Elaborare il lutto perinatale

 

Il lutto perinatale. Se ne parla poco perché è considerato ancora un tabù. Oltre ad essere poco conosciuto è anche sottovalutato. Milioni di donne convivono con una depressione non riconosciuta, successiva ad una interruzione di gravidanza provocata, spontanea o terapeutica, o alla perdita del figlio o della figlia subito dopo il parto o a pochi giorni dalla nascita.
E’ un evento tragico che provoca uno schock biologico ed emotivo intenso e profondo. Un vero vissuto di lutto che non viene riconosciuto né commemorato perché nella nostra cultura c’è la convinzione che sia un’esperienza da archiviare in fretta e da compensare subito con un’altra veloce gravidanza.

E la donna viene condizionata a reprimere le emozioni, a banalizzare il suo dolore come se il non nato non avendo legittimità di esistenza, debba essere ignorato, dimenticato e rimosso. Poi c’è il vuoto dei servizi di supporto e di assistenza psicologici che aiutino i genitori e la famiglia ad affrontare e superare l’esperienza. 


E’ importante prendere coscienza che tali esperienze drammatiche sono purtroppo molto comuni ma devono essere riconosciute, legittimate, affrontate e superate nel giusto modo. Depressioni, tristezze inspiegabili, rabbie, autosabotaggi, sensi di colpa, sintomi psicosomatici, mancata realizzazione personale, crisi di coppia sono alcune delle conseguenze di un lutto perinatale non riconosciuto ed elaborato. Per non parlare delle dinamiche che possono agire nei bambini che nascono dopo, soprattutto se “rinominati”, cioè se vengono chiamati con lo stesso nome di quello non nato. 


E’ importante ricordare le nostre esperienze, se le abbiamo vissute. E se percepiamo ancora una tristezza, un dolore, un senso di colpa, o al contrario, se riconosciamo di essere state un po’ superficiali o frettolose nell’archiviare l’esperienza, riflettiamoci e chiediamo una consulenza. Basta poco. A volte è sufficiente una sola seduta per iniziare un movimento, un’integrazione che riporta la pace, la serenità, il perdono.
L’anima si libera dal dolore, dal peso dell’inconsapevolezza e può tornare libera e fiduciosa ad amare.