più il senso di solitudine interiore. Anche le frasi “Morto un papa se ne fa un altro!”, “Non ci pensare!”, “Vuol dire che non era destino”, in pratica non aiutano. Come non aiuta parlare sempre dello stesso argomento con gli amici, rimurginando sempre sullo stesso fatto. E’ una forma di masturbazione psichica che imprigiona e non permette di liberarsi e lasciar andare il passato.
Deleterio poi, è attribuirsi tutta la colpa per non essere stati capaci di cogliere i segnali della fine o per non aver fatto di tutto per riconquistarlo/a, per averlo/a dato per scontato. Anche se ci fosse stata l’eventuale responsabilità di un fallimento, ciò non è mai esclusivo. Le responsabilità sono sempre reciproche, come reciproca spesso è, l’ intenzione inconscia di interrompere il rapporto.

Al contrario, non serve nemmeno considerarsi e comportarsi come una povera vittima, arrabbiata con il mondo. La cosa più utile è analizzare quali sono stati i propri errori per tentare di non commetterli in futuro, non tanto nei confronti dell’altro ma nei confronti di se stessi. Si, perché il dolore è ancora più grande per quelle persone che hanno puntato tutta la loro vita e la loro felicità sul rapporto di coppia: hanno rinunciato ai loro sogni, ad un lavoro gratificante ma distante da casa, hanno trascurato le amicizie, abbandonato passioni, nell’illusione che l’amore potesse compensare di tutto.

Inutile poi coltivare la nostalgia e il rimpianto di aver perso “l’uomo e o la donna ideale”. “Non incontrerò mai più una persona come lui/lei!”. E’ vero, non si incontrerà più perché l’ideale o l’anima gemella non esiste. Esistono invece “compagni di viaggio”, persone che incontriamo in base a come siamo in quel momento, che ci aiutano a crescere, ad imparare qualcosa di nuovo su noi stessi. Finito un amore, ne vivremo un altro che ci corrisponde di più, che è più adatto al tipo di persona che siamo diventati.

E’ difficile vivere la fine di un amore ma può essere un momento di crescita e l’inizio di un percorso di consapevolezza in cui ricostruire gli “abbandoni passati”, per comprendere che forse abbiamo carenze affettive che risalgono all’infanzia, per non ripetere più i copioni di dolore che abbiamo vissuto finora. E’ l’occasione di un autorinnovamento anche se non avremmo mai scelto di sperimentare.

Ma nulla accade per caso. Gli eventi traumatici della vita arrivano per farci cambiare rotta e dal dolore può nascere una nuova identità, un nuovo modo di essere.
E la vita è più piena e più bella rispetto a prima.

5 modi per vivere la fine di una relazione

(estrapolato da un seminario di crescita personale con il Prof. Giuseppe Cocca)

1.“Ciao, mi dispiace, è tutto finito, sto con un altro/a, dimenticami”
Reazione n.1
Mi crolla il mondo addosso, mi sento bloccata, dove ho sbagliato, la mia vita è finita, mi sento paralizzata/o.
(emozioni: senso di colpa, paralisi, apatia, pena per se stessi)
2.“Ciao, mi dispiace, è tutto finito, sto con un altro/a, dimenticami”
Reazione n. 2
Cosa faccio? Oh… come soffro… e adesso senza di lui/lei..no..
(emozioni: paura, disperazione, dolore allo stomaco, paralisi)
3.“Ciao, mi dispiace, è tutto finito, sto con un altro/a, dimenticami”
Reazione n.3
Brutta stronza/o! Dopo tutto quello che ho fatto per te..
(emozioni: rabbia, collera, sangue alla testa o tensione del corpo)
4.“Ciao, mi dispiace, è tutto finito, sto con un altro/a, dimenticami”
Reazione n.4
Può succedere nella vita, i rapporti possono finire … ne trovo uno/a più adatto a me …
(emozioni: distacco, coraggio, leggera tensione)
5.“Ciao, mi dispiace, è tutto finito, sto con un altro/a, dimenticami”
Reazione n.5
Mi dispiace… ti auguro ogni bene…chissà cosa mi offre la vita di ancora meglio..
(emozioni: accettazione, comprensione, rilassamento)
5 modi di reagire ad una stessa situazione. 5 momenti o fasi di elaborazione della ferita affettiva. Qual è il tuo?

 

La scelta del partner. Perché proprio lui/lei?

Nel mio lavoro, mi occupo frequentemente dei problemi relazionali, di coppia, delle difficoltà nel trovare un partner o meglio “IL” partner, la cosiddetta “persona giusta”. Ma esiste l’uomo giusto/ la donna giusta? Quando ci si innamora, cosa ci guida in questa scelta?
Prima un breve premessa. Siamo ancora immersi in una cultura patriarcale che per millenni ha plasmato le menti di uomini e donne. E anche se moltissimo è cambiato dal punto di vista sociale, politico, economico, per quanto riguarda le relazioni sentimentali c’è ancora molto da fare perché agisce un aspetto nell’inconscio collettivo che condiziona scelte e decisioni. E una delle idee ancora operanti è la falsa credenza che SE NON HAI UN UOMO O UNA DONNA NON VALI NIENTE! Quindi nella vita, per sentirsi realizzati, bisogna avere un partner, possibilmente stabile.
Andiamo alla ricerca ossessiva della mezza mela che ci completa e che ci faccia sentire “a posto”, integrati, uguali agli altri per non sentire il disagio di essere diversi. Non ci rendiamo conto che spesso la scelta del partner non è libera e sfocia di solito, in una relazione in cui c’è un prezzo da pagare con la rinuncia alla libertà e alla realizzazione personale. Il rapporto amoroso inizia a languire nell’apatia, nell’indifferenza e si trasforma in fastidio, rancore, colpevolizzazione fino a diventare un conflitto destinato a sfociare nell’odio, nella vendetta e nella reciproca distruzione.
La scelta del partner non è casuale ma segue delle regole biologiche e psicologiche ben precise ma nascoste che giocano un ruolo determinante nel far sì che “dobbiamo” avere un partner ( e spesso ci accontentiamo del meno peggio) e “quella” persona piuttosto che un’altra. Vediamole in breve.
Motivazioni biologiche legate all’istinto di riproduzione della specie; su questo si incentra il maggior interesse durante la fase dell’adolescenza (anche se nascosto dietro la dinamica dell’innamoramento);
Soddisfazioni di bisogni (psicologici e affettivi). Secondo la scala di Maslow ci sono quelli primari di sicurezza, protezione, sopravvivenza fisica, e quelli secondari essere amato e amare, partecipare, essere rispettato, stimato, riconosciuto, essere competente e produttivo e di essere autorealizzato in base alla proprie aspettative e potenzialità. Se ci sono carenze in questo senso, la scelta del partner verrà fatta attraverso il meccanismo della compensazione e della proiezione per cui cerco nell’altro ciò che mi manca. Si è contenti quando i propri desideri sono soddisfatti da un altro e ci si lamenta quando ci si sente messi da parte, abbandonati, incompresi, non amati.
A causa di questa immaturità affettiva, si attuano inconsapevolmente, gli “incesti simbolici”. Poiché il prototipo delle relazioni affettive rimane quello vissuto con i propri genitori, se tale relazione non è stata soddisfacente o ha prodotto ferite e traumi, si cerca il partner che ripropone il ruolo o la relazione che bisogna risanare sia essa con il padre, con la madre, con un fratello o una sorella. E così si hanno mariti che fanno i padri o i figli, mogli che fanno le madri, le nonne o le figlie. Sembra una “nuova scelta” e invece, è l’attualità di un passato che non è stato ancora superato. Si cerca in un altro quello che manca in base a illusioni che puntualmente crollano. La mezza mela non era l’anima gemella che credevi perché eri una mezza mela anche tu. Bisogna diventare una mela intera, altrimenti l’altro sarà la stampella che prima o poi crollerà.
Poi esiste l’eredità familiare inconscia. Secondo la prospettiva della psicologia sistemica, nascere in una famiglia significa ricevere un’eredità fatta di codici, cultura, valori ma anche progetti, sogni, desideri, talenti; è un’eredità fatta di ordini invisibili che servono per compensare anche le ingiustizie subite dagli antenati, per guarire traumi o portare a termine le loro opere incompiute.
Il rapporto di coppia quindi non si limita alla relazione tra due persone ma entrano in gioco almeno sei persone: tu, lui/lei e i rispettivi genitori perché si incontrano due alberi genealogici: famiglie con usi e costumi diversi, classi sociali e aree geografiche differenti, per non parlare di persone che si uniscono con razze diverse, che parlano lingue diverse e seguono religioni diverse. E trovare un equilibrio in tutto questo, non è facile.

Per fare una scelta più consapevole e liberarsi dal meccanismo delle “ripetizioni infelici” occorre raggiungere la maturità affettiva che non significa solo essere in grado di procreare ma:

1. Amare e dare valore a se stessi. Se non lo hai imparato dai tuoi genitori, è necessario pensarci da soli riscoprendo la propria verità e dare valore alla propria diversità;
2. aver superato il ruolo di figlio/a;
3. “ri” conoscere” i propri genitori, e prendere coscienza degli schemi ripetitivi del proprio sistema familiare e i possibili “ordini invisibili”attraverso un lavoro di psicologia sistemica;
4. avere una buona educazione sentimentale, cioè conoscere e saper interpretare le proprie emozioni e quelle altrui;
5. aver imparato e sperimentato la propria sessualità e aver costruito la propria identità sessuale;
6. Rispettare gli spazi di autonomia all’interno della coppia;
7. Imparare dalle esperienze passate

Troppo impegnativo? Dipende da cosa si vuole nella vita.
Ma in questo modo ogni relazione, anche la più dolorosa, potrà insegnare e dare qualcosa di prezioso, perché diventa un modo per vedere e risolvere un problema personale che non si è voluto affrontare, uno strumento per conoscere se stessi e un mezzo di evoluzione e crescita spirituale.
Allora, la scelta del partner sarà fatta per vivere un amore che libera e non per soffrire dentro una prigione.

Quando l’indecisione ci paralizza

“Essere o non essere”? Diceva Amleto. Faccio questo o quest’altro? A volte, prendere una decisione può diventare veramente un problema! Quanti di noi si sono trovati difronte all’incapacità di scegliere? Una qualsiasi scelta, dalla più semplice – come quella di comprare un dentifricio – a quella più complessa come quella di cambiare casa o città, può rivelarsi un compito difficilissimo e fonte di stress.
Quale film vado a vedere? Quale vestito compro? Parto o non parto? Decidere significa scegliere tra due o più possibilità e vorremmo sempre fare la cosa più giusta. Spesso la mente è impegnata a valutare i pro e i contro senza per questo raggiungere una decisione definitiva. Nasce un conflitto fra la mente emotiva e quella razionale e così rimaniamo bloccati senza fare nulla. Poi, una volta presa la decisione, ci rimurginiamo sopra, creandoci il senso di colpa per aver preso quella sbagliata! Insomma, che stress!
Ma perché è così difficile capire cosa è meglio per noi? Perché viviamo con ansia, stress con conseguenti somatizzazioni, il momento in cui ci troviamo di fronte ad un bivio?
Essere indecisi non significa necessariamente essere persone di poco carattere. Spesso si possiedono molte conoscenze, informazioni, esperienze su quella stessa cosa che rende la decisione definitiva più complessa.

Ma quando l’indecisione diventa paralizzante, diventa davvero un problema che spesso nasconde conflitti interpersonali profondi e difficili da gestire, tra cui:

 desiderio di rendere felici amici e parenti dimenticando i nostri veri bisogni;
 voler fare una buona impressione sugli altri;
 paura di sbagliare e poi di pentirsi o di essere criticati;
 resistenze ad assumersi le proprie responsabilità,
 mente stracolma di giudizi, pregiudizi, ricordi di esperienze passate negative, o fraintendimenti non chiariti;
 inconsapevoli paure dovute a nuclei pulsionali rimossi, cioè aspetti di noi che non accettiamo;
 traumi personali o ereditati che condizionano il presente.
E allora, cosa fare?
Saper decidere senza stress è un’abilità che va appresa e sviluppata attraverso una serie di esercizi volti ad aumentare la nostra consapevolezza.
 Imparare ad ascoltare i segnali del proprio corpo, e non sempre quelli della mente razionale. Molto spesso l’organismo sceglie in modo appropriato, a volte l’esatto contrario di quanto abbiamo sempre pensato.
 Prendere l’abitudine di praticare la meditazione per ripulire la mente e ritrovare quel “vuoto” che permetterà di fare una scelta più saggia.
 Aspettare senza aver fretta di decidere perché spesso le occasioni o le risposte arrivano da “una fonte” che spesso non consideriamo.
 Iniziare a notare gli avvenimenti sincronici, le cosiddette coincidenze, che potranno spesso darci importanti informazioni o conferme sulla decisione da prendere.
 E poi una volta presa la decisione, niente ripensamenti o rimpianti. Anche se non si rivelerà quella ottimale, sarà stata comunque utile per la nostra crescita personale. Gli errori spesso si rivelano produttivi in quanto fonte di esperienza. Come dice il detto “sbagliando si impara”.
 Ovviamente, nella difficoltà, è utile rivolgersi ad un professionista che ci aiuti a fare chiarezza nel rispetto dei nostri veri e autentici bisogni.

I sogni, messaggeri della notte

Fin dall’antichità il sogno è stato oggetto d’interesse da parte dell’uomo; si riteneva avesse un collegamento con lo spirito o con una coscienza più grande ed era utilizzato per risolvere problemi, per curare malattie, per prevedere e cambiare il futuro. Nell’Antico Testamento è famoso il sogno del Faraone interpretato da Giuseppe che predice i sette anni di abbondanza e i sette anni di carestie che subirà l’Egitto. Molti altri sogni sono presenti sia nella Bibbia che in altri testi sacri e storici: testimonianze di come il loro utilizzo sia un aiuto pratico nella gestione della vita quotidiana. Oggi invece non si dà eccessivamente importanza al sogno; spesso al risveglio è stato completamente rimosso il suo contenuto anche se rimane la sensazione di aver sognato. Il fatto di non ricordare i sogni o farlo in modo frammentario è un difetto della nostra cultura perché non si è stati educati a considerarlo importante. Spesso poi, interviene il meccanismo della dimenticanza che non lo fa ricordare perché non si è pronti o non si vuole affrontare un problema ritenuto troppo grande o che richiederebbe un cambiamento che fa paura.
Il sogno è uno strumento di autoconoscenza e di autoanalisi, una sorta di radiografia e se conosciuto e ben utilizzato dà continue informazioni sul proprio stato di salute, sulla qualità delle relazioni affettive e sociali. Permette di accedere ad un mondo invisibile esistente e disponibile a tutti, ricco di informazioni e soluzioni creative che sono precluse durante la vita diurna a causa del controllo cosciente della razionalità sul dato di realtà.
Oltre a far emergere i contenuti rimossi dalla coscienza, il sogno aiuta a trovare risposte originali a domande o risolvere problemi. Molti progressi scientifici sono stati ispirati durante i sogni. Il più celebre fra tutti fu la scoperta della struttura molecolare del benzene da parte di Kekule, che in uno stato di dormiveglia vide gruppi di atomi di grandezze diverse contorcersi come serpenti. Da questo sogno-intuizione ne risultò appunto la sua scoperta scientifica; anche la teoria della relatività di Albert Einstein ebbe parzialmente origine in sogno.
Oltre che presentarsi spontaneamente, il sogno può essere “ordinato”. Già nell’antica Grecia con il termine di “incubazione onirica” si intendeva un metodo che permetteva di formulare in modo chiaro una domanda all’ inconscio, prima di addormentarsi, e al risveglio annotare i contenuti emersi dal sogno.
Alcuni sogni però invece di aiutare, possono far rivivere momenti terribili come ad esempio un incidente o una violenza subita; ci sono persone che durante la notte sono continuamente spossate da incubi che risvegliano le ferite di un trauma. Per questi casi, è stata sperimentata la terapia del sogno lucido. Alcuni ricercatori olandesi dell’università di Utrecht diretti da Victor Spoormaker, insegnano ai pazienti a rendersi conto di quando stanno entrando nel sogno fino a divenire capaci di modificarne la trama e dargli il lieto fine. Se si riesce a cambiare il sogno mentre si dorme, si è in grado non solo di autocurarsi ma anche di risolvere creativamente e definitivamente il problema che affligge.
Durante il sonno però si è più deboli, fisicamente e anche psicologicamente, e per riuscire a intervenire con la volontà e la coscienza mentre si dorme, serve conoscenza, molto esercizio e potenza psichica. Intanto, si può iniziare con il praticare le buone regole prima di andare a dormire e poi imparare a ricordare i sogni e a verificare le attinenze con la vita quotidiana. E’ poi indispensabile revisionare e aggiornare il proprio Io, la propria coscienza basandosi su un ascolto più profondo di se stessi e dei propri bisogni, andando oltre i comuni stereotipi, altrimenti si interviene nel sogno con una coscienza limitata e condizionata. E allora, anziché aumentare in consapevolezza e stare meglio, si rischia di riprogrammare atteggiamenti e difficoltà dai quali ci si vuole liberare.

La sindrome del Natale. Tra stress, ansia e depressione

Ricordate il film “Fuga dal Natale” ? Una coppia, dopo tanti anni, decide di trascorrere le Festività senza rispettare la tradizione: niente addobbi natalizi, niente regali, niente pranzi ma finalmente una vacanza da sogno! In attesa della partenza, si nasconde in casa per difendersi dalle critiche e dalle pressioni giornaliere dei vicini di casa, indignati da questo comportamento. La coppia resiste eroicamente, finché il ritorno inaspettato dell’amata figlia la costringerà ad organizzare frettolosamente il classico pranzo, con i regali sotto l’albero e gli inviti a tutto il vicinato. Morale: il vero Natale si trascorre in famiglia con i propri cari.
Ma questa Festa non piace a tutti. Molte persone confessano che il 25 dicembre lo cancellerebbe dal calendario insieme al capodanno perché si sentono immerse in un clima di falsità e ipocrisia, aspettative di felicità e di buoni sentimenti che non corrispondono alla realtà. Sensazioni interiori di malinconia, solitudine e inadeguatezza fanno desiderare che torni la normalità il prima possibile ma non osano dirlo per non sentirsi giudicate cattive, ciniche, asociali e guastafeste.
Viene definita “sindrome del Natale” e ne soffrono giovani e adulti, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza. Sapere che esiste e riconoscerla è il primo passo per non sentirsi anormali e vivere il periodo natalizio con maggior serenità. Per questo, è utile fare alcune precisazioni.
Prima di tutto, il Natale, almeno in occidente, è una festa essenzialmente familiare e la famiglia, si sa, non è sempre quel luogo ideale e magico in cui regna affetto e comprensione. La tradizione vuole che ci si riunisca insieme ai propri parenti per ritrovare e fortificare un senso di unione, di appartenenza, di affetto e di sostegno reciproco; l’esperienza di molti parla invece di incontri obbligati e spesso spiacevoli, durante i quali riaffiorano gelosie, conflitti, malesseri e vecchi rancori.
E’ una festa imposta, (le cosiddette feste comandate) che “impone” anche sentimenti di bontà, di gioia, di generosità non corrispondenti al reale stato d’animo. Qualcuno soffre, ha subìto un lutto, un licenziamento, una separazione, un divorzio, oppure si trova per la prima volta in una famiglia allargata in cui manca il senso di intimità. Se c’è di base una tristezza, si acutizza proprio in questi giorni.
Non dimentichiamo poi lo stress dei regali obbligati, degli auguri da fare, delle cene aziendali con i colleghi (spesso insopportabili). Come non avere il desiderio di fuggire lontano?
Ma non siamo malati. Forse avvertiamo in modo più consapevole la pressione dei condizionamenti sociali e culturali, l’azione subliminale dei messaggi pubblicitari e dei film natalizi mentre si fa più forte la strana nostalgia di “un’atmosfera natalizia” che non si trova nelle cene in famiglia o guardando gli alberi illuminati.
E’ un momento di Risveglio interiore e di riscoperta del significato spirituale del Natale.
Il Natale è la Festa di una Nascita; non solo dell’Uomo-Cristo ma di quella divinità che è in ognuno di noi e che può ridestarsi alla Luce di una nuova consapevolezza. Il Natale rappresenta l’inizio di un tempo nuovo, di una rinascita psicologica che ogni anno si rinnova e che ci offre l’occasione di un cambiamento profondo per vivere in maniera più autentica, per avere contatti umani più veri, rapporti di amicizia e di coppia più sinceri, per liberarci dalle convenzioni soffocanti, dai riti ormai privi di significato e dalle maschere che abbiamo indossato per difenderci dal dolore.
La solitudine e la tristezza che avvertiamo sono le voci dell’anima che ci chiama ad una riflessione più profonda su ciò che siamo e che vogliamo diventare, sui nostri veri bisogni, sui desideri inespressi, sui sogni dimenticati o abbandonati. Nel silenzio interiore, occasionato da una tristezza, possiamo percepire una connessione con qualcosa di più grande che ci avvolge e che ci ama.
Si può vivere il Natale anche così, un momento di raccoglimento interiore per rifiorire a nuova Vita.

Genitori Vs Figli. Le frasi della manipolazione affettiva

Esiste un modo di comunicare sia verbale che non verbale ( attraverso lo sguardo, tono di voce, posizione del corpo, i gesti, ecc.) che- anche se inconsapevole – può generare sensi di colpa e attraverso questi manipolare i pensieri e i comportamenti di un figlio ma anche di un genitore. E’ un gioco reciproco che impedisce il raggiungimento di una maturità psicologica ed emotiva costringendo la persona a rimanere dipendente, a non raggiungere una piena autonomia e una realizzazione personale.

Mutismi, sguardi arcigni o frasi del tipo: “Con te non parlo così impari”; “Non venirmi più vicino” “Come posso fidarmi ancora di te?” “Non ti ricordi quello e hai fatto tre anni fa?”, servono per far sentire colpevole l’altro di non averci amato abbastanza.
Tipiche sono certe frasi del genitore:
? mi sono sacrificato per te
? ho rischiato di morire solo per metterti al mondo
? sono rimasta con tuo padre solo per amor tuo
? divertiti pure come hai sempre fatto, tanto pensi solo a te stesso
? ci hai fatto fare una brutta figura
? vergognati del tuo comportamento
? che penseranno i vicini?
? mi farai venire un infarto

Il figlio si accolla tutte le difficoltà psicologiche, i traumi, i problemi irrisolti del genitore fino ad accollarsi la colpa di un’eventuale morte o di una malattia perché convinto di aver provocato un dolore o una delusione profonda a chi lo amava di più.

Una volta percepite le fragilità, i blocchi emotivi e psicologici dei genitori, il figlio a sua volta diventa un manipolatore attraverso i suoi disagi e i disadattamenti sociali. E le frasi tipiche possono essere:

? vuoi più bene a mia sorella/fratello che a me;
? non ci sei mai quando ho bisogno
? mi tratti sempre male
? i genitori dei miei amici non sono come te
? era meglio non nascere
? mi hai fatto scegliere la scuola sbagliata
? è colpa tua se sono infelice
? in questa casa non mi capisce nessuno
? se muoio, vi faccio un favore

I figli ovviamente imparano osservando gli adulti, e le frasi sono efficaci perché i genitori hanno spazi di vulnerabilità personale che non conoscono.

Come possiamo fare perché ciò non accada?
Innanzitutto prendere coscienza del comportamento e del linguaggio che usiamo con chi amiamo, riconoscendo che spesso abbiamo l’esigenza nevrotica di voler possedere i figli e di vivere la nostra vita attraverso loro. Il compito di un buon genitore è invece quello di accompagnarli fino all’indipendenza, aiutarli a conquistare la loro autonomia e raggiungere la realizzazione personale anche se è diversa da quella che immaginavamo noi.
Ma se non riconosciamo a noi stessi un valore personale, insegniamo ai figli a non averne. Se invece impariamo ad amarci, ad avere una nostra dignità, ad apprezzare ed essere soddisfatti della vita che ci siamo costruiti, non saremmo più costretti a ricorrere alle manipolazioni per ottenere dagli altri quello che non abbiamo saputo dare a noi stessi.

“Ti amo”. E’ amore o solo sesso?

Che differenza c’è tra amare e volere bene? L’amore implica necessariamente il desiderio sessuale? Nella nostra lingua, in modo particolare, ci sono termini come innamoramento, sesso e amore tradotti e utilizzati in modo ambiguo, provocano fraintendimenti, illusioni, aspettative esagerate e conseguenti delusioni.
Anche se non ne siamo consapevoli, la parola ha un grande potere e il significato che le si attribuisce può cambiare il modo di vedere il mondo, se stessi, la vita, può rivoluzionare il nostro pensiero, il comportamento e il nostro modo di reagire agli avvenimenti . Allora, facciamo un po’ di chiarezza.
L’innamoramento è una pulsione, una spinta emotiva di grande portata in cui smarriamo noi stessi, “perdiamo la testa” e ci interessiamo “follemente” ad un altro. In questa fase, che dura dai 18 ai 36 mesi, il cervello produce alcune sostanze come la serotonina, la dopamina e l’ ossitocina, una sorta di cocktail chimico capace di indurre uno stato di eccitazione, ebrezza, piacere, simile a quello causato dall’uso di sostanze allucinogene. Per questo l’innamoramento è stato paragonato ad una sorta di “malattia mentale” (disturbo ossessivo con alterazioni dell’umore) perché i suoi sintomi sono simili a quelli della tossicodipendenza: insonnia, perdita di sonno, perdita del senso del tempo, concentrazione su un “oggetto” o pensiero fisso sulla persona amata, disponibilità ai rischi e ai pericoli, bisogno di consumo, crisi di astinenza, malinconia, estasi, oscillazioni dell’umore.
Dal punto di vista psicologico, si innesca il meccanismo della proiezione: aspetti di noi vengono attribuiti inconsapevolmente sull’altro (talenti, virtù, bisogni, difetti), per cui in realtà non ci innamoriamo dell’altro ma di aspetti di noi o di un’immagine ideale, di un’illusione (nell’altro vediamo la soluzione di antichi e profondi bisogni insoddisfatti).
L’innamoramento riguarda soprattutto noi stessi. E’ un’esperienza importantissima perché racchiude un potenziale creativo il cui scopo è quello di farci comprendere chi siamo veramente, quanto siamo grandi, illimitati, coraggiosi, serve a lasciar andare le nostre difese, a superare i nostri limiti. E’ come uno stato di grazia dove tutto è possibile ma va compreso e investito in più settori della vita; il più delle volte non si riconosce e si usa male. Il potenziale creativo viene investito nella sola dimensione biologica (fare un figlio) e viene bloccato frettolosamente con il matrimonio. Ma l’innamoramento non è ancora l’amore.
Per gli antichi Greci c’erano tre tipi di amore:
FILIA, l’amore filiale tra consanguinei e amici;
EROS, l’amore tra sessi diversi basato sul desiderio sessuale;
AGAPE, l’amore universale di cui parla la Bibbia, amore senza condizioni.
La parola amore, deriva dalla parola sanscrita “KAMA” che significa desiderio, passione, attrazione ( Es. KAMASUTRA = riflessioni, discorsi sulla passione fisica). E’ un desiderio intenso ed esclusivo, molto simile al nostro concetto di EROS (dio dell’amore fisico e del desiderio).
Se invece prendiamo l’etimologia dal latino, AMOR, significa “slancio istintivo e passionale”. Il suono “ AM”, richiama il cibo ( vi ricordate quando si imboccano i bambini cosa si dice?). Oppure ”Ti voglio così’ bene che ti mangerei”. “Ti amo”perciò significa: ho desiderio fisico di te. Ve l’aspettavate?
In inglese si dice LOVE, radice di liber (dal lat.= lasciare libera una persona. In tedesco, LIEBEN. In russo, LJUBIT che hanno la stessa radice della parola libertà. Quindi AMORE = LIBERTA’. Ma noi italiani lo intendiamo in un altro modo: esclusività, possesso assoluto della persona amata, l’ uso a proprio piacere del suo corpo, attenzioni, coccole e lo confondiamo con l’Eros, con il sesso.
Quindi l’amore può essere inteso e vissuto in due modi: l’amore che lega (come bisogno, possesso, esclusività) e l’amore che libera ( come pienezza del cuore, generosità, libertà, condivisione).
Il sesso invece è un istinto e per gli antichi era sacro. Era l’occasione di unirsi con il divino, imitando gli dei che avevano popolato la Terra. Nelle religioni pagane c’erano riti iniziatici a sfondo erotico e orge sacre che propiziavano la fertilità dei campi. Oggi questo istinto è regolato dalla Legge, ed è soggetto al relativismo culturale e morale: ciò che è bene in un’epoca o in una società è male per un’altra. La parola Sesso, nella radice indoeuropea “Sak”, significa: scisso, separato, frattura. Quindi il sesso è la conseguenza di una frattura che scinde e che richiama ad una ferita.
Cosa si è spezzato? Il principio maschile e femminile della psiche in un’unica persona. Yung parlava di Animus nella psiche femminile (il pensiero logico, deduttivo, la precisione, l’analisi, la concentrazione su un obiettivo, l’organizzazione dell’intuizione) e Anima nella psiche maschile (la ricettività, il pensiero induttivo, analogico, l’immaginazione, la fantasia). Sono due modi diversi di conoscere il mondo, già presenti in ognuno di noi ma che vanno riscoperti e integrati. Altrimenti continuiamo a parlare della mela intera, come diceva Platone, che è stata divisa e tutti andiamo alla ricerca dell’altra metà che ci completa, l’anima gemella di cui tanto si parla.
Se il sesso indica una scissione, è vero anche che è la via attraverso la quale ritrovare l’unità di se stessi con l’occasione dell’altro. Ma per fare questo è necessario liberarsi da tanti blocchi, tabù e traumi che condizionano la vita sessuale. Oppressione e violenze sessuali nel corso dei secoli, stupri, umiliazioni su vasta scala, false credenze e condizionamenti familiari hanno confuso le idee per cui soprattutto la donna, se vuole fare semplicemente sesso deve illudersi di essere innamorata, andando incontro a delusioni e sofferenze, mentre l’uomo è più libero di vivere il sesso senza amore.
E’ bene riflettere sul significato di queste parole e cambiare il nostro modo di pensare. Con la conoscenza personale e il rinnovamento continuo possiamo assicurarci il benessere personale e vivere di conseguenza, una storia d’amore e/o di sesso senza farci più del male.